lunedì 15 novembre 2021

Giselle alla Royal Opera House


Più che una vera e propria recensione questa è una lettera d'amore per Marianela Núñez, la straordinaria prima ballerina del Royal Ballet. La scorsa settimana l'ha vista impegnata in due repliche di Giselle – le numero 601 e 602 nella storia della compagnia –, in cui ha danzato prima nel ruolo dell'eponima protagonista e poi in quello di Myrtha, la regina delle Villi. Quello della forosetta Giselle è diventato ormai il suo cavallo di battaglia e proprio in questo ruolo tre anni fa aveva celebrato i suoi vent'anni con la compagnia. Ma, come direbbe Enobarbo, 'age cannot wither her' e anno dopo anno la Núñez si riconferma sempre di più come l'erede naturale della prima ballerina assoluta Alessandra Ferri. La sua Giselle non ha la focosità popolana della Osipova, ma brilla di luce propria dal momento in cui entra in scena. Nessuno potrebbe negare che la sua Giselle è probabilmente la figlia illegittima di un aristocratico, tanto regalmente si muove sul palco, tanto raffinata e la sua postura, ogni gesto e ogni movenza. Come hanno notato i critici, ormai la ballerina è a quel punto della sua carriera in cui ogni passo, per quanto intricato e frutto di anni di studi e lavoro, sembri ormai naturale ed eseguito senza sforzi: la danza è la lingua madre della Núñez, che la parla con una maestria difficile da imitare o eguagliare da chi le sta intorno.

Il suo storico partner Vadim Muntagirov è Albrecht e ciò non sorprende, dato che pochi altri riuscirebbero a tenerle testa per tecnica e stile. Muntagirov riesce a combinare virtuosismo e modestia, danzando con grande stile ma senza pavoneggiarsi. La sua è una performance particolarmente convincente nel primo atto, quando delinea un Albrecht ironico e affettuoso, leggero e che non prende nulla troppo sul serio. La grande alchimia con la Núñez regala uno splendido primo atto, coronato dalla scena della pazzia di Giselle: qui la prima ballerina argentina combina grande tecnica e una recitazione di grande intensità per delineare il ritratto di una mente fratturata. Risorgerà dopo l'intervallo come il più etereo degli spiriti, che con grazie e coraggio darà la forza all'uomo che le ha spezzato il cuore di superare la prova delle Villi. L'amore della sua Giselle trascende la morte e il suo candore dona grazia e perdono non sono ad Albrecht, ma a tutto il pubblico.

Marianela Núñez è Giselle

Un paio di sere dopo la ballerina ritorna in grande stile a Covent Garden non più come amante, ma come aguzzina di Albrecht. Nel ruolo di Myrtha, la regina delle Villi, la Núñez colpisce ancora una volta per la naturalezza e la precisione del suo stile, ma ancora una volta è la sua recitazione a darle quel qualcosina in più che non si può insegnare né imparare. La sua Myrtha nasconde dietro a una rigidità glaciale una natura più profonda, il ricordo di quando è stata umana. Quando Giselle – una splendida Yasmine Naghdi, elegante ed espressiva – le si para davanti per proteggere Albrecht – l'eccellente Matthew Ball (Swan Lake), in ottima forma – la Núñez indietreggia coprendosi il volto. Questo gesto, imitato da tutte le Villi, fa naturalmente parte della coreografia di Peter Wright, ma la ballerina argentina gli infonde un significato profondo: non indietreggia come Dracula davanti a un crocifisso, ma ricorda la regina delle nevi di Andersen, il cui algido cuore si scioglie davanti alla vista dell'amore. Quando Giselle danza per salvare Albrecht, la sua Myrtha si volta a guardarle con la coda dell'occhio e, quando lo fa, la sua postura di ammorbidisce momentaneamente. Le Villi, del resto, sono spiriti di donne morte prima del matrimonio, uccise dal tradimento degli uomini che avevano giurato loro eterno amore: la Myrtha della Núñez ha degli sprazzi di umanità che emergono, forse dopo secoli, tra le gelide membra da regina. Guardando Albrecht e Giselle, lei sembra rammentare il suo amore passato e perduto. Quando le campane risuonano per segnalare l'alba e, di conseguenza, la fine del suo potere su Albrecht, il volto della Núñez è attraversato da un'espressione di sollievo, come se uccidere il conte non fosse tanto il suo desiderio, quanto più il suo dovere. Imprigionata in un ruolo innaturale e sovrannaturale, Myrtha lancia un ultimo sguardo ai due amanti prima di sparire tra i primi raggi dell'alba: il miracolo di Giselle non è stato salvare Albrecht, ma ricordare alla regina delle Villi che, un tempo, anche lei aveva un cuore.

