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domenica 28 novembre 2021

Lo schiaccianoci alla Royal Opera House

"It's beginning to look a lot like Christmas" è qualcosa che a Londra si può dire già da fine ottobre e con l'accensione dei meravigliosi angeli di Regent's Street a metà novembre la stagione natalizia londinese è ufficialmente iniziata da un pezzo. Ma Natale a Londra non significa solo mince pies e mulled wine, dato che è Lo schiaccianoci di Čajkovskij a farne da padrone e se venite nella capitale britannica nelle prossime settimane avrete modo di scegliere tra ben tre diversi allestimenti del balletto: quello portato in scena dal Royal Ballet a Covent Garden, dall'English National Ballet al London Coliseum e in un'originalissima messa in scena firmata da Matthew Bourne al Sadler's Wells. 

Giovedì sera sono andato alla Royal Opera House per vedere il loro bellissimo Nutcracker, giunto il 25 novembre alla sua 503° rappresentazione con il Royal Ballet. La serata è stata resa ancora più speciale dalla presenza nel pubblico di Sir Peter Wright, il coreografo del balletto il cui novantacinquesimo compleanno ricorreva proprio giovedì. E sono certo che Sir Peter sarà stato fiero del suo lavoro che, come quasi ogni Natale, torna a portare bellezza e maglia a Covent Garden. Certo, come i critici fanno notare dalla sua prima nel 1892, la trama del balletto è molto tenue e, nel secondo atto, anche la parvenza di una trama che si potrebbe intravedere nel primo tempo scompare praticamente del tutto. Ed è un peccato che questo allestimento soffra ancora delle riduzioni imposte dal Covid, che qua si materializzano nel numero ridotto di topi e fiocchi di neve nel primo atto. Resta però vero che neanche il Grinch potrebbe rimanere indifferente a questo miracolo di Natale che, per bellezza, sfarzo e musicalità, non ha eguali sulle scene londinesi.

Fumi Kaneko è la Fata Confetto


Due sono i fattori che rendono Lo schiaccianoci un classico intramontabile: la partirua di Čajkovskij e il talento degli artisti del Royal Ballet. La prima annovera melodie intramontabili come la danza della Fata Confetto e il Valzer dei Fiori, meravigliosamente eseguiti dall'orchestra, superbamente diretta da Koen Kessels. Allo stesso modo, nonostante un paio di sostituzioni dell'ultimo minuto, anche i ballerini sono in ottima forma e regalano un'interpretazione elegante e gioiosa dei passi che a Covent Garden sono già stati danzati per oltre cinquecento rappresentazioni. Fumi Kaneko ha sostituito l'indisposta Natalia Osipova, ma niente nella sua tecnica e luminosità tradiva preoccupazione o poca preparazione. Visto lo scarso preavviso con cui ha sostituito la collega, colpisce soprattutto la splendida alchimia con Reece Clark nel ruolo di un principe Coqueluche particolarmente virile. Così come la prima ballerina giapponese, anche Clark danza divinamente unendo atleticità e raffinatezza. Entrambi sono ottimi quando presi singolarmente, ma è nell'applauditissimo grand pas de deux che raggiungono un vero e proprio trionfo di grazie e armonia.

Meaghan Grace Hinkis (Clara) e Leo Dixon (Hans Peter) alla fine del primo atto

È sempre difficile provare a stabilire chi sia il vero protagonista del balletto: Clara e lo Schiaccianoci dominano il primo atto e quasi spariscono nel secondo, mentre la Fata Confetto e il Principe non mettono mai piede in scena prima del secondo tempo, che però è dedicato interamente a loro. Le sapienti mani di Wright hanno provato a dare equilibrio allo Schiaccianoci facendo ballare Hans Peter e Clara in alcuni dei celebri pezzi del secondo atto, nonché scrivendo un prologo e un epilogo in cui si scopre che lo Schiaccianoci è il nipote dell'onnipresente Drosselmeyer, che si riesce a ricongiungere con il ragazzo solo nella scena conclusiva, dopo che Clara ha spezzato l'incantesimo che lo aveva trasformato in Schiaccianoci. Certo, questo non basta a dare una vera e propria struttura drammatica all'opera, ma permette almeno a Clara e Hans Peter di non essere solo spettatori durante il secondo atto. Questo sarebbe un peccato visto che i giovani Meaghan Grace Hinkis e Leo Dixon sono dei bellissimi protagonisti. Dixon ha sostituito Valentino Zucchetti nel ruolo dello Schiaccianoci: è stata la sua prima rappresentazione nel ruolo di Hans Peter e, nonostante qualche incertezza nel primo atto, se la è cavata più che egregiamente. Di grande bellezza sono stati il suo momento da mimo e la danza russa del secondo atto. Ma del resto tutto il cast regala grandi emozioni per la sua tecnica e affiatamento: sia i momenti più realistici del primo atto che quelli onirici del secondo vengono danzati egregiamente in uno Schiaccianoci che vorremmo non finisse mai. Quindi, se passata per quel di Londra, non esitate e andatevi a far stregare alla Royal Opera House: per entrare nel magico regno della Fata Confetto non dovrete nemmeno uccidere il Re dei Topi, basta prendere un biglietto!

In breve. La magia di Čajkovskij (e del Natale) rivive ancora una volta a Covent Garden.

