lunedì 30 novembre 2015

Kings of Broadway al Palace Theatre


Il giovane produttore e direttore d'orchestra Alex Parker è uno dei nomi più promettenti del West End e la sua cura per il dettaglio e la passione per le grosse orchestre lo porteranno molto lontane. Dopo aver organizzato un meraviglioso concerto per il quarantesimo anniversario di A Little Night Music in gennaio, Alex Parker torna al Palace Theatre con un nuovo concerto in onore dei tre idoli di ogni amante di musical che si rispetti: Stephen Sondheim, Jerry Herman e Jule Styne.

Stephen Sondheim è il leggendario compositore di musical come Sweeney Todd e Follies e librettista dei classici West Side Story e Gypsy; Jerry Herman ha scritto alcuni dei più grandi classici dell'epoca d'oro di Broadway, come Hello, Dolly! o Mame. Jule Styne, che di Gypsy ha scritto la colonna sonora, è invece autore di canzoni famosissime, tra cui Diamonds are a girl's best friend.

Per questo concerto, non a caso chiamato Kings of Broadway, Alex Parker ha convocato un imbattibile gruppo di artisti, i membri della gioventù dorata del West End e stelle consolidate: Alistair Brammer, Michael Colbourne, Andy Conaghan, Deborah Crowe, Janie Dee, Zoe Doano, Fra Fee, Richard Fleeshman, Bradley Jaden, Claudia Kariuki, Emma Kingston, Peter Lockye, Nadim Naaman, Anna O'Byrne, Caroline O'Connor Jamie Parker, Laura Pitt Pulford, Anne Reid, Caroline Sheen, Celinde Schoenmaker, Laura Tebbutt e Alex Young. Ma la vera star della serata è stata l'orchestra di 32 elementi condotta dallo stesso Parker, un'orchestra che ha eseguito alla perfezione le magnifiche canzoni da musical come Mame, Hello Dolly, Dear World, La Cage Aux Folles, Funny Girl, Gypsy, Gentleman Prefer Blondes, Sunday In The Park With George, Company e Follies.



Un concerto con tutti questi elementi non può certo sbagliare e Kings of Brioadway decisamente non lo fa: tiene incollato il pubblico per oltre due ore e mezza con una sfilata meravigliosa di showstoppers. Canzoni come I Am What I Am, I Won't Send Roses, I'm the Greatest Star, The Party's Over sono state eseguite alla perfezione e nel cuore del secondo atto lo show si è letteralmente fermato per il suo momento clou. Le cinque star del concerto sono entrate e, una dopo l'altra, hanno mandato in delirio il pubblico con le loro esibizione mozzafiato. A cominciare ci ha pensato Caroline Sheen con una splendida If You Hadn't, But You Did, seguita dall'ironica Janie Dee con la sua aggressiva Ladies Who Lunch e da Anne Reid con I was Beautiful. A completare in carismatico quintetto, Caroline O'Connor ha cantato una struggente Time Heals Everything prima di lasciare il palco a Laura Pitt Pulford e alla sua People che non ha niente da invidiare a Barbra Streisand.

Kings of Broadway è stato un concerto meraviglioso con una serie di grandi canzoni splendidamente eseguite e, personalmente, non vedo l'ora di scoprire quale sarà il nuovo progetto di Alex Parker.

sabato 28 novembre 2015

Bend It Like Beckham - The Musical al Phoenix Theatre



Sognando Beckham è sicuramente una delle commedie inglesi più amate ed è ricordato dai più come il film che ha consacrato Keira Knightley. Da qualche mese il film è stato riadattato in un omonimo musical con musiche di Howard Goodall, versi di Charles Hart e libretto di Gurinder Chadha e Paul Mayed Berges in scena al Phoenix Theatre.

La trama è quella del film: Jess è una ragazza indiana che vive a Londra con la famiglia e ha un solo sogno, il calcio, e un solo idolo, Beckham. Con buona pace dei genitori contrariati, Jess entra in una squadra di calcio femminile grazie all'aiuto di Jules e conosce il tenebroso allenatore Joe, con cui instaura una solida amicizia o forse qualcosa di più. Ma il contrasto tra i propri sogni e le ambizioni della famiglia porterà Jess ad attuare scelte importante...