Matthew Ball (Albrecht) e Yasmine Naghdi (Giselle)


Accanto a questi cinque grandi interpreti, il cast che si affolla intorno a loro completa delicatamente la storia. Nella replica dell'8 novembre si è distinto particolarmente il gruppo del pas de six, capitanato dall'eccellente William Bracewell, fresco di uno straordinario debutto come Romeo nel balletto di Kenneth MacMillan. Molto bravo anche Luca Acri, che ha rimpiazzato Lukas B. Brændsrød nel ruolo di Hilarion: laddove il secondo è prestante e virile, il primo colpisce per il suo aspetto più fanciullesco e la grande rapidità dei movimenti, regalando un ritratto del personaggio più gentile e che ne rende la morte ancora più tragica. Nella replica del 10 novembre è invece Joseph Sissens a rubare la scena durante il pas de six, ma la vera novità è quella portata da Ball. Dei quattro Albrecht visti in queste due settimane, Ball è decisamente il più arrogante e superficiale, tanto che la sua caratterizzazione del personaggio spinge tutti i suoi colleghi ad alterare la propria. In particolare capiamo bene perché la Berthe di Kristen McNally è così restia ad accettare il legame tra la figlia e il giovane, che del resto dà ampia prova della sua superficialità. Quando viene scoperto dagli amici e dalla fidanzata, l'Albrecht di Ball è lesto nel liquidare la situazione come una sciocchezza, e mentre per Reece, Bonelli e Muntagirov è evidente che il conte stia inventando una scusa per giustificarsi, l'Albrecht si Ball sta dicendo la verità e tutta la scena nel villaggio non è stato che un interludio ludico per lui. Anche la morte di Giselle non sembra segnarlo così nel profondo: è turbato e scioccato dal suicidio della giovane, ma è la colpa ad angustiarlo, non la fine di un grande amore. Soltanto nel secondo atto il suo Albrecht maturerà e diventerà uomo, reso tale dall'amore immortale (e non del tutto meritato) che Giselle nutre per lui. La sua è una performance memorabile e quella con la splendida Naghdi è una partnership chiaramente destinata a durare e dare grandi risultati.

In breve. Ogni cast porta qualcosa di nuovo a Giselle, ma anche in mezzo a tutte le eccellenze del Royal Ballet Marianela Núñez si conferma essere il gioiello della corona.

★★★★

Pride and Prejudice* (* Sort Of) al Criterion Theatre


È una verità universalmente riconosciuta che Jane Austen è una delle scrittrici più amate e popolari della letteratura inglese. Parte di questo successo non si deve solo al suo spirito di osservazione più unico che raro, alla sua prosa cristallina e alla sua ironia sottile, ma anche ai numerosi adattamenti di grande successo dei suoi romanzi. L'intensa storia d'amore tra Hollywood e la Austen è iniziata nel 1940 e da allora abbiamo visto dozzine di film tratti da Emma, Persuasione, Mansfield Park e  Ragione e sentimento. Sono quasi quindici anni che i fan dibattono accanitamente per stabilire quale sia il miglior adattamento di Orgoglio e pregiudizio: per alcuni è la leggendaria miniserie della BBC del 1995, mentre per altri è il film del 2005. La miniserie è un'accurata riduzione televisiva che ripropone dettagliatamente il mondo creato dalla Austen e la sua ironia, ma ha anche il merito di aver lanciato la carriera di Colin Firth. Il film di Joe Wright, invece, ha consacrato Keira Knightley in un adattamento più sintetico e dal taglio un po' più moderno, che rimane fedele nello spirito al romanzo originale.