★★★

lunedì 15 novembre 2021

Giselle alla Royal Opera House


Più che una vera e propria recensione questa è una lettera d'amore per Marianela Núñez, la straordinaria prima ballerina del Royal Ballet. La scorsa settimana l'ha vista impegnata in due repliche di Giselle – le numero 601 e 602 nella storia della compagnia –, in cui ha danzato prima nel ruolo dell'eponima protagonista e poi in quello di Myrtha, la regina delle Villi. Quello della forosetta Giselle è diventato ormai il suo cavallo di battaglia e proprio in questo ruolo tre anni fa aveva celebrato i suoi vent'anni con la compagnia. Ma, come direbbe Enobarbo, 'age cannot wither her' e anno dopo anno la Núñez si riconferma sempre di più come l'erede naturale della prima ballerina assoluta Alessandra Ferri. La sua Giselle non ha la focosità popolana della Osipova, ma brilla di luce propria dal momento in cui entra in scena. Nessuno potrebbe negare che la sua Giselle è probabilmente la figlia illegittima di un aristocratico, tanto regalmente si muove sul palco, tanto raffinata e la sua postura, ogni gesto e ogni movenza. Come hanno notato i critici, ormai la ballerina è a quel punto della sua carriera in cui ogni passo, per quanto intricato e frutto di anni di studi e lavoro, sembri ormai naturale ed eseguito senza sforzi: la danza è la lingua madre della Núñez, che la parla con una maestria difficile da imitare o eguagliare da chi le sta intorno.

Il suo storico partner Vadim Muntagirov è Albrecht e ciò non sorprende, dato che pochi altri riuscirebbero a tenerle testa per tecnica e stile. Muntagirov riesce a combinare virtuosismo e modestia, danzando con grande stile ma senza pavoneggiarsi. La sua è una performance particolarmente convincente nel primo atto, quando delinea un Albrecht ironico e affettuoso, leggero e che non prende nulla troppo sul serio. La grande alchimia con la Núñez regala uno splendido primo atto, coronato dalla scena della pazzia di Giselle: qui la prima ballerina argentina combina grande tecnica e una recitazione di grande intensità per delineare il ritratto di una mente fratturata. Risorgerà dopo l'intervallo come il più etereo degli spiriti, che con grazie e coraggio darà la forza all'uomo che le ha spezzato il cuore di superare la prova delle Villi. L'amore della sua Giselle trascende la morte e il suo candore dona grazia e perdono non sono ad Albrecht, ma a tutto il pubblico.

Marianela Núñez è Giselle

Un paio di sere dopo la ballerina ritorna in grande stile a Covent Garden non più come amante, ma come aguzzina di Albrecht. Nel ruolo di Myrtha, la regina delle Villi, la Núñez colpisce ancora una volta per la naturalezza e la precisione del suo stile, ma ancora una volta è la sua recitazione a darle quel qualcosina in più che non si può insegnare né imparare. La sua Myrtha nasconde dietro a una rigidità glaciale una natura più profonda, il ricordo di quando è stata umana. Quando Giselle – una splendida Yasmine Naghdi, elegante ed espressiva – le si para davanti per proteggere Albrecht – l'eccellente Matthew Ball (Swan Lake), in ottima forma – la Núñez indietreggia coprendosi il volto. Questo gesto, imitato da tutte le Villi, fa naturalmente parte della coreografia di Peter Wright, ma la ballerina argentina gli infonde un significato profondo: non indietreggia come Dracula davanti a un crocifisso, ma ricorda la regina delle nevi di Andersen, il cui algido cuore si scioglie davanti alla vista dell'amore. Quando Giselle danza per salvare Albrecht, la sua Myrtha si volta a guardarle con la coda dell'occhio e, quando lo fa, la sua postura di ammorbidisce momentaneamente. Le Villi, del resto, sono spiriti di donne morte prima del matrimonio, uccise dal tradimento degli uomini che avevano giurato loro eterno amore: la Myrtha della Núñez ha degli sprazzi di umanità che emergono, forse dopo secoli, tra le gelide membra da regina. Guardando Albrecht e Giselle, lei sembra rammentare il suo amore passato e perduto. Quando le campane risuonano per segnalare l'alba e, di conseguenza, la fine del suo potere su Albrecht, il volto della Núñez è attraversato da un'espressione di sollievo, come se uccidere il conte non fosse tanto il suo desiderio, quanto più il suo dovere. Imprigionata in un ruolo innaturale e sovrannaturale, Myrtha lancia un ultimo sguardo ai due amanti prima di sparire tra i primi raggi dell'alba: il miracolo di Giselle non è stato salvare Albrecht, ma ricordare alla regina delle Villi che, un tempo, anche lei aveva un cuore.

