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mercoledì 23 febbraio 2022

Tosca alla Royal Opera House


Tosca non è mai troppo lontana dal Covent Garden e dopo un paio di settimane in cartellone lo scorso dicembre il capolavoro pucciniano torna alla Royal Opera House per un'ultima manciata di repliche. L'allestimento – ormai storico, diretto da Jonathan Kent – segna anche il ritorno sulle scene londinesi di Angela Gheorghiu dopo quasi sei anni di assenza e la diva rumena torna in grande stile per celebrare i suoi trent'anni dall'esordio al Covent Garden. 

I suoi devoti fan erano ormai in astinenza dopo che la Gheorghiu aveva cancellato delle rappresentazioni nel 2018 e la accolgono festosamente appena mette piede in scena. Risulta però evidente che la voce non è più quella di un tempo: il registro acuto viene raggiunto solo con grande fatica, il vibrato è eccessivo, l'intonazione a tratti incerta. Considerando che negli ultimi anni il suo repertorio si è ridotto a non più di una mezza dozzina di ruoli, uno si aspetterebbe di più dalla sua Floria Tosca. Certo, sarebbe sciocco pensare che la voce possa essere la stessa del film del 2001, ma anche paragonandola al sua ultima Tosca londinese del 2016 il peggioramento c'è e si sente. Nel primo atto fatica a carburare, anche se una recitazione spumeggiante durante le scene di gelosia riesce comunque a divertire: il monito all'amante Cavaradossi "falle gli occhi neri" (riferito alla Madonna che sta dipingendo) è praticamente una minaccia e la sua Floria è quasi più temibile di Scarpia nella sua gelosia. Ache il secondo atto è sofferto e il suo Vissi d'arte fatica a librarsi fino al loggione: le "money notes" ci sono anche, ma con quanta fantica le raggiunge! Il terzo atto invece, pur non essendo mai stato il suo forte, risulta quello riuscito meglio: se non a livello canoro, la Gheorghiu eccelle nel mescolare l'istrionismo del primo atto e il dramma emotivo del secondo riuscendo a create una Tosca convincente e toccante per cui anche delle sporcature vocali riescono a diventare parti integranti della psicologia del personaggio. 

Angela Gheorghiu e Stefan Pop nel primo atto

La vera star della serata non è la Gheorghiu, bensì il suo connazionale Stefan Pop nei panni di Mario Cavaradossi. Se il suo "Recondita armonia" risulta un filo velato, il tenore rumeno si riprende in fretta e il suo ottimo Cavaradossi canta con ardore e voce squillante i suoi celebri "Vittoria" del secondo atto. Nel terzo invece regala il numero più applaudito della serata con un "E lucevan le stelle" con cui ha datto sfoggio a un ottimo timbro e tecnica, nonché notevoli capacità recitative e grande introspezione. Il terzo atto  – e, in particulare, il suo inizio – sono forse i momenti migliori dell'intera rappresentazione: la regia di Kent si libera dalle scenografie barocche e opulenti per portarci in cima a Castel Sant'Angelo, in cui un soldato si lava mentre sorge il sole. Con questa scena di purificazione accompagnata dal canto di un bambino, Puccini e Kent voltano pagina e insieme ci riportano a una dimensione più umana e in scala minore rispetto al pathos del secondo atto. L'aria di Cavaradossi, così attenta alle piccole cose ma anche musicalmente possente, segna il passaggio dalla prima alla seconda parte dell'atto e sia Kent che Pop catturano meravigliosamente il momento, rendendolo il culmine emotivo della serata.

Michael Volle ed Angela Gheorghiu nel secondo atto

Quando dico che il terzo atto è stato il migliore non voglio certo fare torto al bravo Scarpia di Michael Volle, che usa il suo potente timbro baritonale per costruire un personaggio particolarmente memorabile e ben realizzato. Il suo barone non è l'orco o il cattivo da film d'animazione messo in scena da certi cantanti, bensì un uomo potente e non privo di fascino che usa le ottime dosi recitative e canore per portare in scena un personaggio che sembra uscito dalle pagine dei giornali degli ultimi anni. Ottime anche le voci di Aled Hall, Chuma Sijeqa e Alexander Köpeczi che completano il cast nei ruoli di Spoletta, Angelotti e del sagrestano. Marco Armiliato conduce l'orchestra con più foga che raffinatezza, ma il risultato finale è comunque avvincente.

In breve. Angela Gheorghiu delude un po', ma la Tosca di Jonathan Kent rimane un emozionante spettacolo per gli occhi e per le orecchie.