Per ovvi motivi un musical sul calcio sembra destinato al fallimento nel momento stesso in cui viene messo in scena, eppure Beckham gioca d'astuzia: di calcio in scena se ne vede pochissimo, eppure il tutto è fatto con tanta grazie che uno non se ne accorge neanche. Questo anche grazie all'ottima regia di Gurinder Chadha (già regista e sceneggiatrice del film e librettista del musical), che fa funzione anche scene potenzialmente irrealizzabili su un palcoscenico. 

Natalie Dew, che interpreta Jess, era malata la sera in cui ho visto lo spettacolo e la sostituta Sharan Phull è andata in scena al suo posto: bravissima sotto tutti gli aspetti, Sharan canta, balla, recita e gioca a calcio benissimo. L'amica Jules ha le minute fattezze della brava Lauren Samuels, mentre Joe era il sostituto del titolare Jamie Capbell Bower, un poco incisivo Tom Millen. Ruba la scena nei panni dell'esilarante mamma di Jules la veterana Sophie-Louise Dann, ma i genitori di Jess non sono da meno: in particolare il padre, l'ottimo Tony Jayawardena, regala una delle migliori canzoni della serata, "People Like Us". Pinky, la sorella di Jess, canta con la voce favolosa di Preeya Kalidas e Tony, il miglior amico della protagonista, è il simpaticissimo Jamal Andéas.


La colonna sonora è carinissima e ci sono tre o quattro canzoni davvero belle: forse il musical è un po' troppo lungo e non riesce a mantenere l'interesse o la tensione in ogni momento, ma il risultato finale è comunque molto buono.

venerdì 27 novembre 2015

wonder.land al National Theatre

Quante versioni, quanti adattamenti diversi della stessa favola dobbiamo avere prima di inventare qualcosa di nuovo? Tra poche settimane usciranno due nuovi film ispirati a Peter Pan e al Libro della Giungla (okay, non proprio delle favole), ma questo trend di riciclare vecchie storie in modi sempre più imbarazzanti è vivo anche a teatro. L'espressione "rilettura in chiave moderna" mi rende sempre sospettoso, quando poi diventa "rilettura in chiave moderna per criticare l'uso della tecnologia nei giovani" mi pento già di aver comprato il biglietto. wonder.land, in scena al National Theatre, fa proprio questo: prende l'amatissima Alice nel Paese delle Meraviglie e lo trasforma in un aborto tecnologico in cui trama, regia, musica e libretto diventano soltanto uno spunto per gli (ottimi) effetti visivi e scenografie di Rae Smith e dei 59 Productions. Ma andiamo con ordire.

Aly è una ragazzina sola e scontrosa che, dopo il divorzio dei suoi genitori, deve trasferirsi in una nuova scuola. Qui non riesca a fare amicizia con nessuno se non con l'altro emarginato, Luke, e comincia a rifugiarsi nel mondo della tecnologia per sfuggire alla noia e alla solitudine. Capita per caso sul sito wonder.land, un gioco virtuale in cui altri disadattati si rifugiano per sfuggire alla reali o presunte difficoltà delle loro vite. In questo modo, Aly riesce a farsi nuovi amici e l'idillio prosegue finché la perfida preside Manxome non sequestra l'iPhone della giovane protagonista e le ruba l'account di wonder.land per assecondare le sue manie di potere. Scontro generazionale e inevitabile lieto fine per concludere.

Il libretto di Moira Buffini, come potete vedere, è un'accozzaglia di luoghi comuni talmente pacchiana da far rabbrividire e i versi delle canzoni (insignificanti, firmate da Damon Albarn) non sono molto meglio. Una solida regia avrebbe potuto guidare questa nave allo sbando verso acque un po' più tranquille, ma Rufus Norris punta dritto contro gli scogli. Davvero, era talmente cattivo da essere quasi divertente: la trama non si è staccata per un momento dalla lisca di pesce che doveva essere il copione e all'uscita dal teatro non riuscivo a ricordarmi neanche un solo motivetto da fischiettare.