Matthew Ball (Albrecht) e Yasmine Naghdi (Giselle)


Accanto a questi cinque grandi interpreti, il cast che si affolla intorno a loro completa delicatamente la storia. Nella replica dell'8 novembre si è distinto particolarmente il gruppo del pas de six, capitanato dall'eccellente William Bracewell, fresco di uno straordinario debutto come Romeo nel balletto di Kenneth MacMillan. Molto bravo anche Luca Acri, che ha rimpiazzato Lukas B. Brændsrød nel ruolo di Hilarion: laddove il secondo è prestante e virile, il primo colpisce per il suo aspetto più fanciullesco e la grande rapidità dei movimenti, regalando un ritratto del personaggio più gentile e che ne rende la morte ancora più tragica. Nella replica del 10 novembre è invece Joseph Sissens a rubare la scena durante il pas de six, ma la vera novità è quella portata da Ball. Dei quattro Albrecht visti in queste due settimane, Ball è decisamente il più arrogante e superficiale, tanto che la sua caratterizzazione del personaggio spinge tutti i suoi colleghi ad alterare la propria. In particolare capiamo bene perché la Berthe di Kristen McNally è così restia ad accettare il legame tra la figlia e il giovane, che del resto dà ampia prova della sua superficialità. Quando viene scoperto dagli amici e dalla fidanzata, l'Albrecht di Ball è lesto nel liquidare la situazione come una sciocchezza, e mentre per Reece, Bonelli e Muntagirov è evidente che il conte stia inventando una scusa per giustificarsi, l'Albrecht si Ball sta dicendo la verità e tutta la scena nel villaggio non è stato che un interludio ludico per lui. Anche la morte di Giselle non sembra segnarlo così nel profondo: è turbato e scioccato dal suicidio della giovane, ma è la colpa ad angustiarlo, non la fine di un grande amore. Soltanto nel secondo atto il suo Albrecht maturerà e diventerà uomo, reso tale dall'amore immortale (e non del tutto meritato) che Giselle nutre per lui. La sua è una performance memorabile e quella con la splendida Naghdi è una partnership chiaramente destinata a durare e dare grandi risultati.

In breve. Ogni cast porta qualcosa di nuovo a Giselle, ma anche in mezzo a tutte le eccellenze del Royal Ballet Marianela Núñez si conferma essere il gioiello della corona.

★★★★

venerdì 5 novembre 2021

Giselle alla Royal Opera House


L'allestimento di Sir Peter Wright di Giselle, il balletto romantico per eccellenza, viene riproposto regolarmente a Covent Garden dal suo debutto nel 1985. Non è difficile capire il perché: la messa in scena elegante e tradizionale ci ricorda il motivo per cui Giselle è un classico, mentre le coreografie mettono in bella mostra non solo il talento dei ballerini principali, ma dell'intero corpo di ballo del Royal Ballet.

Giovedì 6 novembre la forosetta innamorata del principe è tornata a danzare alla Royal Opera House per la prima volta dopo il Covid e, per l'occasione, il ruolo della protagonista è stato interpretato ancora una volta da Natalia Osipova. Quando la ballerina russa danzò per la prima volta nella parte di Giselle nel 2014 la critica la osannò come una vera e propria rivelazione: a sette anni di distanza è chiaro che la Osipova verrà ricordata come una delle migliori – o, forse, la migliore – Giselle della sua generazione. Non è solo la sua tecnica impeccabile, forgiata al Bol'šoj, a rendere Osipova così memorabile nel ruolo della protagonista, ma la passione di cui investe il personaggio. La sua Giselle potrà anche essere una contadinella, ma brucia di una passione intensa con cui tinge ogni gesto e movenza. Ci si sente quasi a disagio a vederla accarezzare così voluttuosamente il mantello di Bathilde e i suoi sentimenti per Albrecht sono così evidenti e divoranti che neanche ci chiediamo perché si suicida per aver perso un uomo conosciuto mezz'ora prima. Tecnicamente perfetta, atletica e aggraziata, Osipova è impeccabile sia come contadina che come spirito e la scena della pazzia, così come le intense scene finali, valgono a sole il prezzo del biglietto.

Reece Clark e Natalia Osipova

Il cast intorno a lei, del resto, non è da meno. Il suo Albrecht è il primo solista gallese Reece Clark, con cui aveva già danzato prima del lockdown. Giselle conferma che la loro partnership è destinata a diventare un sodalizio artistico molto proficuo e i due in scena fanno scintille. Clark la eguaglia nella solidissima preparazione tecnica, anche se emotivamente non è ancora al suo livello. L'Albrecht di Clark è perfettamente riuscito come aristocratico arrogante e scanzonato nelle prime scene, ma il finale non riesce del tutto a raggiungere quel picco tragico di perdita e sofferenza che dovrebbe concludere il balletto. Però glielo si perdona volentieri ed è difficile ricordare che questo era il debutto di Clark nel ruolo. Nei ruoli da comprimari spiccano l'Hilarion di Lukas Bjørneboe Brændsrød e la Myrtha di Mayara Magri: il primo colpisce perché – per una buona volta – per grazie e bellezza il suo personaggio è un vero e proprio rivale di Albrecht, mentre la seconda (anche lei al suo debutto nella parte) è una regina delle Villi particolarmente eterea.