★★★½

giovedì 18 novembre 2021

Macbeth alla Royal Opera House


Nel 1847 Giuseppe Verdi scrisse al suocero per presentare il capolavoro a lui dedicato, descrivendolo come "Macbeth che io amo a preferenza delle altre mie opere". Il modesto successo dell'opera fu motivo di cruccio per il maestro, che rimise mano alla partitura nel 1865 per una nuova versione, anch'essa accolta tiepidamente dal pubblico, questa volta a Parigi. Sarebbe felice però di sapere che negli ultimi settant'anni l'opera è stata decisamente rivalutata ed è ora parte del repertorio dei maggiori teatri del mondo: la Scala inaugurerà la sua stagione tra un paio di settimane proprio con Macbeth, come aveva già fatto nel 1975 con un superbo allestimento con una straordinaria Shirley Varrett e Piero Cappuccilli. Alla Royal Opera House la produzione firmata da Phyllida Lloyd viene messa in scena saltuariamente dal suo debutto nel 2002 e torna ora a Covent Garden per la prima volta dal 2018.  

Il connubio della regia della Lloyd e della scenografia di Anthony Ward regalano un Macbeth stilizzato e claustrofobico, tutto rinchiuso tra mura che rievocano una prigione, un manicomio e il senso di ineluttabilità che attanaglia i protagonisti. In particolare è la corona che i due bramano a rivelarsi il rischio peggiore, una vera e propria gabbia dorata in cui entrano consapevolmente nel momento dell'incoronazione. È una messa in scena semplice e austera che coglie nel pieno lo spirito dell'opera, soprattutto nella sua lettura verdiana. Tuttavia – e giustamente – la grande protagonista della serata è stata la musica, la ricca e inquietante partitura di Verdi, superbamente eseguita dall'orchestra e dal cast. La prima è stata diretta con vigore e precisione dal nostro Daniele Rustioni: si vocifera che sarà lui a rimpiazzare Antonio Pappano nel 2024 e, se così fosse, questo Macbeth dimostra che Covent Garden resterà in ottime mani. Sotto la sua bacchetta l'orchestra ruggisce e dà nuova vita alla partitura, grazie in particolare agli eccellenti ottoni.

Anna Pirozzi e Simon Keenlyside

Il cast non è da meno. Ero leggermente in pensiero per Simon Keenlsyde, il cui Conte d'Almaviva aveva poca voce l'estate scorsa alla Scala, ma qui è ancora in splendida forma. Certo, l'età comincia a farsi sentire e il suo timbro baritonale non è forse più ricco come un tempo, ma Keenlyside trasforma un (piccolo) limite in un'opportunità e usa delle note un po' più metalliche per delineare il conflitto interiore del suo Macbeth. Il suo Pietà, rispetto, amore resta comunque uno dei momenti più profondi e musicalmente impeccabili della serata, in cui il baritono si conferma ancora un interprete di rara sensibilità. Accanto a lui Anna Pirozzi è una Lady straordinaria che, giustamente, ottiene la maggiore ovazione della serata. Una grande presenza scenica, una recitazione intelligente che mescola spietatezze e compassione e una voce che rende pienamente giustizia alle arie e duetti assegnatele da Verdi renda la sua Lady Macbeth un trionfo sotto tutti i punti di vista: le sue Vieni t'affretta, La luce langue (un'aggiunta dell'edizione del 1865) e Una macchia è qui tuttora sono delle autentiche – e applauditissime – gemme.


Pirozzi e Keenlsyde non sono sicuramente le uniche eccellenze in scena. Günther Groissböck è un Banquo carismatico che vorremmo non smettesse mai di cantare, anche se ci dobbiamo accontentare di un ottimo Come dal ciel precipita. Un altro che non dovrebbe mai smettere di cantare è David Junghoon Kim che, nel ruolo di Macduff, commuove con una struggente Ah, la paterna mano, l'unica aria tenorile dell'opera. Completano il cast i giovani Egor Zhuravskii (Malcolm), April Koyejo-Audiger (Dama di Lady Macbeth) e Blaise Malaba (Dottore), tutti dotati di splendide voce e grande presenza scenica, come le loro future carriere sicuramente dimostreranno.