In questa mostruosità ci sono alcuni elementi che si salvano. Anna Francolini è davvero brava nel ruolo di Ms. Manxome e non le sono da meno Carly Bawden (Alice, l'avatar che Aly usa in wonder.land) e Golda Rosheuvel (un'eccellente mamma di Aly). Certo, l'aspetto visivo è davvero spettacolare: bellissimi i costumi, le scenografie e le proiezioni. Ma quando di un musical di quasi tre ore ci si ricordano solo i costumi vuol dire che c'è qualcosa che no va.

domenica 22 novembre 2015

Evening at the Talk House al National Theatre


Dopo quasi vent'anni dalla sua ultima apparizione, Wallace Shawn torna al National Theatre con una nuova commedia scritta e interpretata da lui, Evening at the Talk House.

Dopo dieci anni dal debutto teatrale di un suo flop, lo scrittore Robert (ora affiliato al governo) viene invitato da Tom a riunirsi con gli altri membri dello staff tecnico e creativo della vecchia commedia per celebrare l'anniversario. La rimpatriata avviene nella deliziosa Talk House, un locale un tempo raffinato che ospitava i primi incontri degli allora giovani protagonisti. Con gran sorpresa di tutti, alla riunione si presenta anche Dick: un tempo era un attore di successo, ma negli ultimi anni è caduto in disgrazie ed è finito solo, povero e alcolizzato. Con il passare del tempo, ci si accorge che questo incontro avviene in un futuro distopico in cui un governo misterioso fa uccidere persone ritenute potenzialmente capaci di azioni pericolose. Questi omicidi strategici vengono commessi da comuni cittadini e sono più frequenti di quanto ci possa aspettare: anche la costumista Annette, l'attore Ted e la timida cameriera Jane ne hanno compiuti diversi. E, forse, un'altra futura vittima è presente della stanza...

Credetemi, la trama come ve l'ho raccontata è molto più interessante di com'è sulla scena. Perché, nonostante gli sforzi congiunti di un ottimo cast, Evening at the Talk House è una commedia che davvero non funziona. Sovraccaricata da dialoghi massicci e sconclusionati, il risultato finale sembra il figlio abortito di Yazmina Reza e George Orwell: in un mondo da Grande Fratello si vuole smascherare la bestialità dell'uomo. Per carità, dando a Cesare quello che è di Cesare bisogna riconoscere che ci sono anche un paio di buoni spunti. Peccato che non vengano mai sviluppati e alla fine tutte le corde sfiorate maldestramente risultano più irritanti che altro. E, ovviamente, non poteva mancare il claudicante sub-plot amoroso tra Robert e la cameriera: un amore che, purtroppo, non può realizzarsi perché la donna (comprensibilmente) è troppo scossa a causa di tutti gli omicidi che ha dovuto commettere per poter arrotondare.

Anna Calder-Marshall e Wallace Shawn

Il cast è molto buono, soprattutto Anna Calder-Marshall nel ruolo della padrona di casa Nellie e Sinéad Matthews nella parte della sua aiutante. Ma anche gli ospiti non sono da meno: Josh Hamilton (Robert), Simon Shepherd (Tom), Stuart Milligan (Ted), Joseph Mydell (Bill), Naomi Wirthner (Annette) e l'autore Wallace Shawn (Dick).

Evening at the Talk House è una commedia che prova ad essere sofistica, ma il cui unico risultato è essere inconsistente. Il lunghissimo silenzio tra la fine dello spettacolo e il momento in cui il pubblico ha cominciato ad applaudire ne è la prova... E, credetemi, non era uno di quei silenzi commossi e turbati che capita di sentire dopo aver visto un'opera che fa davvero riflettere. Era solo noia, sollievo e imbarazzo.

giovedì 19 novembre 2015

Harlequinade / All On Her Own al Garrick Theatre

La nuova compagnia di Kenneth Branagh ha presentato, oltre allo stupendo Racconto d'Inverno, una serata con un doppio appuntamento con il commediografo Terence Rattigan: Harlequinade ed il monologo All On Her Own.

