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mercoledì 23 febbraio 2022

Tosca alla Royal Opera House


Tosca non è mai troppo lontana dal Covent Garden e dopo un paio di settimane in cartellone lo scorso dicembre il capolavoro pucciniano torna alla Royal Opera House per un'ultima manciata di repliche. L'allestimento – ormai storico, diretto da Jonathan Kent – segna anche il ritorno sulle scene londinesi di Angela Gheorghiu dopo quasi sei anni di assenza e la diva rumena torna in grande stile per celebrare i suoi trent'anni dall'esordio al Covent Garden. 

I suoi devoti fan erano ormai in astinenza dopo che la Gheorghiu aveva cancellato delle rappresentazioni nel 2018 e la accolgono festosamente appena mette piede in scena. Risulta però evidente che la voce non è più quella di un tempo: il registro acuto viene raggiunto solo con grande fatica, il vibrato è eccessivo, l'intonazione a tratti incerta. Considerando che negli ultimi anni il suo repertorio si è ridotto a non più di una mezza dozzina di ruoli, uno si aspetterebbe di più dalla sua Floria Tosca. Certo, sarebbe sciocco pensare che la voce possa essere la stessa del film del 2001, ma anche paragonandola al sua ultima Tosca londinese del 2016 il peggioramento c'è e si sente. Nel primo atto fatica a carburare, anche se una recitazione spumeggiante durante le scene di gelosia riesce comunque a divertire: il monito all'amante Cavaradossi "falle gli occhi neri" (riferito alla Madonna che sta dipingendo) è praticamente una minaccia e la sua Floria è quasi più temibile di Scarpia nella sua gelosia. Ache il secondo atto è sofferto e il suo Vissi d'arte fatica a librarsi fino al loggione: le "money notes" ci sono anche, ma con quanta fantica le raggiunge! Il terzo atto invece, pur non essendo mai stato il suo forte, risulta quello riuscito meglio: se non a livello canoro, la Gheorghiu eccelle nel mescolare l'istrionismo del primo atto e il dramma emotivo del secondo riuscendo a create una Tosca convincente e toccante per cui anche delle sporcature vocali riescono a diventare parti integranti della psicologia del personaggio. 

Angela Gheorghiu e Stefan Pop nel primo atto

La vera star della serata non è la Gheorghiu, bensì il suo connazionale Stefan Pop nei panni di Mario Cavaradossi. Se il suo "Recondita armonia" risulta un filo velato, il tenore rumeno si riprende in fretta e il suo ottimo Cavaradossi canta con ardore e voce squillante i suoi celebri "Vittoria" del secondo atto. Nel terzo invece regala il numero più applaudito della serata con un "E lucevan le stelle" con cui ha datto sfoggio a un ottimo timbro e tecnica, nonché notevoli capacità recitative e grande introspezione. Il terzo atto  – e, in particulare, il suo inizio – sono forse i momenti migliori dell'intera rappresentazione: la regia di Kent si libera dalle scenografie barocche e opulenti per portarci in cima a Castel Sant'Angelo, in cui un soldato si lava mentre sorge il sole. Con questa scena di purificazione accompagnata dal canto di un bambino, Puccini e Kent voltano pagina e insieme ci riportano a una dimensione più umana e in scala minore rispetto al pathos del secondo atto. L'aria di Cavaradossi, così attenta alle piccole cose ma anche musicalmente possente, segna il passaggio dalla prima alla seconda parte dell'atto e sia Kent che Pop catturano meravigliosamente il momento, rendendolo il culmine emotivo della serata.

Michael Volle ed Angela Gheorghiu nel secondo atto

Quando dico che il terzo atto è stato il migliore non voglio certo fare torto al bravo Scarpia di Michael Volle, che usa il suo potente timbro baritonale per costruire un personaggio particolarmente memorabile e ben realizzato. Il suo barone non è l'orco o il cattivo da film d'animazione messo in scena da certi cantanti, bensì un uomo potente e non privo di fascino che usa le ottime dosi recitative e canore per portare in scena un personaggio che sembra uscito dalle pagine dei giornali degli ultimi anni. Ottime anche le voci di Aled Hall, Chuma Sijeqa e Alexander Köpeczi che completano il cast nei ruoli di Spoletta, Angelotti e del sagrestano. Marco Armiliato conduce l'orchestra con più foga che raffinatezza, ma il risultato finale è comunque avvincente.

In breve. Angela Gheorghiu delude un po', ma la Tosca di Jonathan Kent rimane un emozionante spettacolo per gli occhi e per le orecchie.

★★★½

domenica 28 novembre 2021

Lo schiaccianoci alla Royal Opera House

"It's beginning to look a lot like Christmas" è qualcosa che a Londra si può dire già da fine ottobre e con l'accensione dei meravigliosi angeli di Regent's Street a metà novembre la stagione natalizia londinese è ufficialmente iniziata da un pezzo. Ma Natale a Londra non significa solo mince pies e mulled wine, dato che è Lo schiaccianoci di Čajkovskij a farne da padrone e se venite nella capitale britannica nelle prossime settimane avrete modo di scegliere tra ben tre diversi allestimenti del balletto: quello portato in scena dal Royal Ballet a Covent Garden, dall'English National Ballet al London Coliseum e in un'originalissima messa in scena firmata da Matthew Bourne al Sadler's Wells. 

Giovedì sera sono andato alla Royal Opera House per vedere il loro bellissimo Nutcracker, giunto il 25 novembre alla sua 503° rappresentazione con il Royal Ballet. La serata è stata resa ancora più speciale dalla presenza nel pubblico di Sir Peter Wright, il coreografo del balletto il cui novantacinquesimo compleanno ricorreva proprio giovedì. E sono certo che Sir Peter sarà stato fiero del suo lavoro che, come quasi ogni Natale, torna a portare bellezza e maglia a Covent Garden. Certo, come i critici fanno notare dalla sua prima nel 1892, la trama del balletto è molto tenue e, nel secondo atto, anche la parvenza di una trama che si potrebbe intravedere nel primo tempo scompare praticamente del tutto. Ed è un peccato che questo allestimento soffra ancora delle riduzioni imposte dal Covid, che qua si materializzano nel numero ridotto di topi e fiocchi di neve nel primo atto. Resta però vero che neanche il Grinch potrebbe rimanere indifferente a questo miracolo di Natale che, per bellezza, sfarzo e musicalità, non ha eguali sulle scene londinesi.