Federico Bonelli e Lauren Cuthbertson

Venerdì sera invece è andata in scena la replica numero 660 di questo allestimento, con i primi ballerini Luren Cuthberston e Federico Bonelli nei ruoli degli sfortunati amanti. La rappresentazione segna il ritorno a Covent Garden della Cuthberston dopo la nascita della figlia Peggy e per quanto rimpiazzare la Osipova possa essere una prospettiva spaventosa, la ballerina si fa onore. Fisicamente la Cuthbertson non ha le doti straordinarie della sua collega russa, ma rimane comunque una solidissima ballerina che si è spesso distinta per il suo grande talento recitativo e l'umanità di cui riveste i suoi personaggi. Se durante il primo atto non ha tante occasioni per brillare – che invece la Osipova è riuscita accuratamente a ritagliarsi – è nel secondo atto che la sua Giselle splende con più intensità. La sua Giselle non è solo molto ben riuscita da un punto di vista tecnico durante le estenuanti coreografie delle ultime scene, ma riesce ad incarnare profondamente lo spirito di sacrificio, la generosità e l'amore per il suo principe: la sua Giselle non è mai commovente come quando culla tra le proprie braccia lo stremato Albrecht. Il quarantatreenne Bonelli non sarà lontanissimo al ritiro, ma continua a dimostrarsi un ballerino eccezionale e un partner di rara sensibilità. Al contrario di Clark, Bonelli porta gravitas e pathos nelle scene finali e l'ultimo pas de deux commuove in un modo in cui la replica di giovedì non è riuscita. La trentina di Entrechat Six perfettamente riusciti ci ricorda inoltra che di tecnica e vigore ne ha ancora da vendere: Edward Watson (The Dante Project) si è appena ritirato e speriamo che Bonelli non lo raggiunga presto nel dare l'addio alle scene.

Il corpo di ballo


Venerdì sera Annette Buvoli ha sostituito all'ultimo momento Claire Calvert ne lruolo di Myrtha: anche per la Buvoli si tratta di un debutto, decisamente riuscitissimo. La sua regina della Villi non è soltanto eterea, ma ha anche quell'inflessibile durezza che alla Magri mancava. Nonostante il grande talento dei protagonisti, come spesso accade in Giselle, sono le Villi che rubano la scena: il corpo da ballo del Royal Ballet stupisce ancora una volta con una quarantina di ballerine che si muovono con grazia, precisione e perfetta sincronia. Se l'ultima cosa che vedono prima di annegare è il talento delle ballerine del Royal Ballet, allora le vittime delle Villi non si possono lamentare più di tanto.

In breve. Due diversi cast con le rispettive forze e debolezze fanno rivivere con successo il balletto romantico per definizione.

★★★★

sabato 16 ottobre 2021

The Dante Project alla Royal Opera House


Nel 2015 il coreografo Wayne McGregor era stato acclamato per aver rivoluzionato la struttura tipica del balletto in tre atti con il suo meraviglioso Woolf Works. Il balletto, riproposto anche alla Scala un paio di anni fa, era una rielaborazione di tre opere di Virginia Woolf – La signora Dalloway, Orlando e Le onde – che, sviluppate ciascuna in un atto diverso, formavano un trittico davvero memorabile. Nessuno dei tre atti era un mero adattamento dei romanzi, dato che McGregor aveva "aperto" i testi come in un quadro cubista, assorbendone il contenuto e riproponendolo in maniera che fosse sì riconoscibile, ma nuova e innovativa. Mentre I Now, I Then era un adattamento ragionevolmente fedele di Mrs Dalloway, il secondo atto Becomings aveva soltanto una vaga rassomiglianza con Orlando, mentre in Tuesday McGregor aveva offerto una lettura altamente astratta e stilizzata di The Waves, che del resto è il più sperimentale dei romanzi della Woolf.

In occasione del settecentesimo anniversario della morte del Sommo Poeta, McGregor torna a riproporre questo modello con The Dante Project, magnificamente portato sulle scene dal Royal Ballet. Vedere il balletto come un adattamento della Divina Commedia sarebbe un errore: una trasposizione integrale dell'opera (anche ammettendo che la danza sia l'espressione artistica migliore) sarebbe impossibile e del resto il coreografo ha altri piani. Così come in Woolf Works, anche in The Dante Project assistiamo a una rarefazione della trama con il passare degli atti. Se in Inferno: Pilgrim riconosciamo diversi episodi della prima cantica, in Purgatorio: Love vediamo come la Vita Nuova sia stata inglobata nel viaggio di espiazione delle anime e in Paradiso: Poema Sacro non ritroviamo più il Paradiso di Cacciaguida e San Bernardo, ma una massima rappresentazione della poetica dantesca della luce.

Gary Avis (Virgilio) ed Edward Watson (Dante)

Il successo del balletto nasce dalla perfetta sinergia tra le coreografia di McGregor, la scenografia di Tacita Dean, il disegno luci Lucy Carter e, immancabilmente, la partitura di Thomas Adès. Acclamata visual artist, Dean sviluppa scene e costumi trattando ciascuna cantica con straordinaria originalità. Il suo inferno non è la fornace che ci immaginiamo, ma una Caina perenne, fredda e buia. Sullo sfondo vediamo una gigantesca lastra di ardesia su cui è stata disegnata una montagna rovesciata: un'immagine bizzarra ed alienante, che suggerisce l'invertimento dell'ordine naturale e la desolazione del luogo, da cui si può vedere una realtà riconoscibile ma troppo lontana per essere raggiunta. In Purgatorio le sette cornici sono rappresentate da semplici sgabelli e su tutto si erge la fotografia di una pianta di Jacaranda. In paradiso la scenografia scompare e su uno schermo al centro del palco viene proiettato un filmato in 35mm che mostra un susseguirsi di cerchi luminosi, ispirati a quelli nei disegni per la Divina Commedia realizzati da Sandro Botticelli negli ultimi anni della sua vita.