All On Her Own mette a nudo l'anima di Margaret Hodge, un'elegante e sofisticata signora dell'alta società che si interroga sulla morte del marito. Tornata già piuttosto alticcia da un party, Margaret comincia a parlare con il marito defunto e, dopo un ennesimo bicchiere di whisky, la donna è posseduta dallo spirito del caro defunto... o almeno lei crede che sia così, ma forse è solo ubriaca. Con il passare del tempo, Margaret cade sempre di più nella disperazione e comincia a interrogarsi sul ruolo che ha avuto nella misteriosa morte del marito: è stato un incidente o lo ha spinto al suicidio? 

All On Her Own era nato come monologo per la televisione nel 1968 ed era già stato adattato per la scena negli anni settanta, ma il nuovo mezzo mette in crisi i limiti del testo. Già fragile di suo, All On Her Own non brilla sulla scena e la mancanza di primi piani televisivi ribadisce l'inconsistenza del monologo. Zoë Wanamaker fa del suo meglio, ma neanche un'attrice del suo calibro può salvare qualcosa che fa più acqua del Titanic e il risultato finale della sua interpretazione riesce ad essere inconsistente quanto il testo. Certo, All On Her Own non annoia, ma forse perché dura solo venticinque minuti...

Zoë Wanamaker è Margaret in All On Her Own

All on Her Own crea uno strano contrasto con Harlequinade, una farsa davvero perfetta. Debuttata nel 1948, la commedia racconta dei coniugi Gosport, una celebre coppia di attori che - pur non essendo più esattamente adolescenti - continua a riscuotere successo in provincia con un Romeo e Giulietta decisamente sopra le righe. Come da copione, la prima dello spettacolo è messa in serio rischio da una serie di eventi disastrosi: Arthur Gosport riceve la visita inaspettata da una figlia che non sapeva di avere (già madre di un bambino, alla faccia di Romeo!) e scopre di essere ancora legalmente sposato con la madre della ragazza e quindi rischia di essere incriminato per bigamia; lo stage manager Jack ha portato la promessa sposa a conoscere la compagnia e cerca il coraggio di dire ai Gosport che dopo la prima lascerà la compagnia (il suocero è contrario al teatro); un attore decide di ritirarsi dalla scene per sempre perché si sente poco rispettato e il suo sostituto non riesce assolutamente e recitare decentemente quell'unica battuta; Dame Maude, la zia di Arthur, è una grande dame che fatica a restare al passo con il teatro moderno e annega i propri dispiaceri nell'alcol, incolpando l'Old Vic di tutte le disgrazie della sua vita. Immancabilmente, i problemi scoppiano come bolle di sapone e lo spettacolo si rivela un successo.

Harlequinade è una di quelle commedie che risultano fuffa sulla carta ma oro puro sulla scena: grazie a un ottimo cast (più o meno lo stesso del Racconto d'Inverno), lo spettacolo decolla in un momento e fa sognare il pubblico. Kenneth Branagh è un ottimo Arthur - forse perché il personaggio ricorda così tanto lo stesso Branagh - e la sua recitazione un po' sopra le righe che stonava così tanto con Winter's Tale qui è davvero azzeccatissima. La Wanamaker torna per il delizioso cameo nel ruolo di Dame Maude e si fa perdonare per il monologo di prima.

Tom Bateman, Miranda Raison e Kathryn Wilder

Hadley Fraser è esilarante nel ruolo del sostituto incapace (e che voce!) e altrettanto bravi sono John Shrapnel (George), Vera Chok (Miss Fishlock), Stuart Neal (il primo attore) e Ansu Kabia (Johnny). Eccellente Tom Bateman nel ruolo dello stage manager e davvero fenomenale, ancora una volta, Miranda Raison nel ruolo di Edna Gosport, la (seconda?) moglie di Arthur. La sua è la performance eterea e romantica di una diva sempre nel personaggio e come Edna calca il palco a passo di danza, tra ricordi di vecchie glorie e sogni di nuove.

