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giovedì 31 gennaio 2019

When We Have Sufficiently Tortured Each Other al National Theatre


Quando il due volte Premio Oscar Cate Blanchett si era ritirata dall'adattamento teatrale di Eva contro Eva la delusione è stata palpabile tra i theatre-goers londinesi, anche se Gillian Anderson sarà sicuramente una più che degna sostituta. Al posto di mettersi nei panni di Bette Davis, l'attrice australiana ha deciso di recitare nell'ultima fatica teatrale di Martin Crimp, noto esponente del teatro postmoderno. Come suggerisce il titolo, When We Have Sufficiently Tortured Each Other: Twelve Variations on Samuel Richardson's "Pamela", la pièce offre variazioni sul romanzo di Richardson Pamela, o la virtù premiata: come di consueto per Crimp, il suo dramma non ha una trama lineare, né personaggi chiaramente identificabili. Nelle sue due ore senza intervallo i due protagonisti si scambiano continuamente i ruoli nel parlare di sesso, della tensione tra serva e padrone, del sadomasochismo e della violenza implicita nella sessualità.

Se un tempo Crimp aveva raggiunti alti livelli di drammaturgia e innovazione, come nel suo indimenticabile Attempts on Her Life, nell'ultimo decennio il suo lavoro ha mostrato segni di stanchezza, al punto da riepigare su facili argomenti di scandalo come la pedofilia per attirare attenzione sui suoi drammi. Così anche in When We Have Sufficiently Tortured Each Other, una pièce che riesce ad essere evocativa ed incredibilmente pedestre allo stesso tempo. Nonostante il teatro abbia in giro voci di svenimenti durante le prime repliche per la violenza sulla scena, le recensioni ottenute dall'opera di Crimp sono state talmente deludenti da trasformare l'evento sold out della stagione in un mezzo flop: inizialmente il teatro aveva deciso di vendere i biglietti solo tramite un ballottaggio a causa della grande richiesta di pubblico, ma ora raramente registra il tutto esaurito e dozzine di biglietti ad ogni replica sono stati restituiti da spettatori accorti. E in effetti dopo aver visto la pièce non mi sento affatto di biasimarli e mi chiedo anzi se i presunti svenimenti non fossero altro che poveri spettatori addormentatisi per la noia.

Jessica Gunning, Cate Blanchett e Stephen Dillane


Per carità, a tratti il testo è anche abbastanza divertente, ma lo scopo del dramma è esplicato con talmente poca sottigliezza che il messaggio viene recepito chiaramente dopo la prima delle dodici variazioni sul tema, costringendo lo spettatore a una lunga, lunga serata ripetitiva. Se le opere di Crimp hanno lo stampo dell'enfant prodige sfiorito in fretta, la regista Katie Mitchell si è affermata come una delle artiste più divisive sulla scena teatrale inglese e le sue regie per la Royal Opera House ed il National Theatre hanno sempre ottenuto sia plausi che critiche asprissime. Qua è difficile dire se il problema sia anche di regia o se è proprio il testo ad essere irrecuperabile, ma sicuramente la Mitchell non è riuscita a dargli linfa ed il risultato finale è estremamente pedissequo e poco creativo. 

A salvare il pubblico dal suicidio ci pensa il cast, capitanato da Cate Blanchett e Stephen Dillane (Stannis di Trono di Spade). Il loro compito è veramente titanico e anche se non riescono mai a salvare la pièce dallo sfacelo in cui versa, possono almeno illuminare o rendere interessante qualche scena con le loro performance. L'assenza di personaggi veri e propri sicuramente non è d'aiuto per un attore, ma la Blanchett riesce ad essere indimenticabile con ogni movimento, ogni espressione e ogni frase pronunciata con quella sua voce così profonda e calda. Uno dei suoi momenti migliori è quando racconta a Jessica Gunning - bravissima, per niente inferiore ai due giganti con cui divide il palco - un sogno della notte precedente mentre la domestica le fa indossare l'abito da sposa: nei passaggi dai toni sognanti del ricordo a quelli più bruschi in cui intima alla serva di fare più attenzione Cate Blanchett mostra un pizzico del suo genio al pubblico, ma mostra anche quanto sia sprecata in When We Have Sufficiently Tortured Each Other. Altrettanto bravo Dillane, suo compagno in ogni scena, che riesce a infondere un po' di umanità a un personaggio poco sviluppato e ancora meno apprezzabile. Ma se la chimica tra i due attori riesce a rendere vagamente sopportabili le due ore - l'intervallo è stato probabilmente tagliato per evitare la fuga del pubblico - di certo non riesce a salvare lo spettatore da una serata lunghissima, monotona, pretenziosa e decisamente poco riuscita.