I dannati all'Inferno

La Dean è affascinata dall'idea del negativo, nel senso fotografico del termine. I monti dell'inferno appaiono come nel negativo di una fotografia, così come i costumi dei ballerini: nonostante l'assenza di luce, essi sono completamente coperti di nero e i loro peccati – solitamente rappresentati con il colore della pece – vengono portati in scena con il biancore del gesso. È proprio il gesso che ricopre i personaggi a tradire il loro peccato, di cui diventa manifestazione visiva: un peccato che lascia impronte, che aleggia nell'aria e rimane attaccato alla pelle. I ladri hanno le mani coperte di gesso, Paolo e Francesca (gli stupendi Francesca Hayward e Matthew Ball) hanno il gesso sulle zone erogene, mentre Satana (l'ottima Fumi Kaneko) ne è completamente ricoperto. Anche il colore degli abiti di Dante e Virgilio vengono rappresentati in negativo, invertendo i colori attribuiti loro da William Blake. Così il Dante dell'inferno indossa una tunica di un verdino ospedaliero, mentre Virgilio è in giallo.

Edward Watson (Dante) e Sarah Lamb (Beatrice) in Purgatorio

È solo in purgatorio che Dante comincia a colorarsi di rosso, il colore di cui sarà vestito completamente in paradiso. Ed è proprio il secondo atto, quello del purgatorio, ad essere il più bello e commovente. McGregor immagina questo luogo di penitenza ed espiazione come un posto di profonda introspezione e memoria: mentre le anime dell'Inferno usano i ricordi per sminuire i propri errori e deflettere le proprie colpe, le anime purgatoriali si immergono nei ricordi e li accettano. L'atto diventa un'occasione per Dante (e McGregor) di ricordare l'amore per Beatrice (la splendida Sarah Lamb) e lo fa in una meravigliosa sequenza in cui il giovane poeta (Marco Masciari, davvero ottimo) ricrea la scena del primo incontro. Il secondo atto presenta anche il commovente addio di Dante al suo "dolcissimo patre", nonché momenti particolarmente toccanti di espiazione per le anime penitenti. Non più suddivisi in gruppi e scene episodiche, le anime del Purgatorio appaiono come una vera comunità e la partitura di Adès – intelligente ed evocativa, ricca di richiami a Liszt e Čajkovskij – incorpora magistralmente i baqashot, i canti di penitenza e supplica della tradizione sefardita. Il risultato finale dell'atto, dalla durata di appena venticinque minuti, è profondamente toccante e rende Purgatorio: Love la sezione di maggior successo del balletto.


Paradiso: Poema Sacro

Così come i versi danteschi si fanno più rarefatti nella terza cantica, anche le coreografie di McGregor abbandonano ogni tentativo di realismo per dedicarsi a un linguaggio profondamente simbolico e astratto. È la topografia del Paradiso – e non gli angeli e i santi – ad interessargli e forse la miglior descrizione del terzo atto ce la fornisce proprio Dante:

... e quelle anime liete
si fero spere sopra fissi poli,
fiammando, volte, a guisa di comete.

E come cerchi in tempra d’orïuoli
si giran sì, che ’l primo a chi pon mente
quïeto pare, e l’ultimo che voli;

così quelle carole, differente-
mente danzando, de la sua ricchezza
mi facieno stimar, veloci e lente.

                                                                (Par. XXIV, 10-18) 

La partitura di Adès, che dirige anche l'orchestra, vengono modellate da McGregor in coreografie che non rappresentano nessuno degli episodi narrati da Dante nel Paradiso, ma che creano un linguaggio visivo caratterizzato da ariosità e luminosità. L'atto è indubbiamente bello e mostra al pieno gli infiniti talenti dei ballerini del Royal Ballet, ma dopo la grande emotività del Purgatorio Paradiso: Poema Sacro risulta un po' più arido e meno soddisfacente. Migliora però nel finale, quando, dopo un ultimo, toccante pas de deux con Beatrice, a Dante non resta che rimanere a bocca aperta alla visione di quell'"Amor che move il sole e le altre stelle".

Sarah Lamb (Beatrice) ed Edward Watson (Dante) nel terzo atto

Il livello di talento in scena è francamente eccezionale. Adès stesso dirige l'ottima orchestra, in cui spiccano soprattutto le percussioni e i fiati. In scena danzano, oltre al corpo di ballo, ben undici ballerini principali del Royal Ballet, tra cui i sempre eccellenti Marcelino Sambé, Natalia Osipova e Yasmine Naghdi, oltre ai già citati Ball, Hayward, Lamb, Kaneko e, soprattutto, Watson. Edward Watson danza nella compagnia da quasi trent'anni e il 30 ottobre darà l'addio alle scene proprio con il suo Dante. Ballerino feticcio e stretto collaboratore di McGregor, Watson è uno dei danzatori più particolari ed intriganti dell'ultimo quarto di secolo. Con il suo corpo lungo e sottile, gli arti magri e interminabili, Watson si aggira sulla scena come un ragno: la sua agilità ed elasticità disegnano un Dante incredibilmente tormentato, con un piede sempre nella selva oscura. Il suo corpo sofferente lascia trasparire un profondo disagio interiore, che si allevia almeno in parte nel corso della serata. Non è nobile o elegante, ma un'anima che vede qualcosa di sé in tutti gli spiriti dell'Inferno. E anche quando danza in Paradiso, il Dante di Watson è in quel mondo ma non di quel mondo, una figura imperfetta e quasi claudicante che lotta per la perfezione e la pace interiore. È un'interpretazione intensa e memorabile ed è quanto mai appropriato che Watson termini la sua carriera interpretando un altro artista che, come lui, ha sempre spinto oltre il limite di quello che si credeva che la sua arte potesse raggiungere.