Quello di Isobel McArthur è un adattamento meno ambizioso, ma che sicuramente metterà d'accordo tutti i fan della Austen. Questa esilarante commedia musicale è una rilettura in chiava metateatrale di Orgoglio e Pregiudizio narrato interamente dai personaggi più periferici dell'opera di Jane Austen: i servi e i domestici che si affaccendano in giro per casa mentre i protagonisti vivono le loro storie d'amore. Le cinque serve – tutte bravissime e con formidabili accenti scozzesi – mettono in scena l'interno romanzo, destreggiandosi tra dozzine di personaggi e cambi repentini di scena. Il tutto, ovviamente, fatto in modo molto tongue in cheek: quella della McArthur è una rielaborazione molto moderna e posso assicurarvi che non esistente niente di più esilarante di vedere una damina in abiti Regency lasciarsi scappare un "shit" o "fuck".

Mr Bennet e le cinque donne Bennet


Ma non lasciatevi ingannare dalle apparenze: dietro il senso dell'umorismo sfacciato e irriverente si cela una profonda comprensione del romanzo della Austen e, a tratti, si ha l'impressione che queste cinque meravigliose attrici praticamente sconosciute abbiano catturato l'essenza delle eroine – e degli eroi – austeniani meglio di tanti premi Oscar. L'Elizabeth di Meghan Tyler, in particolare, è un vero gioiello e dietro alla sua ironia da Saturday Night Live vivono intense emozioni: quando si rende conto di aver malinterpretato Darcy e pensa di averlo perso per sempre, spezza il cuore portando in scena un dolore tanto diretto quanto devastante. Alla McCArthur non dobbiamo solamente il geniale adattamento per le scene, ma anche delle grasse risate: nel duplice ruolo della signora Bennet e di Mr Darcy regala i momenti più esilaranti della serata e non vedo l'ora di vederla riadattare ed interpretare qualche altro classico. Il resto del cast non è assolutamente da meno: Tori Burgess (Mary/Kitty/Mr Collins/Mrs Gardiner), Christina Gordon (Jane/Wickham/Catherine de Bourgh) e Hannah Jarrett-Scott (Charlotte/Bingley/Caroline) completano il cast con le brillanti interpretazioni che mettono in luce i loro talenti da caratteriste, cantanti e musiciste.

L'autrice Isobel McArthur nel ruolo di Mr Darcy

La capace regia di Simon Harvey mantiene sui binari giusti uno spettacolo che, altrimenti, potrebbe risultare eccessivamente sopra le righe, ma questo Orgoglio e pregiudizio abbraccia la propria metateatralità ed esalta quello che altri nasconderebbero. È un "gioco teatrale" nella più pura essenza del termine, in cui cinque fantastiche attrici fanno rivivere con semplicità un mondo che era della Austen, ma che in fondo è anche il nostro. Quello di Pride and Prejudice* (*sort of) è un piccolo miracolo, quello di uno spettacolo nato in provincia e – forte del passaparola e delle recensioni positivissime – è arrivato, passo dopo passo, sulle più prestigiose scene londinesi, quelle del West End. E nessuno potrebbe meritare questo successo più della McArthur e delle sue compagne: né gli amanti del teatro, né gli amanti della comicità, né – soprattutto – gli amanti della Austen potranno rimanere delusi da questa vera e propria gemma che va in scena al Criterion Theatre otto volte a settimana fino ad aprile. Quindi, se passate per Londra, seguite i consigli della signora Bennet e trattare questo musical come se fosse un ricco scapolo: non lasciatevelo sfuggire!

In breve. Una dissacrante rilettura del romanzo della Austen rende Pride and Prejudice* (*sort of) una delle commedie più brillanti che Londra abbia da offrire. Il solo Mr Bennet vale da solo il prezzo del biglietto.

★★★

sabato 6 novembre 2021

Jenna Russell a Cadogan Hall


Dopo quasi quarant'anni dal suo debutto sulle scene londinesi, Jenna Russell si è finalmente sentita pronta a tenere il suo primo concerto. Acclamata attrice e cantante, la Russell si è distinta per il suo vasto repertorio, che abbraccia tragedie di Shakespeare e Marlowe tanto quanto musical contemporanei di Jason Robert Brown e Jeanine Tesori, ma ad averla resa una beniamina del pubblico londinese sono le sue raffinatissime interpretazioni dell'opera di Stephen Sondheim. Fu proprio in un musical di Sondheim, Sunday in the Park with George, che fece il suo debutto a Broadway nel 2008 e ottenne una candidatura al Tony Award; l'anno prima aveva recitato nel musical a Londra, vincendo il Premio Laurence Olivier per la sua acclamata interpretazione del duplice ruolo di Dot e Marie. Noi l'avevamo vista cinque anni fa (!!!) in Grey Gardens, dove aveva regalato al pubblico una performance monumentale in un altro duplice ruolo, quello di Big e Little Edie. 