Fumi Kaneko è la Fata Confetto


Due sono i fattori che rendono Lo schiaccianoci un classico intramontabile: la partirua di Čajkovskij e il talento degli artisti del Royal Ballet. La prima annovera melodie intramontabili come la danza della Fata Confetto e il Valzer dei Fiori, meravigliosamente eseguiti dall'orchestra, superbamente diretta da Koen Kessels. Allo stesso modo, nonostante un paio di sostituzioni dell'ultimo minuto, anche i ballerini sono in ottima forma e regalano un'interpretazione elegante e gioiosa dei passi che a Covent Garden sono già stati danzati per oltre cinquecento rappresentazioni. Fumi Kaneko ha sostituito l'indisposta Natalia Osipova, ma niente nella sua tecnica e luminosità tradiva preoccupazione o poca preparazione. Visto lo scarso preavviso con cui ha sostituito la collega, colpisce soprattutto la splendida alchimia con Reece Clark nel ruolo di un principe Coqueluche particolarmente virile. Così come la prima ballerina giapponese, anche Clark danza divinamente unendo atleticità e raffinatezza. Entrambi sono ottimi quando presi singolarmente, ma è nell'applauditissimo grand pas de deux che raggiungono un vero e proprio trionfo di grazie e armonia.

Meaghan Grace Hinkis (Clara) e Leo Dixon (Hans Peter) alla fine del primo atto

È sempre difficile provare a stabilire chi sia il vero protagonista del balletto: Clara e lo Schiaccianoci dominano il primo atto e quasi spariscono nel secondo, mentre la Fata Confetto e il Principe non mettono mai piede in scena prima del secondo tempo, che però è dedicato interamente a loro. Le sapienti mani di Wright hanno provato a dare equilibrio allo Schiaccianoci facendo ballare Hans Peter e Clara in alcuni dei celebri pezzi del secondo atto, nonché scrivendo un prologo e un epilogo in cui si scopre che lo Schiaccianoci è il nipote dell'onnipresente Drosselmeyer, che si riesce a ricongiungere con il ragazzo solo nella scena conclusiva, dopo che Clara ha spezzato l'incantesimo che lo aveva trasformato in Schiaccianoci. Certo, questo non basta a dare una vera e propria struttura drammatica all'opera, ma permette almeno a Clara e Hans Peter di non essere solo spettatori durante il secondo atto. Questo sarebbe un peccato visto che i giovani Meaghan Grace Hinkis e Leo Dixon sono dei bellissimi protagonisti. Dixon ha sostituito Valentino Zucchetti nel ruolo dello Schiaccianoci: è stata la sua prima rappresentazione nel ruolo di Hans Peter e, nonostante qualche incertezza nel primo atto, se la è cavata più che egregiamente. Di grande bellezza sono stati il suo momento da mimo e la danza russa del secondo atto. Ma del resto tutto il cast regala grandi emozioni per la sua tecnica e affiatamento: sia i momenti più realistici del primo atto che quelli onirici del secondo vengono danzati egregiamente in uno Schiaccianoci che vorremmo non finisse mai. Quindi, se passata per quel di Londra, non esitate e andatevi a far stregare alla Royal Opera House: per entrare nel magico regno della Fata Confetto non dovrete nemmeno uccidere il Re dei Topi, basta prendere un biglietto!

In breve. La magia di Čajkovskij (e del Natale) rivive ancora una volta a Covent Garden.

★★★

giovedì 18 novembre 2021

Macbeth alla Royal Opera House


Nel 1847 Giuseppe Verdi scrisse al suocero per presentare il capolavoro a lui dedicato, descrivendolo come "Macbeth che io amo a preferenza delle altre mie opere". Il modesto successo dell'opera fu motivo di cruccio per il maestro, che rimise mano alla partitura nel 1865 per una nuova versione, anch'essa accolta tiepidamente dal pubblico, questa volta a Parigi. Sarebbe felice però di sapere che negli ultimi settant'anni l'opera è stata decisamente rivalutata ed è ora parte del repertorio dei maggiori teatri del mondo: la Scala inaugurerà la sua stagione tra un paio di settimane proprio con Macbeth, come aveva già fatto nel 1975 con un superbo allestimento con una straordinaria Shirley Varrett e Piero Cappuccilli. Alla Royal Opera House la produzione firmata da Phyllida Lloyd viene messa in scena saltuariamente dal suo debutto nel 2002 e torna ora a Covent Garden per la prima volta dal 2018.  

Il connubio della regia della Lloyd e della scenografia di Anthony Ward regalano un Macbeth stilizzato e claustrofobico, tutto rinchiuso tra mura che rievocano una prigione, un manicomio e il senso di ineluttabilità che attanaglia i protagonisti. In particolare è la corona che i due bramano a rivelarsi il rischio peggiore, una vera e propria gabbia dorata in cui entrano consapevolmente nel momento dell'incoronazione. È una messa in scena semplice e austera che coglie nel pieno lo spirito dell'opera, soprattutto nella sua lettura verdiana. Tuttavia – e giustamente – la grande protagonista della serata è stata la musica, la ricca e inquietante partitura di Verdi, superbamente eseguita dall'orchestra e dal cast. La prima è stata diretta con vigore e precisione dal nostro Daniele Rustioni: si vocifera che sarà lui a rimpiazzare Antonio Pappano nel 2024 e, se così fosse, questo Macbeth dimostra che Covent Garden resterà in ottime mani. Sotto la sua bacchetta l'orchestra ruggisce e dà nuova vita alla partitura, grazie in particolare agli eccellenti ottoni.