Federico Bonelli dopo la sua prima rappresentazione [foto di Rob Sallnow]

Al cast principale capitanato da Watson si alterna un secondo cast – di qualità altrettanto elevata ma con nomi meno noti – che vede nel nostro Federico Bonelli il suo Dante. Bonelli è, per molti versi, l'anti-Watson: dove il futuro pensionato è strano, inquietante e spasmodico, Federico è il classico danseur noble romantico e virile. Mentre Watson è sofferente, Bonelli è emotivo e l'interpretazione che ne risulta è decisamente differente. Senza quel corpo da insetto di Watson, Bonelli fatica a comunicare gli abissi di disperazione che Dante fronteggia all'inferno e anche nella prima cantica il suo è un protagonista profondamente segnato all'amore, come dimostra nell'interesse nei confronti di Francesca e Didone. Il ballerino italiano si riscatta abbondantemente nel secondo atto, dove il suo pas de deux con Beatrice raggiunge un'armonia sconosciuta in Watson: Bonelli è, prima di tutto, un grande partner sulle scene e mentre Watson vive di assoli, Federico dà il meglio di sé quando interagisce fisicamente con altri. In particolare, è nell'ultimo atto che vediamo la più grande differenza: mentre Watson si conferma un Dante che rimane estraneo alla perfezione del paradiso, Bonelli vi prende parte danzando i passi celestiali come se fossero la sua lingua madre. Entrambi i ballerini sono grandi artisti e potete stare sicuri che, qualunque cast vedrete, sarete in ottime mani.

In breve. Pur non riuscendo sempre a ritrovare la grande emotività e coerenza di Woolf Works, McGregor presenta al pubblico un nuovo balletto che anche se non è sempre soddisfacente, riesce comunque ad essere bellissimo. 

★★★★½

domenica 27 gennaio 2019

Swan Lake al Sadler's Wells Theatre


Il classico moderno di Matthew Bourne è tornato per un trionfale mese di repliche al Sadler's Wells Theatre di Londra, il tempio della danza moderna. Qui tutto cominciò nel 1995, quando il pubblico ebbe per la prima volta la possibilità di vedere i cigni maschi danzare i ruoli fino ad allora ricoperti da ballerine con chignon e tutù. Una scelta controversa ma che si rivelò un successo senza precedenti, confermato dalle numerose tournée mondiali del balletto che hanno portato il genio visionario di Sir Matthew in tutti i continenti. Lo Swan Lake di Bourne va a rimaneggiare il classico di Pëtr Il'ič Čajkovskij non solo nel sesso dei ballerini, ma anche nella struttura della (meravigliosa) partitura e della trama. Il principe di Bourne ha un che di amletico e Romantico, un giovane uomo tormentato dagli impegni reali e dall'assenza di affetto materno, allontanato da ogni possibile amore o amicizia dal suo rango e manipolato per intrighi di potere a corte. Sull'orlo del suicidio, il principe vede un cigno nel lago e la sua bellezza, grazia e libertà lo attirano e gli danno speranza. La vita di corte presto negherà all'erede al trono anche questo sogno, portandolo alla pazzia e alla morte: una morte in cui forse potrà trovare la pace e ricongiungersi con quel cigno che gli ha dato per primo l'illusione della libertà.

Il balletto di Bourne viene spesso definito "la versione gay del Lago dei Cigni", una definizione che diverte il coreografo ma che è decisamente riduttiva. Certo, il sensuale pas de deux tra il principe e il cigno nel primo atto ci parla sicuramente di attrazione fisica tra i due, sviluppata ulteriormente nel secondo atto, quando uno straniero con le sembianze del cigno si presenta al ballo a corte, ma l'animale è anche simbolo di quell'aggressività, indipendenza e libertà che il principe brama. Negli ultimi anni c'è stata una certa tendenza nel casting di selezionare il cigno tra ballerini di danza moderna o anche dal musical, ma quando il primo ballerino viene dalla tradizione del balletto classico la differenza si vede, eccome. Matthew Ball, ballerino principlae del Royal Ballet, è meraviglioso nei suoi ruoli del cigno e dello "straniero", ma è soprattutto nel primo che dà il meglio di sé. Con grazia e agilità, porta in scena un cigno ricco di interessanti sfumature drammatiche, che con il corpo muscoloso ma sottile suggerisce una giovinezza simile a quella del principe, ma libera da limiti e responsabilità: al contrario che con cigni più massicci e virili come l'eccellente e compianto Jonathan Ollivier, il principe può davvero vedere nello Swan di Ball un suo doppio. E in quelli che sono tradizionalmente i ruolo di Odette ed Odille, Matthew Ball è davvero indimenticabile.