In breve. Neanche il piacere di vedere due grandi attori all'opera nasconde i difetti di un dramma davvero da dimenticare.

★½

mercoledì 8 novembre 2017

Follies al National Theatre


Follies è quello che potremmo definire un imperfect masterpiece, un musical apprezzato e amato, ma non al di sopra di ogni possibile critica. La colonna sonora di Stephen Sondheim annovera nella partitura alcune delle canzoni più amate del repertorio del teatro musicale, tra cui i classici Losing My Mind, Broadway Baby e I’m Still Here. Il libretto, del Premio Oscar James Goldman, ha invece sempre lasciato pubblico e registi insoddisfatti, al punto che da essere continuamente revisionato: non è troppo lontano dal vero affermare che non esistono due produzioni del musical con la stessa versione del libretto.

Follies, ambientato in un teatro di Broadway nel 1971, racconta della riunione delle ex-showgirls che si esibivano su quel palco oltre trent'anni prima. Alcune di loro, come Carlotta Champion, sono rimaste nel mondo dello spettacolo, mentre altre hanno intrapreso strade totalmente diverse. Tra i partecipanti alla reunion ci sono anche Sally e Phyllis, con i rispettivi mariti Buddy e Ben. I quattro erano inseparabili prima dello scoppio della guerra e rincontrarsi dopo tanti anni riaccende in Sally l’amore mai sopito per Ben. L’uomo sta affrontando una profonda crisi personale, che sia davvero l’amore di Sally la risposta a tutti i suoi dubbi?

Come i fantasmi che ne attraversano il palco, Follies è un musical fumoso e ineffabile, una riflessione più sulla memoria che sullo show business. Accompagnati dalle versione di loro stesse da giovani, le attempate signore rivivono la propria giovinezza per alcune ore: alcune sognano il passato, altre sono sagge abbastanza da sapere che nella memoria tutto sembra migliore. La produzione diretta da Dominic Cooke coglie in pieno lo spirito del (sottovalutato) libretto di Goldman e accetta le incongruenze del musical come quando si prende atto dell’inconsistenza di un ricordo. Cooke ha puntato molto sulla specularità, sul presentare con una sincronia mozzafiato il presente e il passato: nel primo numero, Beautiful Girls, le ex-ballerine ricreano il numero di apertura delle Weisman Follies scendendo goffamente la scalinata del teatro, mentre dall'altra parte del palco le loro versione più giovani fanno lo stesso con grazia ed eleganza. Questo si ripete per molti dei numeri principali, in cui i fantasmi del passato scrutano affascinati e delusi le donne che diventeranno col tempo. Certo, a volte il palco è un po’ troppo sovraffollato, ma emotivamente è da brivido.


 Imelda Staunton (Sally) e Janie Dee (Phyllis)


L’eccellenza della regia si rispecchia nel cast, un ensemble di quasi quaranta elementi che dà nuova linfa a un musical che compie quarantasei anni. Nel ruolo della fragile Sally Durant Plummer Imelda Staunton regala una performance sentina e commovente, un ritratto di una donna depressa che ha passato gli ultimi trent’anni nell’attesa di qualcosa che non è mai esistito. Quando mette piede sul palco per la prima volta, eccitata di essere tornata a New York, si illumina di una gioia deliziosa, presto spenta dall’arrivo del marito. La sua Sally ci ricorda di quella zia zitella che legge romanzi rosa e gli oroscopi, un personaggio eccentrico e adorabile che nasconde un dolore molto profondo. Vocalmente, Imelda non può competere con i suoi predecessori Dorothy Collins, Julia McKenzie o Bernadette Peters, ma la sua timida voce trasuda emozioni e la sua In Buddy’s Eyes è commovente come poche.