Il contrasto tra le due opere non potrebbe essere più grande (soprattutto a svantaggio della prima), ma questo doppio appuntamento con Rattigan riesce a garantire un'ora intera di risate senza fine con un cast davvero impeccabile.

martedì 17 novembre 2015

Enrico V al Barbican Centre


Poche opere teatrali scaldano il cuore degli inglesi quanto Enrico V, un dramma storico capace di risvegliare sopiti ardori patriottici nel più tranquillo calzolaio di Leeds. Vuoi perché parla di un trionfo contro i tanto combattuti francesi, vuoi perché al grido di "Inghilterra e San Giorgio!" ci si lancia in battaglia e forse anche per il celebre discorso di San Crispino, Laurence Olivier ne realizzò un famoso film nel 1942 per scaldare gli animi delle truppe britanniche in Europa. Oggi questo spirito nazionalistico è meno richiesto e questa produzione sembra essere d'accordo: non virtù militare, ma umana.

Il Principe Hal è salito al trono con il nome di Enrico V e accampa diritti sul trono francese per via di lontane parentele. Il Delfino, indignato, risponde con un regalo degno di un re: un cesto di palle da tennis. Enrico allora decide di invadere la Francia e dopo una lunga campagna riesce a sconfiggere le truppe francesi ad Agincourt e sposare la figlia del Re di Francia, Katherine, sancendo una pace tra le due nazioni rivali.

Gregory Doran ha diretto questo nuovo allestimento della Royal Shakespeare Company con grazie ed ironia: messo da parte l'ardore nazionale, Enrico diventa una sovrano saggio che ama il suo popolo e vuole il meglio per il suo Paese. Alex Hassell è un bravo Enrico, forse un po' sotto tono nelle scene della battaglia, ma ottimo  nei momenti più umani e combattuti del personaggio. Simpatico il Pistola di Anthony Byrne e davvero impeccabile il coro, il "personaggio" interpretato da Oliver Ford Davies che svela i meccanismi metateatrali del dramma. Jennifer Kirby è davvero eccellente nel ruolo di Katherine, ha solo due scene ma la sua è probabilmente la performance migliore della serata.

Alex Hassell è Enrico V


Deludenti gli interpreti del resto della casata reale francese: Jane Lapotaire fatica nel ruolo della Regina Isabella, Simon Thorp è un dimenticabilissimo Re di Francia e Robert Gilbert è più irritante che altro nel ruolo del Delfino.

Per il resto, i costumi e le scenografie di Stephen Brimson Lewis sono semplici ma eleganti, come del resto lo è tutta la produzione. Privato del suo cuore guerriero, Enrico V al Barbican garantisce una serata molto piacevole ma forse poco incisiva.

★★½

domenica 15 novembre 2015

Les Misérables al Queen's Theatre


Tratto dall'omonimo romanzo di Victor Hugo, il musical Les Misérables è uno dei più grandi fenomeni teatrali al mondo: tradotto in più di venti lingue e recentemente adattato in un film da Oscar, il musical è in scena a Londra da più di trent'anni. Con una spettacolare colonna sonora di Claude-Michel Schönberg e Alain Boublil, Les Miz racconta la straordinaria storia di Jean Valjean, ex galeotto rilasciato dopo 19 anni di prigione, tra redenzione, fuga ed eroismo nella Francia del XIX secolo. E, nel suo viaggio lungo quasi trent'anni, Valjean avrà l'occasione di incontrare una carrellata di personaggi memorabili: la sfortunata Fantine, la dolcissima Cosette, i perfidi Thénardier, il prode Enjolras, l'infelice Éponine, il romantico Marius ed il temibile e tenace ispettore Javert, che dà la caccia a Valjean dal giorno del suo rilascio.

Con una regia funzionale e pulita di Trevor Nunn e John Caird, gli ottimi costumi di Andreane Neofitou e le splendide scenografie di John Napier, Les Misérables è uno show davvero epico e pochi altri musical riescono a coinvolgere il pubblico quanto questo. Certo, il cast di oltre trenta artisti in scena (per non parlare dell'orchestra dal vivo) gioca il suo ruolo e quando tutti gli interpreti sono a proprio agio nelle rispettive parti il risultato finale è straordinario.