Matthew Ball nel ruolo del Cigno

Dominic North è un principe particolarmente sofferente e ansioso, che usa le belle linee e l'ottima preparazione tecnica per costruire un personaggio sfaccettato e intenso. I suoi momenti migliori sono nel pas de deux con Ball e nelle scene con la madre, l'ottima Regina di Katrina Lyndon, in cui danza il suo desiderio di affetto con commovente disperazione. Ruba la scena nel ruolo minore della fidanzata una Carrie Willis molto Legally Blonde, che porta il tanto necessario "comic relief" nel primo e nel secondo atto. Le scenografie e i costumi di Lez Brotherston sono ormai diventati iconici, grazie anche alla scene finale di Billy Elliot: sono eleganti e funzionali, aiutano la trama a dipanarsi senza esere troppo intrusivi. Le orchestrazioni di Rowland Lee fanno onore al compositore, così come l'impeccabile direzione musicale di Ben Pope, che conduce l'orchestra (sfortunatamente assente nelle tappe italiane della tournée del 2013) in un rendimento eccellente della più celebre partitura di un balletto. E ovviamente non si piò evitare di rimarcare la bellezza, intelligenza ed originalità della regia e delle coreografie di Matthew Bourne, che hanno saputo reinterpretare un balletto leggendario in un modo che, pur portando rispetto all'originale, crea un risultato unico e bellissimo. Le repliche a Londra sono finite, ma l'allestimento andà in tournée nelle principali città inglesi fino a maggio, non perdetevelo!

In breve. A ventitré anni dal debutto, questo revival ci ricorda la bellezza dell'opera di Matthew Bourne, che ha saputo creare un vero ed indimenticabile classico moderno.

★★★★

venerdì 17 marzo 2017

Project Polunin al Sadler's Wells Theatre


Salutato come il più grande ballerino della sua generazione, Sergei Polunin è l'enfant terrible del balletto: diventato solista del Royal Ballet a soli diciannove anni, a ventuno ha lasciato la Royal Opera House perché sentiva che l'artista in lui stava morendo. Dopo aver partecipato a diversi progetti in tutto il mondo ed essere diventato famoso su YouTube grazie al video in cui danza sulle note di Take Me To The Church, Sergei ha fondato il Project Polunin nel 2015, per far avvicinare la gente alla danza. Per una settima soltanto, Sergei è tornato a Londra per calcare uno dei più rinomati palchi della danza moderna, il Sadler's Wells Theatre. Accanto a lui c'è la fidanzata, l'ottima ballerina russa Natalia Osipova. Il Project Polunin presentato al Sadler's si compone di tre parti, composte e coreografe da artisti diversi.

Apre la serata Icarus, the Night before the Flight, un breve balletto musicato da Sergei Slonimsky e coreografato dalla leggenda vivente della danza classica che è Vladimir Vasiliev. Debuttato al Bolshoi nel 1971, Icarus è uno di quei precisissimi balletti sovietici che preferiscono la tecnica al sentimento: la notte prima del suo celebre volo, Icaro è tentano dall'amata Aeola a rinunciare alla sua avventura a favore di una vita tranquilla insieme a lei. Dopo un tormentato pas de deux, Icaro rifiuta rabbiosamente le proteste di Aeola e si prepara al volo. Dalla durata di soli quindici minuti, Icarus è sicuramente il pezzo migliore della serata e, anche se la musica non è eccezionale, permette a Polunin e all'Osipova di mostrare il  loro grande talento come solisti e come coppia. In particolare, Polunin sfoggia brevemente la sua grande tecnica, espressività e potenza nello scatto di Icaro: quella di Sergei è una performance rapidissima, tecnicamente perfetta ed incredibilmente espressiva. Vasiliev ha anche saputo sfruttare al meglio l'eccellenza di Polunin nella fase "aerea" dei suoi movimenti: si libra leggero molto in alto e i suoi meravigliosi sauts de basque e tours en l'air l'hanno reso famoso già dai tempi in cui, giovanissimo, danzava con il Royal Ballet.

Icarus

A Icarus segue Tea or Coffee, coreografato da Andrey Kaydanovsky, un pezzo ironico e sinisto che sembra essere molto ispirato dal Cafe Muller di Pina Bausch. Il confronto con la Bausch serve solo a dare un'idea, c'è un abisso tra i lavori della coreografa tedesca e questo trascurabilissimo pezzo. Fiocamente (anche troppo fiocamente) illuminato da Richard Howell, il balletto vede quattro danzatori creare una scena grottesca e vagamente minacciosa: il progetto è mediocre, ma i ballerini - Alexey Lyubimov, Valeria Mukhanova, Anastasia Pershenkova e Evgeny Poklitar - sono ottimi.

A questo sfortunato interludio segue quello che dovrebbe essere il pezzo forte della serata, un balletto più lungo e sostanzioso musicato da Ilan Eshkeri e coreografato dallo stesso Polunin: Narcissus and Echo. Purtoppo, è proprio il terzo atto a dare il colpo di grazia alla struttura che Tea or Coffee ha contribuito a indebolire. Il programma di sala ci informa che il balletto vuole offrire una riflessione sul narcisismo della società moderna e il messaggio ci viene non troppo sottilmente fatto recepire con i selfies di Polunin proiettati nello stagno. Più che una critica sociale, il balletto sembra mettere in mostra il narcisismo del suo protagonista e coreografo: la partitura è davvero bella, ma quello che lo spettatore si trova davanti è pura vanità di dubbio gusto. Il balletto comincia con Polunin che si pavoneggia in mezzo ad altri giovinetti tebani (i bravi Shevelle Dynott, Alexander Nuttall, Daniele Silingardi e Alejandro Virelles) in mezzo a una scenografia onirica e con costumi che sembrano essere usciti da un incubo pastorale del diciannovesimo secolo.