Anna Pirozzi e Simon Keenlyside

Il cast non è da meno. Ero leggermente in pensiero per Simon Keenlsyde, il cui Conte d'Almaviva aveva poca voce l'estate scorsa alla Scala, ma qui è ancora in splendida forma. Certo, l'età comincia a farsi sentire e il suo timbro baritonale non è forse più ricco come un tempo, ma Keenlyside trasforma un (piccolo) limite in un'opportunità e usa delle note un po' più metalliche per delineare il conflitto interiore del suo Macbeth. Il suo Pietà, rispetto, amore resta comunque uno dei momenti più profondi e musicalmente impeccabili della serata, in cui il baritono si conferma ancora un interprete di rara sensibilità. Accanto a lui Anna Pirozzi è una Lady straordinaria che, giustamente, ottiene la maggiore ovazione della serata. Una grande presenza scenica, una recitazione intelligente che mescola spietatezze e compassione e una voce che rende pienamente giustizia alle arie e duetti assegnatele da Verdi renda la sua Lady Macbeth un trionfo sotto tutti i punti di vista: le sue Vieni t'affretta, La luce langue (un'aggiunta dell'edizione del 1865) e Una macchia è qui tuttora sono delle autentiche – e applauditissime – gemme.


Pirozzi e Keenlsyde non sono sicuramente le uniche eccellenze in scena. Günther Groissböck è un Banquo carismatico che vorremmo non smettesse mai di cantare, anche se ci dobbiamo accontentare di un ottimo Come dal ciel precipita. Un altro che non dovrebbe mai smettere di cantare è David Junghoon Kim che, nel ruolo di Macduff, commuove con una struggente Ah, la paterna mano, l'unica aria tenorile dell'opera. Completano il cast i giovani Egor Zhuravskii (Malcolm), April Koyejo-Audiger (Dama di Lady Macbeth) e Blaise Malaba (Dottore), tutti dotati di splendide voce e grande presenza scenica, come le loro future carriere sicuramente dimostreranno.

Le streghe

L'unica nota che, se non stonata, risulta almeno dolente, sono i momenti corali. O meglio, alcuni di essi. Oltre a tagliare Lady Macduff, incattivire ulteriormente Lady Macbeth e svariati altri cambiamenti del testo shakespeariano, Verdi moltiplica le streghe, che da tre diventano un coro. Nella visione della Lloyd queste "veggenti" sono ubique e implacabili, conoscitrici di misteri arcani e vero motore della tragedia. Le streghe spostano la scenografia, consegnano lettere, salvano Fleance dagli assassini ed incombono nel momento dell'incoronazione di Malcolm, suggerendo così futuri risvolti tragici che turberanno l'ordine appena stabilito. Con i loro turbanti rossi e il monosopracciglio (alas, niente barba!), le streghe hanno un grande impatto visivo, ma non sono altrettanto ben riuscite a livello acustico: cantano bene, ma la dizione è povera ed è impossibile sentire più di un paio di parole qua e là. È un peccato, anche perché a loro vengono affidati gli inizi del primo e del terzo atto, il cui impatto viene leggermente tarpato da un esordio non brillantissimo. Decisamente meglio riusciti sono i momenti corali di Si colmi il calice (in cui la Pirozzi regna sovrana, in tutti i sensi) e la meravigliosa Patria oppressa!: il tabelau di profughi orchestrato dalla Lloyd nel 2002 si dimostra tragicamente attuale.

In breve. Due grandi talenti italiani sono il cuore di un Macbeth musicalmente superbo e, in particolare, la direzione musicale di Rustioni suggerisce che non dovrà ricorrere al regicidio per rimpiazzare Pappano.


★★★½

lunedì 15 novembre 2021

Giselle alla Royal Opera House


Più che una vera e propria recensione questa è una lettera d'amore per Marianela Núñez, la straordinaria prima ballerina del Royal Ballet. La scorsa settimana l'ha vista impegnata in due repliche di Giselle – le numero 601 e 602 nella storia della compagnia –, in cui ha danzato prima nel ruolo dell'eponima protagonista e poi in quello di Myrtha, la regina delle Villi. Quello della forosetta Giselle è diventato ormai il suo cavallo di battaglia e proprio in questo ruolo tre anni fa aveva celebrato i suoi vent'anni con la compagnia. Ma, come direbbe Enobarbo, 'age cannot wither her' e anno dopo anno la Núñez si riconferma sempre di più come l'erede naturale della prima ballerina assoluta Alessandra Ferri. La sua Giselle non ha la focosità popolana della Osipova, ma brilla di luce propria dal momento in cui entra in scena. Nessuno potrebbe negare che la sua Giselle è probabilmente la figlia illegittima di un aristocratico, tanto regalmente si muove sul palco, tanto raffinata e la sua postura, ogni gesto e ogni movenza. Come hanno notato i critici, ormai la ballerina è a quel punto della sua carriera in cui ogni passo, per quanto intricato e frutto di anni di studi e lavoro, sembri ormai naturale ed eseguito senza sforzi: la danza è la lingua madre della Núñez, che la parla con una maestria difficile da imitare o eguagliare da chi le sta intorno.

Il suo storico partner Vadim Muntagirov è Albrecht e ciò non sorprende, dato che pochi altri riuscirebbero a tenerle testa per tecnica e stile. Muntagirov riesce a combinare virtuosismo e modestia, danzando con grande stile ma senza pavoneggiarsi. La sua è una performance particolarmente convincente nel primo atto, quando delinea un Albrecht ironico e affettuoso, leggero e che non prende nulla troppo sul serio. La grande alchimia con la Núñez regala uno splendido primo atto, coronato dalla scena della pazzia di Giselle: qui la prima ballerina argentina combina grande tecnica e una recitazione di grande intensità per delineare il ritratto di una mente fratturata. Risorgerà dopo l'intervallo come il più etereo degli spiriti, che con grazie e coraggio darà la forza all'uomo che le ha spezzato il cuore di superare la prova delle Villi. L'amore della sua Giselle trascende la morte e il suo candore dona grazia e perdono non sono ad Albrecht, ma a tutto il pubblico.