Janie Dee (Hand to God) è una splendida Phyllis Rogers Stone, l'amica-nemica di Sally che è riuscita ad accalappiare l'uomo dei suoi sogni e diventare un membro di spicco della società. Come Sally, nasconde il proprio dolore e la propria insoddisfazione, ma lo fa dietro a un velo di gelido cinismo. La serata metterà a serio rischio il suo rapporto con Ben, disotterando rancori sepolti da tempo. Dietro alle sue eleganti fattezze da Jackie O si nasconde una ragazza cruda e dirompente, che ancora emerge in alcuni momenti. Dee recita impeccabilmente, canta come una grande professionista (la sua Could I Leave You? è forse il momento migliore della serata) e mostra anche un talento nella danza nel suo numero finale, l'elettrizzante Lucy and Jessie, in cui mette in scena come in un numero di vaudeville la sua anima divisa.

Philip Quast (Ben) e Peter Forbes (Buddy)

Il baritono australiano Philip Quast è un ottimo Ben Stone, solido ma incrinato dai dubbi, un uomo che mette in discussione il successo ottenuto, le scelte fatte e il matrimonio. Vocalmente, Quast non ha rivali sul palco, ma anche la sua recitazione non è da meno: quello che rischia di diventare il personaggio più debole e noioso diventa l'anima del musical, un personaggio che ce l'ha fatta, ma ne siamo davvero sicuri? Peter Forbes è un Buddy particolarmente frustrato, che prova ancora a rendere felice la moglie anche se sa che fallirà. Anche Forbes regala un'ottima performance, specialmente nel suo numero Buddy's Blues, in cui esamina il rapporto con Sally e l'amante Margie come se fosse in un numero di varietà.

Nelle parti del resto delle ex-showgirl troviamo un impressionante gruppo di veterane del West End e particolarmente ben riuscite sono la Hattie di Di Botcher e la Carlotta di Tracie Bennett (Mrs Henderson Presents). La prima, una cinquantenne sgraziata e sovrappeso, si esibisce in un'esilarante Broadway Baby, un inno al working actor che passa da particina a particina sognando di diventare una star. La seconda interpreta una star di Hollywood survivalista che ha attraversato mezzo secolo di storia americana restando sempre sulla cresta dell'onda: e tutto questo viene cantato con una voce straordinaria e una rara intensità in I'm Still Here, il fiero canto di una donna che è sopravvissuta a tutto e a tutti. Ottima anche Dawn Hope nel ruolo di Stella, la ballerina di mezz'età che guida il cast nell'eccellente Who's That Woman?, un numero in cui le vecchie colleghe ricreano l'iconico numero del loro show e danzano a passi di tip tap con le loro versioni più giovani. Assolutamente indimenticabile è Dame Josephine Barstow - stella dell'opera londinese - nel ruolo della vecchissima Heidi: vicina agli ottanta, la Barstow ottiene la più grande ovazione della serata con la struggente One More Kiss, un duetto con se stessa da giovane. 


Non possiamo certo dimenticare le versioni più giovani dei quattro protagonisti: Zizi Strallen (Phyllis), Fred Haig (Buddy), Adam Rhys-Charles (Ben) ed Alex Young (Sally) sono tanto bravi quanto i consumati attori di cui interpretano i fantasmi e i ricordi. E' davvero impressionante riscontrare negli uni e negli altri tic e movenze in comune, fino al punto che l'illusione di vedere lo stesso personaggio in momenti diversi della sua vita diventa completamente reale.

Coraggiosa e ben riuscita è la scelta di tagliare l'intervallo: Follies è una maratona emotiva di due ore e dieci che non beneficia della mancanza di interruzioni. Cooke ha scelto anche di ritornare al libretto originale di Goldman, usando la versione più fedele che sia stata messa in scena negli ultimi cinque decenni. Il risultato è eccellente, nessuno dei revival ha mai avuto un testo così ricco, appassionante e dettagliato. Certo, Follies resta insoddisfacente, vorremmo tutti sapere di più su quei personaggi - alcuni appena abbozzati - ma forse è qui che Follies vince su tutti i fronti. Fumoso come la memoria, dolce come una vecchia canzone e triste come un ricordo, Follies sarà anche imperfetto, ma resta un grande capolavoro.

In breve. Eccellente revival di un grande musical di Sondheim, messo in scena con maestria e interpretato da un solidissimo cast. Assolutamente imperdibile.  