Adam Bayjou è un bravo Valjean, rude e ribelle nelle prime scene e poi via via più dolce e affettuoso con il passare del tempo; anche la sua voce è bellissima e il suo grande momento nel cuore del secondo atto, Bring Him Home, è da brividi. Il Javert di Jeremy Secomb è violento e tormentato, ma la voce è pazzesca e il suo soliloquio Stars è stato il momento più applaudito della serata. Rob Houchen interpreta Marius da quasi tre anni e si comincia ad avvertire un po' di stanchezza nella sua performance che, tuttavia, è comunque buona. Anche Carrie Hope Fletcher (Eponine) è nel cast dallo stesso tempo di Houchen, ma la sua bravura sembra aumentare di replica in replica: è la terza volta che la vedo e la sua On My Own è da urlo. 


Rachelle Ann Go è una Fantine struggente e la sua canzone I Dreamed A Dream, la più famosa del musical, è di un'intensità devastante; altrettanto brava è la "figlia" Cosette, interpretata dal grazioso soprano Zoë Doano. Bradley Jaden è un carismatico Enjolras dalla voce possente e il piccolo Toby Ungleson è un divertente Gavroche, il monello di strada. L'unico punto debole sono i Thénardier di Phil Daniels e Tamsin Dowsett: trascurano completamente gli aspetti più tenebrosi dei loro personaggi e trasformano le parti in ruoli esclusivamente comici.

Les Misérables è uno di quei musical pazzeschi in cui il tutto è più della somma delle singole parti e l'energia in scena è semplicemente adrenalinica... insomma, se è in scena da più di trent'anni un motivo ci sarà.

martedì 10 novembre 2015

RoosevElvis al Royal Court Theatre


Il Team, la compagnia teatrale di Brooklyn che scrive e interpreta lavori sulla vita americana moderna, ha portato il suo ultimo lavoro al Royal Court Theatre. RoosEvelvis è il risultato degli sforzi congiunti dei membri del Team ed è un buon esempio di teatro dell'assurdo moderno.

Ann e Brenda passano insieme un weekend di passione, ma quando Ann scopre che Brenda è stata sposata con un uomo si raffredda e la lascia andare. Pentita, la donna decide di intraprendere il viaggio che sogna da anni e di andare a Graceland, la leggendaria tenuta di Elvis a Memphis. Ad accompagnarla ci saranno il presidente Theodore Roosevelt e lo stesso Elvis, personaggi in bilico tra allucinazioni e allegorie, le due parti dell'anima di Ann: avventurosa e autodistruttiva. 

Nel ruolo di Ann ed Elvis c'è la brava Libby King, solida e infelice, mentre Brenda e Roosevelt sono interpretati dalla fenomenale Kristen Sieh. Grazie all'ottima regia, alla scenografia pratica e funzionale e ai bei video realizzati per integrare la trama, RoosevElvis è una bella commedia sui ruoli che la società ci impone, sulla solitudine e sull'amore.

Certo, in confini tra Ann ed Elvis o tra Brenda e Roosevelt non sono sempre chiari, ma questo è parte integrante del fascino della commedia: è una piece in cui tutto si sovrappone e non è chiaro se quello che vediamo sia la realtà o un'allucinazione.

RoosevElvis è una "road play", la storia di un viaggio che è sia fisico che spirituale alla ricerca di noi stessi e della felicità.

Come vi piace al National Theatre


As You Like It è una delle commedie shakespeariane più amate e rappresentate e il National Theatre ne ha appena messo in scena una nuova produzione diretta da Polly Findlay.

L'usurpatore Federigo esilia la nipote Rosalind, figlia del legittimo duca, che fugge insieme alla cugina Celia. Travestitasi da uomo e sotto il nome di Ganimede, Rosalind si nasconde nella foresta di Arden. La foresta si rivela essere una scelta piuttosto popolare per le fughe: il duca padre di Rosalind e la sua sua corte esiliata vaga tra gli alberi di Arden, così come il giovane Orlando ed il fedele servo Adam. Tra agnizioni, amori e redenzione, As You Like It è un'elegante commedia in cui tutto può accadere sotto l'ombra degli alberi.