Visibilmente emozionata per questo debutto tardivo, Jenna si presenta sul palco con il suo atteggiamento alla mano da anti-diva, ma non lasciatevi ingannare: è davvero una star. Spigliata nei suoi aneddoti sullo show-business e la propria carriera, la cantante ripercorre i quattro decenni di attività sulle scene, cantando brani dai suoi primi successi (come "I Dreamed a Dream" da Les Misérables) e canzoni dalle sue ultime imprese (una bellissima "Another Winter in a Summer Town" da Grey Gardens, "Non Je Ne Regrette Rien" da Piaf). Alternando canzoni drammatiche ed altre più divertenti ("No Cocaine in Cancun", "Don't Jump Off The Roof, Dad"), la serata scorre piacevole in un'atmosfera intima che farebbe pensare più a un dopo cena tra amici che un concerto tenuto da vera e propria aristocrazia del West End.


Certo, come ogni prima volta anche questo concerto ha le sue pecche: come era successo durante lo spettacolo di Chita Rivera, anche questa volta l'acustica è piuttosto infelice, per non parlare di un percussionista un po' troppo irruento che avrebbe spesso ha coperto la voce della Russell. Il secondo tempo soffre anche di una scelta di canzoni non riuscitissima, ma la serata si risolleva gloriosamente nel finale, quando l'attrice ha cantanto due eccezionali versioni di "Children and Art" e "Losing My Mind" che le sono valse una standing ovation.  Certo, magari un duetto e un secondo encore non avrebbero guastato alla fine, ma queste due ore sono state comunque una splendida serata trascorsa con una grande artista e, se non altro, hanno riacceso la speranza di rivederla prestissimo a teatro.

★★★★

venerdì 5 novembre 2021

Giselle alla Royal Opera House


L'allestimento di Sir Peter Wright di Giselle, il balletto romantico per eccellenza, viene riproposto regolarmente a Covent Garden dal suo debutto nel 1985. Non è difficile capire il perché: la messa in scena elegante e tradizionale ci ricorda il motivo per cui Giselle è un classico, mentre le coreografie mettono in bella mostra non solo il talento dei ballerini principali, ma dell'intero corpo di ballo del Royal Ballet.

Giovedì 6 novembre la forosetta innamorata del principe è tornata a danzare alla Royal Opera House per la prima volta dopo il Covid e, per l'occasione, il ruolo della protagonista è stato interpretato ancora una volta da Natalia Osipova. Quando la ballerina russa danzò per la prima volta nella parte di Giselle nel 2014 la critica la osannò come una vera e propria rivelazione: a sette anni di distanza è chiaro che la Osipova verrà ricordata come una delle migliori – o, forse, la migliore – Giselle della sua generazione. Non è solo la sua tecnica impeccabile, forgiata al Bol'šoj, a rendere Osipova così memorabile nel ruolo della protagonista, ma la passione di cui investe il personaggio. La sua Giselle potrà anche essere una contadinella, ma brucia di una passione intensa con cui tinge ogni gesto e movenza. Ci si sente quasi a disagio a vederla accarezzare così voluttuosamente il mantello di Bathilde e i suoi sentimenti per Albrecht sono così evidenti e divoranti che neanche ci chiediamo perché si suicida per aver perso un uomo conosciuto mezz'ora prima. Tecnicamente perfetta, atletica e aggraziata, Osipova è impeccabile sia come contadina che come spirito e la scena della pazzia, così come le intense scene finali, valgono a sole il prezzo del biglietto.