★★★★½

venerdì 31 marzo 2017

Sir Peter Shaffer Memorial al National Theatre


Peter Shaffer, acclamato autore di successi come Amadeus ed Equus, è scomparso lo scorso giugno, alla veneranda età di novant'anni. I suoi drammi e commedie lo hanno confermato come uno dei più amati drammaturghi degli anni 60 e 70, con lavori che sono rimasti in cartellone per oltre mille repliche e hanno ricevuto notevole successo di critica e di pubblico. Ancora oggi la sua fama è legata ad Amadeus, recentemente riproposto dal National Theatre, un potentissimo dramma che gli valse il Tony Award alla migliore opera teatrale e l'Oscar alla miglior sceneggiatura quando Milos Forman lo riadattò in un film di grande successo. I suoi lavori dimostrano una vasta gamma di interessi mondani e culturali, con una particolare passione per l'indagine della mente umana e dei meccanismi della storia, ma anche il gusto per il comico nelle esilaranti commedie Black Comedy e Lettice e Lovage.

Ieri pomeriggio il National Theatre lo ha commemorato con uno splendido gala che ha ripercorso la vita e le opere di Shaffer, sotto la divertente forma di un processo in cui un avvocato chiama l'autore stesso alla sbarra per rispondere alle sue domande. E, nel corso del "processo", vengono chiamati a testimoniare anche collaboratori e amici, che hanno dato alla commemorazione un tocco di star-quality. Nel ruolo di Shaffer l'acclamato attore Shakespeariano Michael Pennington ha fatto rivivere il drammaturgo con ironia e carisma, mentre un altro grande del teatro inglese, Simon Callow, lo metteva alle strette. Dai primi tentativi come l'ironico Five Finger Exercise all'ultimo successo Lettice and Lovage, le opere di Shaffer sono brevemente tornate a vivere in scena, grazie a un talentuoso cast che comprendeva star del calibro di Maggie Smith, Ian McKellen, Daniel Radcliffe, Michael Gambon, F. Murray Abraham, Derek Jacobi e Tom Mison.

Ci sono state anche affettuosi ricordi sull'autore come persona generosa e unica, soprattutto nelle commosse parole del drammaturgo Tom Stoppard (Travesties) e Daniel Radcliffe (che fece il suo debutto teatrale con Equus). La Southbank Symphony ha regalato bei momenti con l'esecuzioni di commoventi pezzi di Sondheim, Mozart e Shubert, oltre ad aver accompagnato Lucian Msamati in una scena tratta da Amadeus. Ma il grande momento del gala è stato quando Maggie Smith, la leggenda del cinema e del teatro inglese riportata alla ribalta da Downton Abbey, ha ricreato il suo iconico ruolo in Lettice and Lovage, un ruolo che le valse un Tony Award nel 1990. Nessuno supera il genio comico e il potere che la Smith ha sul suo pubblioco, è bastato un "however" per generare risate e scroscianti applausi.

Particolarmente toccante la parte finale del gala, quando sono stati ricordati i cari di Shaffer stroncati dall'AIDS, tra cui l'amato compagno di una vita. Quello messo in scena al National Theatre è stato un glorioso omaggio a un grande scrittore, fatto rivivere nelle parole e nelle performances di artisti che hanno segnato un'epoca.

domenica 12 marzo 2017

Ugly Lies the Bone al National Theatre


L'ultima fatica letteraria della drammaturga Lindsey Ferrentino ha aperto da poco i battenti al National Theatre, diretta da Indhu Rubasingham. Dopo i suoi successi nel ruolo di Medea e Goneril, la brava attrice Kate Fleetwood si cimenta in un altro ruolo impegnativo, quello di una veterana ustionata.

Jess è tornata sfigurata dall'Afghanistan, coperta da ustioni di terzo grado e senza nessun lavoro. La dolce sorella Kalcie si prende cura di lei al meglio delle sue capacità, ma Jess fa fatica ad abituarsi alla nuova vita, anche perché non sopporta il futuro cognato Kelvin ed il suo ex Stevie si è sposato. Per rendere il dolore più sopportabile e non renderla una morfinomane, l'esercito le offre di sperimentare una terapia con realtà virtuali sviluppate per lei e Jess si trova a scegliere tra la squallida realtà e un mondo di fantasia. 