Rosalie Craig è una brava Rosalind, ironica e affascinante, tesa nei momenti con Orlando, ma anche capace di tenerezza, esasperazione e amore. La migliore performance della serata è quella di Patsy Ferran, una Celia dalla lingua appuntita e dagli sguardi ironici. Per il resto il cast è buono ma niente di speciale, con l'eccezione di Fra Fee nel ruolo del musico Amiens: ha una bellissima voce ed era una capra davvero fenomenale nella scena del gregge.

Il grosso problema di questa produzione è che, pur senza avere dei grossi problemi, non riesce mai a brillare: tutto funziona, ma niente spicca. Lo stesso vale per la regia di Polly Findlay, che non riesce sempre a valorizzare i momenti più importanti ed il risultato finale è un po' sconfortante: è una commedia che non fa ridere.

Il cast nella foresta

La scenografia di Lizzie Clachan è riuscita a creare un cambio di scena sbalorditivo: l'ufficio della prima scena si trasforma lentamente della foresta, con i tavoli e le sedie che si sollevano uno dopo l'altro fino a creare l'intreccio di rami, foglie e alberi. Il colpo d'occhio è pazzesco, ma dopo poco ci stanca di questa foresta grigia, metallica e squallida e mi sembra che si sia persa l'occasione per creare qualcosa di davvero magico.

Il risultato finale è in qualche modo simile alla foresta: artificiale, funzionale, ma niente di più.

lunedì 2 novembre 2015

Photograph 51 al Noël Coward Theatre



A diciasette anni dal suo acclamato debutto teatrale londinese, Nicole Kimdan torna a calcare i palchi del West End in una nuova opera della drammaturga statunitense Anna Ziegler

Photograph 51 racconta delle ricerche di Rosalind Franklin, la chimica britannica che per prima intuì e riuscì a fotografare la struttura a doppia elica del DNA. Ostacolata dal maschilismo dei colleghi nella Londra del secondo dopoguerra, Rosalind combatterà per avere il rispetto che merita, ma alla fine si vedrà soffiare il Nobel dai suoi rivali e perdere la vita a causa di un tumore sviluppatosi per l'eccessiva esposizione ai raggi X.

L'ultima opera della Ziegler è sicuramente un dramma importante che racconta una storia poco conosciuta con precisione e anche una buona dose di ironia. Certo, la piece soffre un po' dell'eccessiva (ma giustificabile) freddezza della protagonista e, di conseguenza, non coinvolge completamente il pubblico finché la scienziata non comincia a dimostrarsi un po' più umana. 

Nicole Kidman brilla nel ruolo di Rosalind e la sua è un'interpretazione intelligente e misurata che riesce a far trapelare i veri sentimenti della scienziata dalla maschera di gelida diffidenza che si impone. Photograph 51 è sicuramente il suo spettacolo e non sarebbe male vederla riprendere la parte anche sul grande schermo, dove le sottigliezze della sua recitazione non andrebbero sprecate come in un teatro da 1500 posti.

Molto bravo è anche il resto del cast: Stephen Campbell Moore (Maurice Wilkins), Will Attenborough (James Watson), Edward Bennett (Francis Crick), Patrick Kennedy (Don Caspar), Joshua Silver (Ray Gosling).


Rapida ed efficacie è la regia di Michael Grandage, che sfrutta al meglio la scarna scenografia di Christopher Oram per suggerire i veloci cambi di scena ed il susseguirsi di scene brevi ed incisive. Photograph 51 è uno di quei casi in cui un ottimo cast eleva il materiale che interpreta e il risultato finale, soprattutto grazie all'ottima interpretazione della Kidman, è notevole.