Reece Clark e Natalia Osipova

Il cast intorno a lei, del resto, non è da meno. Il suo Albrecht è il primo solista gallese Reece Clark, con cui aveva già danzato prima del lockdown. Giselle conferma che la loro partnership è destinata a diventare un sodalizio artistico molto proficuo e i due in scena fanno scintille. Clark la eguaglia nella solidissima preparazione tecnica, anche se emotivamente non è ancora al suo livello. L'Albrecht di Clark è perfettamente riuscito come aristocratico arrogante e scanzonato nelle prime scene, ma il finale non riesce del tutto a raggiungere quel picco tragico di perdita e sofferenza che dovrebbe concludere il balletto. Però glielo si perdona volentieri ed è difficile ricordare che questo era il debutto di Clark nel ruolo. Nei ruoli da comprimari spiccano l'Hilarion di Lukas Bjørneboe Brændsrød e la Myrtha di Mayara Magri: il primo colpisce perché – per una buona volta – per grazie e bellezza il suo personaggio è un vero e proprio rivale di Albrecht, mentre la seconda (anche lei al suo debutto nella parte) è una regina delle Villi particolarmente eterea.

Federico Bonelli e Lauren Cuthbertson

Venerdì sera invece è andata in scena la replica numero 660 di questo allestimento, con i primi ballerini Luren Cuthberston e Federico Bonelli nei ruoli degli sfortunati amanti. La rappresentazione segna il ritorno a Covent Garden della Cuthberston dopo la nascita della figlia Peggy e per quanto rimpiazzare la Osipova possa essere una prospettiva spaventosa, la ballerina si fa onore. Fisicamente la Cuthbertson non ha le doti straordinarie della sua collega russa, ma rimane comunque una solidissima ballerina che si è spesso distinta per il suo grande talento recitativo e l'umanità di cui riveste i suoi personaggi. Se durante il primo atto non ha tante occasioni per brillare – che invece la Osipova è riuscita accuratamente a ritagliarsi – è nel secondo atto che la sua Giselle splende con più intensità. La sua Giselle non è solo molto ben riuscita da un punto di vista tecnico durante le estenuanti coreografie delle ultime scene, ma riesce ad incarnare profondamente lo spirito di sacrificio, la generosità e l'amore per il suo principe: la sua Giselle non è mai commovente come quando culla tra le proprie braccia lo stremato Albrecht. Il quarantatreenne Bonelli non sarà lontanissimo al ritiro, ma continua a dimostrarsi un ballerino eccezionale e un partner di rara sensibilità. Al contrario di Clark, Bonelli porta gravitas e pathos nelle scene finali e l'ultimo pas de deux commuove in un modo in cui la replica di giovedì non è riuscita. La trentina di Entrechat Six perfettamente riusciti ci ricorda inoltra che di tecnica e vigore ne ha ancora da vendere: Edward Watson (The Dante Project) si è appena ritirato e speriamo che Bonelli non lo raggiunga presto nel dare l'addio alle scene.

Il corpo di ballo


Venerdì sera Annette Buvoli ha sostituito all'ultimo momento Claire Calvert ne lruolo di Myrtha: anche per la Buvoli si tratta di un debutto, decisamente riuscitissimo. La sua regina della Villi non è soltanto eterea, ma ha anche quell'inflessibile durezza che alla Magri mancava. Nonostante il grande talento dei protagonisti, come spesso accade in Giselle, sono le Villi che rubano la scena: il corpo da ballo del Royal Ballet stupisce ancora una volta con una quarantina di ballerine che si muovono con grazia, precisione e perfetta sincronia. Se l'ultima cosa che vedono prima di annegare è il talento delle ballerine del Royal Ballet, allora le vittime delle Villi non si possono lamentare più di tanto.

In breve. Due diversi cast con le rispettive forze e debolezze fanno rivivere con successo il balletto romantico per definizione.

★★★★

domenica 31 ottobre 2021

'Night Mother all'Hampstead Theatre


Quasi quarant'anni fa 'Night Mother debuttava a Cambridge, Massachusetts. L'opera è l'unico successo di Marsha Norman, ma non c'è nulla di cui vergognarsi: il dramma ha vinto il Pulitzer, è rimasto in cartellone a Broadway per quasi quattrocento rappresentazioni ed è stato riadattato in un film con Anne Bancroft e Sissy Spaceck, Una finestra nella notte. La prima londinese è avvenuta all'Hampstead Theatre nel 1985 e ora, trentasei anni dopo, il teatro ospita il primo revival del dramma sulle scene britanniche, un nuovo allestimento diretto da Roxana Silbert

Jessie è prossima ai quarant'anni ed è tornata da poco a vivere con la madre Thelma nell'America rurale. Non si può certo dire che la vita le abbia sorriso: è divorziata, il figlio è in prigione per furto e la sua grave epilessia le impedisce di trovare un lavoro. Questi sono alcuni dei motivi che l'hanno spinta a decidere di suicidarsi, come rivela alla madre. Thelma da prima non le crede, ma quando la donna si rende conto che la figlia fa sul serio cerca disperatamente di farle cambiare idea ricorrendo ad ogni argomentazione...