Le premesse del dramma della Ferrentino sono anche interessanti, ma sviluppate in un modo che non fa mai brillare il potenziale dell'opera. La struttura incredibilmente ripetitiva (una scena nel mondo reale, una in quello virtuale, un'altra nel mondo reale e così via) non aiuta ad appassionarsi alla vicenda, ma il vero problema è che il dramma non ha una direzione. La storia si srotola davanti a noi, non annoia, ma nemmeno avvince. Alla fine dei novanta minuti, l'unico argomento davvero trattato sono le sofferenze di Jess: la terapia del mondo virtuale ha fallito, quindi la realtà è tutto quello che le rimane. E' difficile dire dove il dramma voglia andare a parare se non, forse, nella scena finale: la mamma di Jess, affetta da demenza senile, la riconosce immediatamente nonostante le ustioni e l'assenza prolungata, una riprova per la protagonista che la sua vera essenza non è stata consumata dalle fiamme.

Kate Fleetwood è Jess


Kate Fleetwood è molto brava nel ruolo di Jess e investe ogni piccolo movimento con tutto il dolore che l'ustionata deve sentire: si muove a scatti, come una marionetta, e vive negoziando dolore e rabbia. La Fleetwood si è sempre dimostrata un'attrice intensa e ora dimostra con la sua fisicità di essere capace di andare oltre: è un ruolo che richiede molto a un'attrice e lei supera la prova a pieni voti. Molto brava anche Olivia Darnley nel ruolo di Kalcie, la sorella premurosa e non particolarmente sveglia, e Ralf Little in quello del vigliacco (ma di buon cuore) ex fidanzato Stevie. Ruba la scena Kris Marshall nel ruolo della simpatica canaglia Kelvin, un inguaribile finto invalido che vive di sussidi e vuole sinceramente aiutare Jess. Brava anche Buffy Davis che, nel ruolo della mamma di Jess e Kalcie, è la protagonista del momento più spontaneo e meglio riuscito della serata.


Il vero protagonista è l'aspetto tecnico, con la suggestiva scenografia di Es Devlin e le stupende proiezioni di Luke Halls. Le due lavorano in stretto contatto per creare un mondo che è "altro", un mondo virtuale incredibilmente realistico e uno reale  spaventosamente onirico. Questi aspetti devono aver richiesto molte attenzioni, sforzi e fatica, peccato che non sia stata presentata altrettanto attenzione al dramma di per sé. E questo perché Ugly Lies the Bone è un'opera anche interessante, ma che non dice nulla su nessuno dei temi che affronta.

In breve. Dramma mediocre in cui l'aspetto visivo è migliore di quello emotivo.

½

martedì 7 marzo 2017

La dodicesima notte al National Theatre


Discutere su quale sia la commedia migliore di Shakespeare è una perdita di tempo, quindi dirò semplicemente che La dodicesima notte è la mia preferita. Dopo l'acclamatissima produzione del Globe con un cast interamente maschile, ora ci pensa il National Theatre a rimescolare le carte e i sessi: in questa produzione, infatti, Malvolio diventerà Malvolia è sarà interpretata da Tamsin Greig.

La nobile Viola naufraga sulle coste dell'Illiria e, per proteggersi da malintenzionati, decide di spacciarsi per un uomo. Si fa assumere dal conte Orsino sotto l'identità di Cesario e il conte la manda a portare i suoi omaggi ad Olivia, che vorrebbe sposare. Ma Olivia si innamora di "Cesario" e, a dispetto del rango e del suo stato di lutto, decide di sposarlo. La situazione si complica ulteriormente quando Sebastiano, il gemello di Viola sopravvissuto al naufragio, arriva in città...


La dodicesima notte è una commedia di straordinaria attualità e affronta il tema della sessualità e dell'identità di genere in modo davvero sorprendente, considerando che debuttò nel 1602. Questa produzione scava ancora più a fondo e, cambiando il sesso di tre personaggi, porta alla luce nuovi aspetti: il puritano maggiordomo Malvolio, il viscido Fabian e il foul Feste sono interpreti da donne. Quello che potrebbe sembrare un tentativo di dare linfa a un testo vecchio di secoli in realtà diventa la carta vincente dell'intera produzione: non solo un capolavoro come Twelfth Night non ha bisogno di espedienti per funzionare, ma Tamsin Greig nel ruolo di Malvolia è anche una delle più grandi performance comiche dell'anno. Interpreta il personaggio come una rigida governante segretamente innamorata della sua signora Olivia (un po' come la signora Denver di Rebecca, la prima moglie), ma senza ricorrere a stereotipi o altro: il punto di forza della sua performance è la grande simpatia di cui investe il personaggio, che tradizionalmente risulta odioso. La scena in cui riceve la finta lettera di Olivia è davvero un capolavoro di comicità e il tentativo di seduzione del secondo atto è un'opera di genio (anche grazie ai costumi, splendidi, di Soutra Gilmour). D'altro canto, avere un Malvolio al femminile rende anche particolarmente acuti i soprusi di cui il personaggio è vittima. Tradizionalmente, Malvolio legato, chiuso al buio ed "esorcizzato" dai suoi sottoposti per ripicca è uno dei momenti più divertenti della commedia, ma qui la scena lascia una certa amarezza. Anche se l'ampollosità e i manierismi del personaggio sono quelli richiesti dal testo, per la prima volta ci si sente sinceramente dispiaciuti per Malvolio/a e si realizza che è stato vittima di un abuso più che di uno scherzo.