Le streghe

L'unica nota che, se non stonata, risulta almeno dolente, sono i momenti corali. O meglio, alcuni di essi. Oltre a tagliare Lady Macduff, incattivire ulteriormente Lady Macbeth e svariati altri cambiamenti del testo shakespeariano, Verdi moltiplica le streghe, che da tre diventano un coro. Nella visione della Lloyd queste "veggenti" sono ubique e implacabili, conoscitrici di misteri arcani e vero motore della tragedia. Le streghe spostano la scenografia, consegnano lettere, salvano Fleance dagli assassini ed incombono nel momento dell'incoronazione di Malcolm, suggerendo così futuri risvolti tragici che turberanno l'ordine appena stabilito. Con i loro turbanti rossi e il monosopracciglio (alas, niente barba!), le streghe hanno un grande impatto visivo, ma non sono altrettanto ben riuscite a livello acustico: cantano bene, ma la dizione è povera ed è impossibile sentire più di un paio di parole qua e là. È un peccato, anche perché a loro vengono affidati gli inizi del primo e del terzo atto, il cui impatto viene leggermente tarpato da un esordio non brillantissimo. Decisamente meglio riusciti sono i momenti corali di Si colmi il calice (in cui la Pirozzi regna sovrana, in tutti i sensi) e la meravigliosa Patria oppressa!: il tabelau di profughi orchestrato dalla Lloyd nel 2002 si dimostra tragicamente attuale.

In breve. Due grandi talenti italiani sono il cuore di un Macbeth musicalmente superbo e, in particolare, la direzione musicale di Rustioni suggerisce che non dovrà ricorrere al regicidio per rimpiazzare Pappano.


★★★½

giovedì 28 ottobre 2021

La Traviata alla Royal Opera House


È dal 1994 che l'elegante allestimento di Richard Eyre (Mary Poppins) viene riproposto regolarmente a Covent Garden e non è difficile capire il perché: non sono solo gli splendidi costumi e le belle scenografie ad aver reso questa messa in scena così amata e popolare, ma l'attenzione che Eyre – uno dei grandi registi teatrali britannici del secondo Novecento – mantiene sui legami tra tutti i personaggi. Non è solo l'amore tra Violetta e Alfredo ad essere messo sotto i riflettori, ma anche l'amore filiale tra Alfredo e Giorgio, e lo strano legame che si forma tra la protagonista e Germont. L'allestimento, semplice e classico, ha avuto i suoi alti e bassi nel corso delle oltre centocinquanta rappresentazioni svoltesi alla Royal Opera House, ma la prima di ieri sera si classifica decisamente tra le rappresentazioni più solide e di maggior successo.

Dopo aver trionfato nel ruolo al Metropolitan, Lisette Oropesa (Lucia di Lammermoor) porta la sua Violetta a Covent Garden per la prima volta e, a giudicare dall'ovazione durante la chiamata alla ribalta, non sono il solo ad essere rimasto colpito dal soprano cubano. Grazie alla sua splendida tecnica e grande impatto drammatico, la Violetta della Oropesa è un vero successo, sia nei momenti di maggior virtuosismo che in quelli più intimi. La sua Violetta sa sempre di morte, la malattia non è mai troppo lontana e per questo vive ogni momento con la passione di chi sa che potrebbe essere l'ultimo. Attaccata alla vita ma certa di doverla lasciare, questa Violetta raggiunge livelli davvero superbi nel terzo atto e il suo Addio del passato è tra i momenti più riusciti (e applauditi) della serata. È proprio nei dettagli che la Oropesa fa brillare la psicologia del personaggio e il proprio istinto drammatico, trasformando dei piccoli momenti (come quando canta al dottore "Non mi scordate" o, poco dopo, esplode in un "È tardi!") in pennellate indimenticabili con cui tratteggia con precisione e intelligenza il ritratto di Violetta.

Liparit Avetisyan e Lisette Oropesa nel primo atto

Al suo fianco il tenore armeno Liparit Avetisyan è un bravo Alfredo dalla voce limpida e dalla tempra giovanile: vocalmente è all'altezza della Oropesa durante i loro duetti, ma forse non la eguaglia sul piano della recitazione e i due non sembrano mai davvero innamorati. Ottimo il Germont di Christian Gerhaher, il noto interprete wagneriano che riveste il personaggio di grande umanità: se da un lato il suo Giorgio non assume mai quelle tinte più fosche portate in scena da altri interpreti, dall'altro Gerhaher rende il padre di Alfredo un personaggio estremamente reale e un vero e proprio protagonista della tragedia che si consuma in scena. Antonello Manacorda dirige l'orchestra senza colpi di testa e la partitura di Verdi viene resa in modo diretto a grande beneficio degli interpreti sul palco.

In breve. Un cast di alto livello riporta lustro a uno dei grandi classici del Covent Garden.

★★★★

mercoledì 8 novembre 2017

Lucia di Lammermoor alla Royal Opera House


Tratto dal romanzo di Walter Scott La sposa di Lammermoor, Lucia è il capolavoro tragico di Donizetti, su libretto di Salvadore Cammarano. Dopo aver diviso critici e pubblico nel 2015, l'allestimento dell'opera diretto da Katie Mitchell è stato riproposto nella stagione autunnale della Royal Opera House di Covent Garden.