Se devo essere sincero, ammetterò subito che non ho mai amato 'Night Mother. Mi è capitato di leggere il copione un paio di volte nel corso degli anni e l'ho sempre trovato stucchevole, poco realistico e – francamente – un po' noioso. Ma del resto si sa, il teatro vive sulle scene e non sulla pagina: quello che magari non sembra funzionare durante una lettura può diventare autentica dinamite teatrale. Questo, sfortunatamente, non è il caso e ho rivisto sul palco dell'Hampstead le stesse pecche che ho letto nel copione, ma amplificate da una regia maldestra e un casting non propriamente riuscito. Il problema dei two-hander – le opere teatrali con solo due personaggi – è che i due attori devono essere perfettamente calibrati e dello stesso livello. Quando questo successo la pièce diventa pura magia e, come nel caso di Camp Siegfried, vedere due grandi attori riempire e occupare la scena è come vedere una finale di tennis tra campionissimi. Quando questo non succede, invece, è come guardare una partita di birra pong giocata da due persone prossime al coma etilico.

Stockard Channing (Thelma) e Rebecca Night (Jessie)

Rebecca Night non è certo una cattiva attrice, ma qui si trova a interpretare un ruolo che semplicemente non è adatto a lei.  La prima interprete di Jessie fu il Premio Oscar Kathy Bates e coloro che l'hanno vista nella parte ne parlano ancora con ammirazione. Il personaggio di Jessie le era stato cucito addosso e la Bates, che all'epoca aveva solo un paio d'anni più della Night, portava in scena una persona che era evidentemente arrivata al capolinea. Rebecca Night è semplicemente troppo giovane e bella per il ruolo e non riesce mai ad apparire come qualcuno a cui tutte le porte sono state sbattute in faccia. Al di là della bellezza e della giovinezza, all'attrice manca quell'aria consumata, quella sinistra determinazione che sorge quando si è in trappola: è, in poche parole, poco credibile nella parte. La regia della Silbert non aiuta per niente e spesso sembra non sapere cosa far fare alle sue due attrici, che vagano sul palco in cerca di uno scopo e non riescono a trovare il dramma dentro il dramma.

Se c'è un motivo per vedere 'Night Mother è sicuramente Stockard Channing. Noi la conosciamo tutti come Rizzo in Grease, ma la Channing è un'attrice di primissimo livello con una lunga carriera a Broadway. Candidata a sei Tony Award e vincitrice di uno, l'attrice porta un po' del pathos e del dinamismo di cui la pièce ha disperatamente bisogno e vederla affrontare ed elaborare la notizia dell'imminente suicidio della figlia vale comunque il prezzo del biglietto. Forse con una regista migliore e una co-protagonista al suo livello, la Channing sarebbe riuscita a salvare la serata e rendere questo revival di 'Night Mother un evento teatrale, ma non trovando l'aiuto che le serve riesce almeno a brillare come il proverbiale faro nella notte.

Anne Pitoniak e Kathy Bates in 'Night Mother all'American Repertory Theatre nel 1982


È interessante notare che per quanto la prima produzione del dramma di sia rivelata un trionfo, nessuno degli allestimenti proposti negli ultimi quarant'anni è mai riuscito ad eguagliarne il successo. Né la prima londinese, né il secondo allestimento di Broadway del 2002, né tantomeno il film hanno ottenuto le stesse recensioni o consenso di pubblico. La verità è che ora il testo sembra tenue, la dimensione psicologica un po' artefatta e, come l'interpretazione della Night, poco convincente. Nessuno potrebbe vedere oggi l'opera a teatro e pensare che abbi vinto il Pulitzer e sia rimasta in scena a New York per un anno consecutivo. Del resto succede, le opere teatrali, così come le opere letterarie, invecchiano come le persone: alcune meglio ed altre peggio. La longevità di un'opera teatrale è difficile da prevedere perché, a differenza di un romanzo o di una poesia, il suo successo dipende da un'infinità di fattori: dal cast alla regia, dal pubblico allo scenografo,  sono molti gli elementi che determinano il successo o il fallimento di un dramma. Il Master Class del compianto Terrence McNally fu un successo a Broadway nel 1995 e vinse il Tony Award alla migliore opera teatrale; quando fu riproposto a New York nel 2012 i critici furono concordi dell'affermare che neanche l'attrice più talentuosa avrebbe potuto salvare un testo tanto mediocre. Forse solo chi si è seduto su una poltrona del John Golden Theatre nel 1983 e ha visto Anne Pitoniak e Kathy Bates recitare nei panni di madre e figlia sotto la regia di Tom Moore può veramente dire di aver visto e amato 'Night Mother.  A noi purtroppo rimane solo un testo che, forse, andrebbe definitivamente archiviato.