★½

Il racconto d'inverno al Garrick Theatre


Kenneth Branagh parte col botto con la sua neofondata compagnia teatrale (la, guarda caso, Kenneth Branagh Theatre Company), che dal settembre di quest'anno a quello del prossimo occuperà il Garrick Theatre di Londra. Per inaugurare la stagione, Branagh (nelle vesti di produttore, regista e primo attore) ha scelto uno dei romances di Shakespeare, il bellissimo Racconto d'inverno, e ha voluto accanto a sé sul palco una delle più grandi attrici viventi: Dame Judi Dench.

Il racconto d'inverno è un testo che sfugge a una classificazione ben precisa: spesso viene etichettato come una commedia, ma una commedia non lo è davvero. E' più una "scampata" tragedia, una tragedia con il lieto fine. O, per farla breve, un romance (l'etichetta data alle ultime quattro agrodolci opere di Shakespeare). E' una storia di amore e gelosia, perdite ed agnizioni, sull'essere padri e sull'essere figli, sul perdonare e sul perdonarsi.

Quella messa in scena da Kenneth Branagh, con l'aiuto del co-regista Rob Ashford, è una produzione molto tradizionale di un classico ed è, in una parola sola, meravigliosa. Impeccabile è l'aspetto tecnico, dai bei costumi e dalle belle e semplici scenografie di Christopher Oram al disegno luci di Neil Austin, dal suono curato da Christopher Shutt alle eleganti melodie di Patrick Doyle.

Ma la vera magia qui è il cast, un gruppo nutrito ed eterogeneo di attori fenomenali. Poche volte capita di assistere a uno spettacolo con un cast così perfetto, dove ognuno riesce a dare assolutamente il meglio nel proprio ruolo, per quanto piccolo esso sia. Kenneth Branagh (ancora lui!) è il gelosissimo Leontes e forse è proprio lui il membro più fragile del cast. Forse perché troppo occupato con la regia, la performance di Branagh ricorda quelle dell'ultimo Olivier (un attore a cui Branagh viene spesso paragonato), un po' sopra le righe e con una ricerca eccessiva del virtuosismo. Ma è una pecca che gli si viene perdonata facilmente, dato che traspare solo in alcuni momenti. Jessie Buckley è una Perdita deliziosa, fresca e solare, il bel Tom Batem è un ottimo Floritzel, coinvolgente ed energico, John Dagleish ruba la scena nei panni del maligno Autolycus, Hadley Fraser è un solido e virile Polixenes. Ottimi anche gli "anziani" del cast: l'Antigonus di Michael Pennington e il Camillo di John Shrapnel portano alla scena un'aurea di benevola autorevolezza e Jimmy Yuill è esilarante nel ruolo del Pastore.

Judi Dench e Kenneth Branagh durante le prove

Le interpretazioni migliori, però, sono quelle di due attrici. La prima è Miranda Raison, che nel ruolo dell'oltraggiata regina Hermione regala una performance densa e coinvolgente, lasciando parecchi occhi lucidi (inclusi i miei) alla fine della sua disperata arringa in propria difesa. L'altra è, ovviamente, Judi Dench. Prossima all'ottantesimo compleanno, Dame Judi ci ricorda che la classe non è acqua e che se lei viene considerata una delle più grandi interpreti shakespeariani al mondo un motivo forse ci sarà. La sua performance è una vero e proprio master class sulla recitazione: con una naturalezza commovente e un'eleganza davvero regale, Judi Dench dà vita al personaggio secondario di Paulina e la rende la protagonista di alcuni dei momenti più toccanti di tutto lo spettacolo. Capace di creare emozioni come nessun altro attore, Dame Judi padroneggia quell'altissima forma di recitazione che va al di là della tecnica e della formazione: si spoglia della propria personalità e diventa il personaggio che interpreta. E assistere a una performance come questa è un onore più che un piacere.

Non ricordo neanche l'ultima volta che sono uscito da un teatro con la sensazione di aver vissuto un'esperienza così emozionante, intensa e catartica come quando ho lasciato il Garrick dopo una rappresentazione di Winter's Tale. E' sempre bello farsi ricordare quanto meraviglioso il grande teatro possa essere e questa produzione del Racconto d'inverno è un assoluto capolavoro.