Quando Enrico scopre che la sorella Lucia ha una relazione clandestina con il nemico Edgardo le combina un matrimonio con Arturo, la cui influenza potrebbe salvare la posizione instabile della famiglia Ashton. Prima di andare a combattere in Francia, Edgardo e Lucia si sono scambiati solennemente gli anelli e per questo la falsa notizia che Edgardo l'ha dimentica è un colpo così duro per la giovane donna. Desiderosa solo di morire, Lucia firma il contratto nuziale, nel momento in cui Edgardo irrompe nella sala. Lucia uccide Arturo durante la loro prima notte di nozze e impazzisce.

Come ci si potrebbe aspettare da un teatro di questo calibro, l'orchestra è straordinaria e viene sapientemente diretta da Michele Mariotti. Il cast è anch'esso di prim'ordine: nel ruolo di Ernico Christopher Maltman presta il proprio splendido timbro baritonale con successo e crea un personaggio il cui dilemma tra benessere economico e la felicità di Lucia è quasi palpabile. Il tenore italo-americano Charles Castronovo è un ottimo Edgardo e il suo Tombe degli avi miei è uno dei momenti più intensi e applauditi dell'opera. Nel ruolo di Lucia Lisette Oropesa non andrà certo a mettere in discussione il primato della Sutherland, ma sfoggia tecnica e bravura nella celebre scena della pazzia e, soprattutto, nella splendida Regnava nel silenzio. Una menzione speciale all'eccellente Arturo di Konu Kim.

La regia della Mitchell è un altro paio di maniche e alterna momenti davvero esaltanti a scelte decisamente infelici. In ogni scena il palco è diviso in due sezioni che mostrano parti diversi della magione (il cimitero e la camera di Lucia; la camera di Lucia e il bagno; l'ingresso e la sala da pranzo; la camera e la sala; il cimitero e il bagno). E' una scelta sicuramente interessante, ma non è facile concentrarsi su due azioni così diverse, sulla musica e leggere i sottotitoli allo stesso tempo; al di là di questo, la scelta della Mitchell non è sempre di successo. Nella prima scena è anche bello vedere Lucia struggersi in camera, mentre il fratello viene a conoscenza della sua relazione con Edgardo, è un momento che dà maggior introspezione psicologica al personaggio. In altri punti è solo una distrazione: quando Edgardo canta la meravigliosa Tu che a Dio spiegasti l'ali, tutta l'attenzione dovrebbe essere su di lui, invece questo momento così bello e intenso viene rovinato dalla scena parallela, Enrico che riceve la visita dei fantasmi della madre e della fanciulla della leggenda di Lammermoor.

Charles Castronovo e Lisette Oropesa

La Mitchell ha anche voluto dare un taglio femminista all'opera, rivendicando l'intelligenza di Lucia senza renderla una vittima passiva degli eventi. Così, la sua Lucia è incinta e si affida all'onnipresente damigella Alisa per tutto, anche nell'omicidio. Infatti, in questa produzione abbiamo il piacere di assistere all'omicidio di Arturo, consumato mentre nell'altra stanza Enrico sfida Edgardo a duello (Asthon! Sì). L'omicidio è tutto fuorché un raptus: la riluttante sposina seduce Arturo, lo benda come in un gioco erotico e lo pugnala ripetutamente, prima che Alisa lo soffochi con un cuscino. La successiva scena della pazzia sarebbe difficile da giustificare, ma con un altro lampo di genio della Mitchell tutto si risolve: Lucia perde il bambino. Macchiata dal sangue dell'aborto spontaneo, Lucia si trascina nella sala da pranzo per cantare il pezzo più famoso dell'opera, con lo sguardo fisso ad un Edgardo fantasma. Le disgrazie non sono ancora finita per la Lucia della Mitchell, che mentre il coro parla già della sua morte (??) si chiude in bagno, legge le vecchie lettere dell'amato e si taglia le vene. 

Oropesa e Castronovo nella scena della pazzia (Oh, giusto cielo!)


La produzione della Mitchell è emotivamente molto intensa e commovente, ma il suo grosso limite è quello di non essere coerente. Non solo le arie spesso smentiscono la scena (versi in cui si parla di pomeriggio, mentre fuori è chiaramente notte, etc...), ma smentiscono anche le azioni dei personaggi: il risultato finale non è privo di meriti, ma resta comunque un raffazzonato e incoerente tentativo di piegare un'opera a una poetica. La doppia scenografia ha almeno dato a Vicki Mortimer la possibilità di creare un bellissimo e inquietante mondo vittoriano da casa infestata, una delle poche note felici da una produzione intensa, ma mal diretta.

In breve. La regia maldestra di Katie Mitchell può lasciare decisamente perplessi, ma il solido cast e l'ottima orchestra infondono linfa al capolavoro di Donizetti.

★★★