Marianela Núñez è Giselle

Un paio di sere dopo la ballerina ritorna in grande stile a Covent Garden non più come amante, ma come aguzzina di Albrecht. Nel ruolo di Myrtha, la regina delle Villi, la Núñez colpisce ancora una volta per la naturalezza e la precisione del suo stile, ma ancora una volta è la sua recitazione a darle quel qualcosina in più che non si può insegnare né imparare. La sua Myrtha nasconde dietro a una rigidità glaciale una natura più profonda, il ricordo di quando è stata umana. Quando Giselle – una splendida Yasmine Naghdi, elegante ed espressiva – le si para davanti per proteggere Albrecht – l'eccellente Matthew Ball (Swan Lake), in ottima forma – la Núñez indietreggia coprendosi il volto. Questo gesto, imitato da tutte le Villi, fa naturalmente parte della coreografia di Peter Wright, ma la ballerina argentina gli infonde un significato profondo: non indietreggia come Dracula davanti a un crocifisso, ma ricorda la regina delle nevi di Andersen, il cui algido cuore si scioglie davanti alla vista dell'amore. Quando Giselle danza per salvare Albrecht, la sua Myrtha si volta a guardarle con la coda dell'occhio e, quando lo fa, la sua postura di ammorbidisce momentaneamente. Le Villi, del resto, sono spiriti di donne morte prima del matrimonio, uccise dal tradimento degli uomini che avevano giurato loro eterno amore: la Myrtha della Núñez ha degli sprazzi di umanità che emergono, forse dopo secoli, tra le gelide membra da regina. Guardando Albrecht e Giselle, lei sembra rammentare il suo amore passato e perduto. Quando le campane risuonano per segnalare l'alba e, di conseguenza, la fine del suo potere su Albrecht, il volto della Núñez è attraversato da un'espressione di sollievo, come se uccidere il conte non fosse tanto il suo desiderio, quanto più il suo dovere. Imprigionata in un ruolo innaturale e sovrannaturale, Myrtha lancia un ultimo sguardo ai due amanti prima di sparire tra i primi raggi dell'alba: il miracolo di Giselle non è stato salvare Albrecht, ma ricordare alla regina delle Villi che, un tempo, anche lei aveva un cuore.

Matthew Ball (Albrecht) e Yasmine Naghdi (Giselle)


Accanto a questi cinque grandi interpreti, il cast che si affolla intorno a loro completa delicatamente la storia. Nella replica dell'8 novembre si è distinto particolarmente il gruppo del pas de six, capitanato dall'eccellente William Bracewell, fresco di uno straordinario debutto come Romeo nel balletto di Kenneth MacMillan. Molto bravo anche Luca Acri, che ha rimpiazzato Lukas B. Brændsrød nel ruolo di Hilarion: laddove il secondo è prestante e virile, il primo colpisce per il suo aspetto più fanciullesco e la grande rapidità dei movimenti, regalando un ritratto del personaggio più gentile e che ne rende la morte ancora più tragica. Nella replica del 10 novembre è invece Joseph Sissens a rubare la scena durante il pas de six, ma la vera novità è quella portata da Ball. Dei quattro Albrecht visti in queste due settimane, Ball è decisamente il più arrogante e superficiale, tanto che la sua caratterizzazione del personaggio spinge tutti i suoi colleghi ad alterare la propria. In particolare capiamo bene perché la Berthe di Kristen McNally è così restia ad accettare il legame tra la figlia e il giovane, che del resto dà ampia prova della sua superficialità. Quando viene scoperto dagli amici e dalla fidanzata, l'Albrecht di Ball è lesto nel liquidare la situazione come una sciocchezza, e mentre per Reece, Bonelli e Muntagirov è evidente che il conte stia inventando una scusa per giustificarsi, l'Albrecht si Ball sta dicendo la verità e tutta la scena nel villaggio non è stato che un interludio ludico per lui. Anche la morte di Giselle non sembra segnarlo così nel profondo: è turbato e scioccato dal suicidio della giovane, ma è la colpa ad angustiarlo, non la fine di un grande amore. Soltanto nel secondo atto il suo Albrecht maturerà e diventerà uomo, reso tale dall'amore immortale (e non del tutto meritato) che Giselle nutre per lui. La sua è una performance memorabile e quella con la splendida Naghdi è una partnership chiaramente destinata a durare e dare grandi risultati.

In breve. Ogni cast porta qualcosa di nuovo a Giselle, ma anche in mezzo a tutte le eccellenze del Royal Ballet Marianela Núñez si conferma essere il gioiello della corona.

★★★★

venerdì 5 novembre 2021

Giselle alla Royal Opera House


L'allestimento di Sir Peter Wright di Giselle, il balletto romantico per eccellenza, viene riproposto regolarmente a Covent Garden dal suo debutto nel 1985. Non è difficile capire il perché: la messa in scena elegante e tradizionale ci ricorda il motivo per cui Giselle è un classico, mentre le coreografie mettono in bella mostra non solo il talento dei ballerini principali, ma dell'intero corpo di ballo del Royal Ballet.