In breve. Neanche Stockard Channing riesce a salvare il mediocre allestimento di un dramma da dimenticare. 

★★

Metamorphoses alla Sam Wanamkaer Playhouse


Pochi autori hanno influenzato la cultura occidentale quanto Ovidio. Dante lo incontra nel limbo insieme ad altri grandi poeti come Omero, una scelta che ha suscitato perplessità in alcuni critici dell'ottocento e primo novecento, quando Ovidio era caduto in disgrazia. Ma non c'è da stupirci: gli echi delle Metamorfosi si sentono ovunque nell'Inferno – mai tanto evidenti quanto nel XXIV canto – e se pensiamo a un'altra delle grandi opere della nostra letteratura, il Canzoniere, non possiamo che chiederci quanto sarebbe più corta e più povera se Petrarca non avesse letto Ovidio. Ma questo fenomeno non si limita di certo all'Italia: il primo riconoscimento del genio di Shakespeare a noi pervenuto risale al 1598, quando Francis Meres scrisse che "the sweet witty soul of Ovid lives in mellifluous and honey-tongued Shakespeare". Ovidio è ovunque in Shakespeare: non solo nei sonetti e nei poemi narrativi, ma anche nel teatro. È la "sweet witty soul" di Ovidio ad averlo reso così popolare attraverso i secoli e i millenni, uno stile ricco e arguto, sottile e profondo, che si accompagna a una fantasia senza rivali. Ed è quindi quanto mai appropriate che alla Sam Wanamaker Playhouse, la ricostruzione di un teatro privato del periodo giacobita all'interno del complesso del nuovo Globe Theatre, vadano in scena le Metamorfosi di Ovidio, la titanica opera poetica che influenzò molte delle tragedie e delle commedia che furono rappresentate al Blackfriars Theatre.

Steffan Donnelly

Scritta da Sami Ibrahim, Laura Lomas e Sabrina Mahfouz, questa nuova riduzione teatrale delle Metamorfosi racconta una dozzina dei miti più noti nell'arco di quasi novanta minuti. Mentre l'acclamato adattamento di Mary Zimmerman stupiva per la sua poesia e la sua regia sofisticata, le Metamorphoses del Globe rifiutano effetti speciali per concentrarsi sul potere dello story-telling: al contrario del Macbeth dell'Almeida, qui è l'attore ad essere sempre e comunque al centro dell'attenzione ed è l'attore ad avvinghiare il pubblico con il ritmo intelligente della narrazione. Tra i miti raccontati – come quello di Orfeo, di Fetonte, di Atteone, di Mida e di Filomela – si può individuare un filone narrativo: l'ingiustizia e il prevaricamento, quello degli dei nei confronti degli uomini e quello degli uomini nei confronti delle donne. Oscillando tra momenti comici e altri tragici, la pièce ci racconta dello strapotere e delle sue vittime (solitamente femminili), dell'impossibilità di ottenere giustizia o, almeno, un'ammissione di colpevolezza. I miti sono rimaneggiati per piegarsi alla poetica degli autori – come del resto tutti questi miti sono stati scomposti e riscritti per secoli nei loro infiniti adattamenti letterari, teatrali, operistici o pittorici – e terminano però con una nota positiva, con una speranza di accountability. Al contrario dell'opera ovidiana, queste Metamorfosi terminano con il mito di Fetonte: quando Apollo guarda inorridito la devastazione della terra e la morte del figlio riesce finalmente ad ammettere che la colpa è tutta sua.