Polunin e Daniele Silingardi

I giovani Tebani si addormentato e le ninfe (Alexndra Cameron-Martin, Maria Sascha Khan, Adriana Lizardi, Callie Roberts e Hannah Sofo) danzano tra loro, guidate dalla bella Eco (Osipova). I giovani si svegliano e scorgono le ninfe, con cui danzano in un movimento che mette in luce una mancanza di prove. Alla fine, restano solo Polunin e l'Osipova, che danzano un acrobatico pas de deux finché Narciso non la rigetta, danza disperamente intorno allo specchio d'acqua e alla fine ci si abbandona detro. Non c'è che dire, Polunin si è davvero cucito il ruolo addosso, per evidenziare la sua bella figura e le sue doti "aeree", qui messe in mostra in abbondanza (fanno sempre il loro effetto, anche se gli atterraggi non sono sempre perfetti). Ma, come dicevo prima, Poluni finisce vittima della propria vanità (autocoreografarsi non è mai una buona idea) ed il suo assolo diventa ripetitivo, trascinato e noioso. La vera stella del terzo atto, e di tutta la serata. è Natalia Osipova: la sua grazie, precisione tecnica e i sentimenti che porta in scena surclassano il virtuosismo un po' vuoto del fidanzato e la confermano tra le migliori ballerine del momento.

Natalia Osipova

Per essere il Polunin Project, c'era decisamente poco Polunin: l'Icarus è il pezzo in cui è più presente, ma scompare per tutta la durata di Tea or Coffee e passa metà di Narcisus addormetato su Giove (non sto scherzando). L'Osipova è l'indiscussa protagonista del Narcisus e ruba la scena come solo una stella di grande talento sa fare. Polunin è un grandissimo ballerino che ha un terribile bisogno di materiale al suo livello: sprecare il suo talento con progetti autoindulgenti non è solo un peccato, ma anche un pericolo, come dimostrano le sporcature tecniche che lo tradiscono in Narcisus. Forse dovrebbe rinunciare all'aria d'artista maledetto, compiere un atto di umiltà e tornare a danzare in una compagnia. Perché, se la serata ha dimostrato qualcosa, è che Polunin è indiscutibilmente un grande artista, ma uno che ha ancora bisgono di guide e di struttura.

In breve. Due grandi artisti mettono in mostra il loro indiscutibile talento in una serata che alterna pezzi discreti ad altri decisamente mediocri.

★★★

domenica 22 gennaio 2017

Giselle al London Coliseum


Giselle è il balletto romantico per eccellenza e da oltre centosettant'anni registra grandi successi nei teatri di tutto il mondo. Dopo una claudicante produzione autunnale, il London Coliseum ospita una classicissima Giselle coreografata da Mary Skeaping ed eseguita dall'English National Ballet.

Giselle è una forosetta che si innamora del bell'Albrecht, senza sapere che il ragazzo è in realtà il giovane duca e che è fidanzato. Quando il geloso guardiacaccia smaschera l'aristocratico, Giselle impazzisce e muore. Le Villi, vendicative fate dei boschi, accolgono lo spirito della fanciulla tra le loro schiere e costringono gli uomini a danzare fino alla morte per sfinimento. Ma quando Albrecht si presenta alla tomba dell'amata, Giselle intercede per lui presso le Villi e, al rifiuto delle creature dei boschi, danza con il duca e lo sostiene per tutta la notte. All'alba le Villi si devono ritirare e Albrecht è salvo.

Le tradizionali coreografie della Skeaping sono ormai associate a Giselle e, spaziando tra l'etereo e il bucolico, catturano in pieno lo spirito del balletto. Particolarmente ben riuscito è il secondo atto, con le lunghe sequenze delle Villi, l'assolo della loro regina Myrtha (una stupenda Alison McWhinney) ed il fantastico pas de deux di Albrecht e Giselle. Le musiche di Adolphe Adam non sono particolarmente memorabili, ma funzionali e sempre pronte a sottolineare l'azione con pathos e garbo, soprattutto quando eseguite dal vivo da un'orchestra del calibro dell'English National Ballet Philharmonic. Contribuiscono a questo allestimento tradizionalissimo le luci ocra di David Mohr e i bei costumi di David Walker: questa Giselle non offre nulla che non sia già stato visto un'infinità di volte, ma quando lo fa così bene perché lamentarsene?

César Corrales (Albrecht) durante le prove con Irek Mukhamedov 

Elisa Badenes è una bravissima Giselle, timida ed elegante, che con la sua grazia innata e robusta tecnica porta tantissimo alla parte. César Corrales, da poco un solista dell'English National Ballet, è uno splendido Albrecht e il suo assolo mentre le Villi lo tormentano è da mozzare il fiato. Bravo anche il guardiacaccia di Fabian Reimar e ottima Rira Kanehara, la ballerina del villaggio. Il suo compagno del celebre pas de deux del primo atto è Guilherme Menezes, bravissimo negli assoli, un po' meno quando deve essere sincronizzato con la partner.

In breve. Allestimento tradizionale e splendidamente riuscito del balletto per eccellenza.

★★★★