Giovedì 6 novembre la forosetta innamorata del principe è tornata a danzare alla Royal Opera House per la prima volta dopo il Covid e, per l'occasione, il ruolo della protagonista è stato interpretato ancora una volta da Natalia Osipova. Quando la ballerina russa danzò per la prima volta nella parte di Giselle nel 2014 la critica la osannò come una vera e propria rivelazione: a sette anni di distanza è chiaro che la Osipova verrà ricordata come una delle migliori – o, forse, la migliore – Giselle della sua generazione. Non è solo la sua tecnica impeccabile, forgiata al Bol'šoj, a rendere Osipova così memorabile nel ruolo della protagonista, ma la passione di cui investe il personaggio. La sua Giselle potrà anche essere una contadinella, ma brucia di una passione intensa con cui tinge ogni gesto e movenza. Ci si sente quasi a disagio a vederla accarezzare così voluttuosamente il mantello di Bathilde e i suoi sentimenti per Albrecht sono così evidenti e divoranti che neanche ci chiediamo perché si suicida per aver perso un uomo conosciuto mezz'ora prima. Tecnicamente perfetta, atletica e aggraziata, Osipova è impeccabile sia come contadina che come spirito e la scena della pazzia, così come le intense scene finali, valgono a sole il prezzo del biglietto.

Reece Clark e Natalia Osipova

Il cast intorno a lei, del resto, non è da meno. Il suo Albrecht è il primo solista gallese Reece Clark, con cui aveva già danzato prima del lockdown. Giselle conferma che la loro partnership è destinata a diventare un sodalizio artistico molto proficuo e i due in scena fanno scintille. Clark la eguaglia nella solidissima preparazione tecnica, anche se emotivamente non è ancora al suo livello. L'Albrecht di Clark è perfettamente riuscito come aristocratico arrogante e scanzonato nelle prime scene, ma il finale non riesce del tutto a raggiungere quel picco tragico di perdita e sofferenza che dovrebbe concludere il balletto. Però glielo si perdona volentieri ed è difficile ricordare che questo era il debutto di Clark nel ruolo. Nei ruoli da comprimari spiccano l'Hilarion di Lukas Bjørneboe Brændsrød e la Myrtha di Mayara Magri: il primo colpisce perché – per una buona volta – per grazie e bellezza il suo personaggio è un vero e proprio rivale di Albrecht, mentre la seconda (anche lei al suo debutto nella parte) è una regina delle Villi particolarmente eterea.

Federico Bonelli e Lauren Cuthbertson

Venerdì sera invece è andata in scena la replica numero 660 di questo allestimento, con i primi ballerini Luren Cuthberston e Federico Bonelli nei ruoli degli sfortunati amanti. La rappresentazione segna il ritorno a Covent Garden della Cuthberston dopo la nascita della figlia Peggy e per quanto rimpiazzare la Osipova possa essere una prospettiva spaventosa, la ballerina si fa onore. Fisicamente la Cuthbertson non ha le doti straordinarie della sua collega russa, ma rimane comunque una solidissima ballerina che si è spesso distinta per il suo grande talento recitativo e l'umanità di cui riveste i suoi personaggi. Se durante il primo atto non ha tante occasioni per brillare – che invece la Osipova è riuscita accuratamente a ritagliarsi – è nel secondo atto che la sua Giselle splende con più intensità. La sua Giselle non è solo molto ben riuscita da un punto di vista tecnico durante le estenuanti coreografie delle ultime scene, ma riesce ad incarnare profondamente lo spirito di sacrificio, la generosità e l'amore per il suo principe: la sua Giselle non è mai commovente come quando culla tra le proprie braccia lo stremato Albrecht. Il quarantatreenne Bonelli non sarà lontanissimo al ritiro, ma continua a dimostrarsi un ballerino eccezionale e un partner di rara sensibilità. Al contrario di Clark, Bonelli porta gravitas e pathos nelle scene finali e l'ultimo pas de deux commuove in un modo in cui la replica di giovedì non è riuscita. La trentina di Entrechat Six perfettamente riusciti ci ricorda inoltra che di tecnica e vigore ne ha ancora da vendere: Edward Watson (The Dante Project) si è appena ritirato e speriamo che Bonelli non lo raggiunga presto nel dare l'addio alle scene.

Il corpo di ballo


Venerdì sera Annette Buvoli ha sostituito all'ultimo momento Claire Calvert ne lruolo di Myrtha: anche per la Buvoli si tratta di un debutto, decisamente riuscitissimo. La sua regina della Villi non è soltanto eterea, ma ha anche quell'inflessibile durezza che alla Magri mancava. Nonostante il grande talento dei protagonisti, come spesso accade in Giselle, sono le Villi che rubano la scena: il corpo da ballo del Royal Ballet stupisce ancora una volta con una quarantina di ballerine che si muovono con grazia, precisione e perfetta sincronia. Se l'ultima cosa che vedono prima di annegare è il talento delle ballerine del Royal Ballet, allora le vittime delle Villi non si possono lamentare più di tanto.

In breve. Due diversi cast con le rispettive forze e debolezze fanno rivivere con successo il balletto romantico per definizione.

★★★★

giovedì 28 ottobre 2021

La Traviata alla Royal Opera House


È dal 1994 che l'elegante allestimento di Richard Eyre (Mary Poppins) viene riproposto regolarmente a Covent Garden e non è difficile capire il perché: non sono solo gli splendidi costumi e le belle scenografie ad aver reso questa messa in scena così amata e popolare, ma l'attenzione che Eyre – uno dei grandi registi teatrali britannici del secondo Novecento – mantiene sui legami tra tutti i personaggi. Non è solo l'amore tra Violetta e Alfredo ad essere messo sotto i riflettori, ma anche l'amore filiale tra Alfredo e Giorgio, e lo strano legame che si forma tra la protagonista e Germont. L'allestimento, semplice e classico, ha avuto i suoi alti e bassi nel corso delle oltre centocinquanta rappresentazioni svoltesi alla Royal Opera House, ma la prima di ieri sera si classifica decisamente tra le rappresentazioni più solide e di maggior successo.