Irgan Shamji

I quattro attori – Steffan Donnelly, Fiona Hampton, Charlie Josephine ed Irfan Shamji – si alternano in dozzine di ruoli, portando alla luce il mondo di Ovidio con il solo potere della parola e semplici mezzi teatrali: quando Donnelly racconta dello stupro di Filomela, Josephine mangia voracemente una pesca, per poi sputarla quanto alla principessa ateniese viene mozzata la lingua. La regia di Sean Holmes e Holly Race Roughan è semplice e fantasiosa, ma non priva di pecche: a volte la pièce assume dei toni un po' troppo da scuola di recitazione e la scenografia di Grace Smart rovina soltanto lo splendido fondale in legno della Sam Wanamaker Playhouse. Tuttavia, il risultato finale è notevole e, a lume di candela, i personaggi delle Metamorfosi rivivono ancora una volta raccontando le storie che hanno forgiato il nostro immaginario collettivo, risuonando sempre attuali e moderne.

In breve. Una messa in scena semplice e fantasiosa fa risaltare il potere della parola e della narrazione in una nuova riduzione teatrale del capolavoro di Ovidio.

★★★½

giovedì 28 ottobre 2021

La Traviata alla Royal Opera House


È dal 1994 che l'elegante allestimento di Richard Eyre (Mary Poppins) viene riproposto regolarmente a Covent Garden e non è difficile capire il perché: non sono solo gli splendidi costumi e le belle scenografie ad aver reso questa messa in scena così amata e popolare, ma l'attenzione che Eyre – uno dei grandi registi teatrali britannici del secondo Novecento – mantiene sui legami tra tutti i personaggi. Non è solo l'amore tra Violetta e Alfredo ad essere messo sotto i riflettori, ma anche l'amore filiale tra Alfredo e Giorgio, e lo strano legame che si forma tra la protagonista e Germont. L'allestimento, semplice e classico, ha avuto i suoi alti e bassi nel corso delle oltre centocinquanta rappresentazioni svoltesi alla Royal Opera House, ma la prima di ieri sera si classifica decisamente tra le rappresentazioni più solide e di maggior successo.

Dopo aver trionfato nel ruolo al Metropolitan, Lisette Oropesa (Lucia di Lammermoor) porta la sua Violetta a Covent Garden per la prima volta e, a giudicare dall'ovazione durante la chiamata alla ribalta, non sono il solo ad essere rimasto colpito dal soprano cubano. Grazie alla sua splendida tecnica e grande impatto drammatico, la Violetta della Oropesa è un vero successo, sia nei momenti di maggior virtuosismo che in quelli più intimi. La sua Violetta sa sempre di morte, la malattia non è mai troppo lontana e per questo vive ogni momento con la passione di chi sa che potrebbe essere l'ultimo. Attaccata alla vita ma certa di doverla lasciare, questa Violetta raggiunge livelli davvero superbi nel terzo atto e il suo Addio del passato è tra i momenti più riusciti (e applauditi) della serata. È proprio nei dettagli che la Oropesa fa brillare la psicologia del personaggio e il proprio istinto drammatico, trasformando dei piccoli momenti (come quando canta al dottore "Non mi scordate" o, poco dopo, esplode in un "È tardi!") in pennellate indimenticabili con cui tratteggia con precisione e intelligenza il ritratto di Violetta.

Liparit Avetisyan e Lisette Oropesa nel primo atto

Al suo fianco il tenore armeno Liparit Avetisyan è un bravo Alfredo dalla voce limpida e dalla tempra giovanile: vocalmente è all'altezza della Oropesa durante i loro duetti, ma forse non la eguaglia sul piano della recitazione e i due non sembrano mai davvero innamorati. Ottimo il Germont di Christian Gerhaher, il noto interprete wagneriano che riveste il personaggio di grande umanità: se da un lato il suo Giorgio non assume mai quelle tinte più fosche portate in scena da altri interpreti, dall'altro Gerhaher rende il padre di Alfredo un personaggio estremamente reale e un vero e proprio protagonista della tragedia che si consuma in scena. Antonello Manacorda dirige l'orchestra senza colpi di testa e la partitura di Verdi viene resa in modo diretto a grande beneficio degli interpreti sul palco.

In breve. Un cast di alto livello riporta lustro a uno dei grandi classici del Covent Garden.

★★★★