Dopo aver trionfato nel ruolo al Metropolitan, Lisette Oropesa (Lucia di Lammermoor) porta la sua Violetta a Covent Garden per la prima volta e, a giudicare dall'ovazione durante la chiamata alla ribalta, non sono il solo ad essere rimasto colpito dal soprano cubano. Grazie alla sua splendida tecnica e grande impatto drammatico, la Violetta della Oropesa è un vero successo, sia nei momenti di maggior virtuosismo che in quelli più intimi. La sua Violetta sa sempre di morte, la malattia non è mai troppo lontana e per questo vive ogni momento con la passione di chi sa che potrebbe essere l'ultimo. Attaccata alla vita ma certa di doverla lasciare, questa Violetta raggiunge livelli davvero superbi nel terzo atto e il suo Addio del passato è tra i momenti più riusciti (e applauditi) della serata. È proprio nei dettagli che la Oropesa fa brillare la psicologia del personaggio e il proprio istinto drammatico, trasformando dei piccoli momenti (come quando canta al dottore "Non mi scordate" o, poco dopo, esplode in un "È tardi!") in pennellate indimenticabili con cui tratteggia con precisione e intelligenza il ritratto di Violetta.

Liparit Avetisyan e Lisette Oropesa nel primo atto

Al suo fianco il tenore armeno Liparit Avetisyan è un bravo Alfredo dalla voce limpida e dalla tempra giovanile: vocalmente è all'altezza della Oropesa durante i loro duetti, ma forse non la eguaglia sul piano della recitazione e i due non sembrano mai davvero innamorati. Ottimo il Germont di Christian Gerhaher, il noto interprete wagneriano che riveste il personaggio di grande umanità: se da un lato il suo Giorgio non assume mai quelle tinte più fosche portate in scena da altri interpreti, dall'altro Gerhaher rende il padre di Alfredo un personaggio estremamente reale e un vero e proprio protagonista della tragedia che si consuma in scena. Antonello Manacorda dirige l'orchestra senza colpi di testa e la partitura di Verdi viene resa in modo diretto a grande beneficio degli interpreti sul palco.

In breve. Un cast di alto livello riporta lustro a uno dei grandi classici del Covent Garden.

★★★★

sabato 16 ottobre 2021

The Dante Project alla Royal Opera House


Nel 2015 il coreografo Wayne McGregor era stato acclamato per aver rivoluzionato la struttura tipica del balletto in tre atti con il suo meraviglioso Woolf Works. Il balletto, riproposto anche alla Scala un paio di anni fa, era una rielaborazione di tre opere di Virginia Woolf – La signora Dalloway, Orlando e Le onde – che, sviluppate ciascuna in un atto diverso, formavano un trittico davvero memorabile. Nessuno dei tre atti era un mero adattamento dei romanzi, dato che McGregor aveva "aperto" i testi come in un quadro cubista, assorbendone il contenuto e riproponendolo in maniera che fosse sì riconoscibile, ma nuova e innovativa. Mentre I Now, I Then era un adattamento ragionevolmente fedele di Mrs Dalloway, il secondo atto Becomings aveva soltanto una vaga rassomiglianza con Orlando, mentre in Tuesday McGregor aveva offerto una lettura altamente astratta e stilizzata di The Waves, che del resto è il più sperimentale dei romanzi della Woolf.

In occasione del settecentesimo anniversario della morte del Sommo Poeta, McGregor torna a riproporre questo modello con The Dante Project, magnificamente portato sulle scene dal Royal Ballet. Vedere il balletto come un adattamento della Divina Commedia sarebbe un errore: una trasposizione integrale dell'opera (anche ammettendo che la danza sia l'espressione artistica migliore) sarebbe impossibile e del resto il coreografo ha altri piani. Così come in Woolf Works, anche in The Dante Project assistiamo a una rarefazione della trama con il passare degli atti. Se in Inferno: Pilgrim riconosciamo diversi episodi della prima cantica, in Purgatorio: Love vediamo come la Vita Nuova sia stata inglobata nel viaggio di espiazione delle anime e in Paradiso: Poema Sacro non ritroviamo più il Paradiso di Cacciaguida e San Bernardo, ma una massima rappresentazione della poetica dantesca della luce.

Gary Avis (Virgilio) ed Edward Watson (Dante)

Il successo del balletto nasce dalla perfetta sinergia tra le coreografia di McGregor, la scenografia di Tacita Dean, il disegno luci Lucy Carter e, immancabilmente, la partitura di Thomas Adès. Acclamata visual artist, Dean sviluppa scene e costumi trattando ciascuna cantica con straordinaria originalità. Il suo inferno non è la fornace che ci immaginiamo, ma una Caina perenne, fredda e buia. Sullo sfondo vediamo una gigantesca lastra di ardesia su cui è stata disegnata una montagna rovesciata: un'immagine bizzarra ed alienante, che suggerisce l'invertimento dell'ordine naturale e la desolazione del luogo, da cui si può vedere una realtà riconoscibile ma troppo lontana per essere raggiunta. In Purgatorio le sette cornici sono rappresentate da semplici sgabelli e su tutto si erge la fotografia di una pianta di Jacaranda. In paradiso la scenografia scompare e su uno schermo al centro del palco viene proiettato un filmato in 35mm che mostra un susseguirsi di cerchi luminosi, ispirati a quelli nei disegni per la Divina Commedia realizzati da Sandro Botticelli negli ultimi anni della sua vita.

I dannati all'Inferno

La Dean è affascinata dall'idea del negativo, nel senso fotografico del termine. I monti dell'inferno appaiono come nel negativo di una fotografia, così come i costumi dei ballerini: nonostante l'assenza di luce, essi sono completamente coperti di nero e i loro peccati – solitamente rappresentati con il colore della pece – vengono portati in scena con il biancore del gesso. È proprio il gesso che ricopre i personaggi a tradire il loro peccato, di cui diventa manifestazione visiva: un peccato che lascia impronte, che aleggia nell'aria e rimane attaccato alla pelle. I ladri hanno le mani coperte di gesso, Paolo e Francesca (gli stupendi Francesca Hayward e Matthew Ball) hanno il gesso sulle zone erogene, mentre Satana (l'ottima Fumi Kaneko) ne è completamente ricoperto. Anche il colore degli abiti di Dante e Virgilio vengono rappresentati in negativo, invertendo i colori attribuiti loro da William Blake. Così il Dante dell'inferno indossa una tunica di un verdino ospedaliero, mentre Virgilio è in giallo.

Edward Watson (Dante) e Sarah Lamb (Beatrice) in Purgatorio

È solo in purgatorio che Dante comincia a colorarsi di rosso, il colore di cui sarà vestito completamente in paradiso. Ed è proprio il secondo atto, quello del purgatorio, ad essere il più bello e commovente. McGregor immagina questo luogo di penitenza ed espiazione come un posto di profonda introspezione e memoria: mentre le anime dell'Inferno usano i ricordi per sminuire i propri errori e deflettere le proprie colpe, le anime purgatoriali si immergono nei ricordi e li accettano. L'atto diventa un'occasione per Dante (e McGregor) di ricordare l'amore per Beatrice (la splendida Sarah Lamb) e lo fa in una meravigliosa sequenza in cui il giovane poeta (Marco Masciari, davvero ottimo) ricrea la scena del primo incontro. Il secondo atto presenta anche il commovente addio di Dante al suo "dolcissimo patre", nonché momenti particolarmente toccanti di espiazione per le anime penitenti. Non più suddivisi in gruppi e scene episodiche, le anime del Purgatorio appaiono come una vera comunità e la partitura di Adès – intelligente ed evocativa, ricca di richiami a Liszt e Čajkovskij – incorpora magistralmente i baqashot, i canti di penitenza e supplica della tradizione sefardita. Il risultato finale dell'atto, dalla durata di appena venticinque minuti, è profondamente toccante e rende Purgatorio: Love la sezione di maggior successo del balletto.


Paradiso: Poema Sacro

Così come i versi danteschi si fanno più rarefatti nella terza cantica, anche le coreografie di McGregor abbandonano ogni tentativo di realismo per dedicarsi a un linguaggio profondamente simbolico e astratto. È la topografia del Paradiso – e non gli angeli e i santi – ad interessargli e forse la miglior descrizione del terzo atto ce la fornisce proprio Dante:

... e quelle anime liete
si fero spere sopra fissi poli,
fiammando, volte, a guisa di comete.

E come cerchi in tempra d’orïuoli
si giran sì, che ’l primo a chi pon mente
quïeto pare, e l’ultimo che voli;

così quelle carole, differente-
mente danzando, de la sua ricchezza
mi facieno stimar, veloci e lente.

                                                                (Par. XXIV, 10-18) 

La partitura di Adès, che dirige anche l'orchestra, vengono modellate da McGregor in coreografie che non rappresentano nessuno degli episodi narrati da Dante nel Paradiso, ma che creano un linguaggio visivo caratterizzato da ariosità e luminosità. L'atto è indubbiamente bello e mostra al pieno gli infiniti talenti dei ballerini del Royal Ballet, ma dopo la grande emotività del Purgatorio Paradiso: Poema Sacro risulta un po' più arido e meno soddisfacente. Migliora però nel finale, quando, dopo un ultimo, toccante pas de deux con Beatrice, a Dante non resta che rimanere a bocca aperta alla visione di quell'"Amor che move il sole e le altre stelle".

Sarah Lamb (Beatrice) ed Edward Watson (Dante) nel terzo atto

Il livello di talento in scena è francamente eccezionale. Adès stesso dirige l'ottima orchestra, in cui spiccano soprattutto le percussioni e i fiati. In scena danzano, oltre al corpo di ballo, ben undici ballerini principali del Royal Ballet, tra cui i sempre eccellenti Marcelino Sambé, Natalia Osipova e Yasmine Naghdi, oltre ai già citati Ball, Hayward, Lamb, Kaneko e, soprattutto, Watson. Edward Watson danza nella compagnia da quasi trent'anni e il 30 ottobre darà l'addio alle scene proprio con il suo Dante. Ballerino feticcio e stretto collaboratore di McGregor, Watson è uno dei danzatori più particolari ed intriganti dell'ultimo quarto di secolo. Con il suo corpo lungo e sottile, gli arti magri e interminabili, Watson si aggira sulla scena come un ragno: la sua agilità ed elasticità disegnano un Dante incredibilmente tormentato, con un piede sempre nella selva oscura. Il suo corpo sofferente lascia trasparire un profondo disagio interiore, che si allevia almeno in parte nel corso della serata. Non è nobile o elegante, ma un'anima che vede qualcosa di sé in tutti gli spiriti dell'Inferno. E anche quando danza in Paradiso, il Dante di Watson è in quel mondo ma non di quel mondo, una figura imperfetta e quasi claudicante che lotta per la perfezione e la pace interiore. È un'interpretazione intensa e memorabile ed è quanto mai appropriato che Watson termini la sua carriera interpretando un altro artista che, come lui, ha sempre spinto oltre il limite di quello che si credeva che la sua arte potesse raggiungere.

Federico Bonelli dopo la sua prima rappresentazione [foto di Rob Sallnow]

Al cast principale capitanato da Watson si alterna un secondo cast – di qualità altrettanto elevata ma con nomi meno noti – che vede nel nostro Federico Bonelli il suo Dante. Bonelli è, per molti versi, l'anti-Watson: dove il futuro pensionato è strano, inquietante e spasmodico, Federico è il classico danseur noble romantico e virile. Mentre Watson è sofferente, Bonelli è emotivo e l'interpretazione che ne risulta è decisamente differente. Senza quel corpo da insetto di Watson, Bonelli fatica a comunicare gli abissi di disperazione che Dante fronteggia all'inferno e anche nella prima cantica il suo è un protagonista profondamente segnato all'amore, come dimostra nell'interesse nei confronti di Francesca e Didone. Il ballerino italiano si riscatta abbondantemente nel secondo atto, dove il suo pas de deux con Beatrice raggiunge un'armonia sconosciuta in Watson: Bonelli è, prima di tutto, un grande partner sulle scene e mentre Watson vive di assoli, Federico dà il meglio di sé quando interagisce fisicamente con altri. In particolare, è nell'ultimo atto che vediamo la più grande differenza: mentre Watson si conferma un Dante che rimane estraneo alla perfezione del paradiso, Bonelli vi prende parte danzando i passi celestiali come se fossero la sua lingua madre. Entrambi i ballerini sono grandi artisti e potete stare sicuri che, qualunque cast vedrete, sarete in ottime mani.

In breve. Pur non riuscendo sempre a ritrovare la grande emotività e coerenza di Woolf Works, McGregor presenta al pubblico un nuovo balletto che anche se non è sempre soddisfacente, riesce comunque ad essere bellissimo. 

★★★★½

mercoledì 8 novembre 2017

Lucia di Lammermoor alla Royal Opera House


Tratto dal romanzo di Walter Scott La sposa di Lammermoor, Lucia è il capolavoro tragico di Donizetti, su libretto di Salvadore Cammarano. Dopo aver diviso critici e pubblico nel 2015, l'allestimento dell'opera diretto da Katie Mitchell è stato riproposto nella stagione autunnale della Royal Opera House di Covent Garden.

Quando Enrico scopre che la sorella Lucia ha una relazione clandestina con il nemico Edgardo le combina un matrimonio con Arturo, la cui influenza potrebbe salvare la posizione instabile della famiglia Ashton. Prima di andare a combattere in Francia, Edgardo e Lucia si sono scambiati solennemente gli anelli e per questo la falsa notizia che Edgardo l'ha dimentica è un colpo così duro per la giovane donna. Desiderosa solo di morire, Lucia firma il contratto nuziale, nel momento in cui Edgardo irrompe nella sala. Lucia uccide Arturo durante la loro prima notte di nozze e impazzisce.

Come ci si potrebbe aspettare da un teatro di questo calibro, l'orchestra è straordinaria e viene sapientemente diretta da Michele Mariotti. Il cast è anch'esso di prim'ordine: nel ruolo di Ernico Christopher Maltman presta il proprio splendido timbro baritonale con successo e crea un personaggio il cui dilemma tra benessere economico e la felicità di Lucia è quasi palpabile. Il tenore italo-americano Charles Castronovo è un ottimo Edgardo e il suo Tombe degli avi miei è uno dei momenti più intensi e applauditi dell'opera. Nel ruolo di Lucia Lisette Oropesa non andrà certo a mettere in discussione il primato della Sutherland, ma sfoggia tecnica e bravura nella celebre scena della pazzia e, soprattutto, nella splendida Regnava nel silenzio. Una menzione speciale all'eccellente Arturo di Konu Kim.

La regia della Mitchell è un altro paio di maniche e alterna momenti davvero esaltanti a scelte decisamente infelici. In ogni scena il palco è diviso in due sezioni che mostrano parti diversi della magione (il cimitero e la camera di Lucia; la camera di Lucia e il bagno; l'ingresso e la sala da pranzo; la camera e la sala; il cimitero e il bagno). E' una scelta sicuramente interessante, ma non è facile concentrarsi su due azioni così diverse, sulla musica e leggere i sottotitoli allo stesso tempo; al di là di questo, la scelta della Mitchell non è sempre di successo. Nella prima scena è anche bello vedere Lucia struggersi in camera, mentre il fratello viene a conoscenza della sua relazione con Edgardo, è un momento che dà maggior introspezione psicologica al personaggio. In altri punti è solo una distrazione: quando Edgardo canta la meravigliosa Tu che a Dio spiegasti l'ali, tutta l'attenzione dovrebbe essere su di lui, invece questo momento così bello e intenso viene rovinato dalla scena parallela, Enrico che riceve la visita dei fantasmi della madre e della fanciulla della leggenda di Lammermoor.

Charles Castronovo e Lisette Oropesa

La Mitchell ha anche voluto dare un taglio femminista all'opera, rivendicando l'intelligenza di Lucia senza renderla una vittima passiva degli eventi. Così, la sua Lucia è incinta e si affida all'onnipresente damigella Alisa per tutto, anche nell'omicidio. Infatti, in questa produzione abbiamo il piacere di assistere all'omicidio di Arturo, consumato mentre nell'altra stanza Enrico sfida Edgardo a duello (Asthon! Sì). L'omicidio è tutto fuorché un raptus: la riluttante sposina seduce Arturo, lo benda come in un gioco erotico e lo pugnala ripetutamente, prima che Alisa lo soffochi con un cuscino. La successiva scena della pazzia sarebbe difficile da giustificare, ma con un altro lampo di genio della Mitchell tutto si risolve: Lucia perde il bambino. Macchiata dal sangue dell'aborto spontaneo, Lucia si trascina nella sala da pranzo per cantare il pezzo più famoso dell'opera, con lo sguardo fisso ad un Edgardo fantasma. Le disgrazie non sono ancora finita per la Lucia della Mitchell, che mentre il coro parla già della sua morte (??) si chiude in bagno, legge le vecchie lettere dell'amato e si taglia le vene. 

Oropesa e Castronovo nella scena della pazzia (Oh, giusto cielo!)


La produzione della Mitchell è emotivamente molto intensa e commovente, ma il suo grosso limite è quello di non essere coerente. Non solo le arie spesso smentiscono la scena (versi in cui si parla di pomeriggio, mentre fuori è chiaramente notte, etc...), ma smentiscono anche le azioni dei personaggi: il risultato finale non è privo di meriti, ma resta comunque un raffazzonato e incoerente tentativo di piegare un'opera a una poetica. La doppia scenografia ha almeno dato a Vicki Mortimer la possibilità di creare un bellissimo e inquietante mondo vittoriano da casa infestata, una delle poche note felici da una produzione intensa, ma mal diretta.

In breve. La regia maldestra di Katie Mitchell può lasciare decisamente perplessi, ma il solido cast e l'ottima orchestra infondono linfa al capolavoro di Donizetti.

★★★