Doon Mackichan (Feste) e Tamsin Graig (Malvolia)


Questa produzione di Twelfth Night sembra anche evidenziare una certa simpatia per gli sconfitti: la gioia dei matrimoni e delle agnizioni del finale è mitigata dalla solitudine di Malvolia e dalla sconfitta del buffo pretendente Sir Andrew (un fenomenale Daniel Rigby). Questo revival è assolutamente esilarante, ma il sapore agrodolce del finale lo rende particolarmente delicato e introspettivo. Certo, ci sono anche dei punti deboli: la regia di Simon Godwin è molto focalizzata sugli aspetti comici della commedia, ma a volte esagera e non va mai troppo per il sottile. Ad esempio, non è mai molto chiaro dove e quando ci troviamo: l'Illiria delineata in scena potrebbe essere la Sicilia, la Grecia, la Spagna o la Turchia a seconda del passaggio da una stanza all'altro, mentre i costumi e gli oggetti di scena suggeriscono un'ambientazione che potrebbe spaziare dagli anni Quaranta ad oggi.

Phoebe Fox (Olivia) e Tamara Lawrance (Viola/Cesario)


Il cast è generalmente molto buono: la Viola/Cesario di Tamara Lawrance è forse l'anello debole della produzione, peccato che sia la protagonista. Tuttavia, il resto del cast è di primissimo livello e nasconde ampiamente le lacune del personaggio principale. Phoebe Fox è un'Olivia giovane e divertente, una contessina determinata a mantenere il controllo il più a lungo possibile. Suo zio Sir Toby è interpretato da un esilarante Tim McMullan al pieno del suo talento comico, mentre il buffone di casa è una sboccacciata Doon Mackichan sempre piena di risorse. Molto bravi anche l'adorabile e goffo Duca Orsino di Oliver Chris, il fedele Antonio di Adam Best, l'ottimo Sebastian di Daniel Ezra e l'azzeccatissima Maria di Niky Wardley.

La produzione di Simon Gowdin si avvale pienamente delle infinite possibilità e budget della Sala Olivier del National Theatre: in circa tre ore vediamo di tutto in scena, da una macchina a una piscina, da un motorino a un fontana che zampilla oltre i sei metri. Ma tutti questi simpatici e costosi accessori non distraggono dalla grande vis comica della pièce, qui presentata al culmine della sua comicità ma anche con momenti delicatamente intimi.

In breve. Bella produzione della più divertente delle commedie shakespeariane, qui presentata in chiave moderna e con un casting poco ortodosso, ma davvero brillante.

★★★★

venerdì 17 febbraio 2017

Hedda Gabler al National Theatre


Hedda Gabler è uno dei capolavori del drammaturgo norvegese Henrik Ibsen e una delle eroine più indimenticabili del teatro moderno. Da sempre il ruolo di Hedda attira attrici eccezionali, da Eleonora Duse a Cate Blanchett, da Maggie Smith a Ingrid Bergman, e ora è Ruth Wilson a cimentarsi nella parte sotto la regia di Ivo van Hove (Lazarus).

Hedda ha sposato Jørgen Tesman per ragioni puramente economiche e la sua nuova vita comincia già ad andarle stretta. Un giorno riemerge una figura dal suo passato, il suo vecchio amico Ejlert Løvborg, che minaccia di distruggere la stabilità della coppia e la posizione del marito con un nuovo manoscritto che gli farà ottenere la cattedra universitaria ambita da Tesman. In una notte di bagordi, Løvborg perde il manoscritto ed Hedda lo ritrova: davanti a lei si pone la scelta sul da farsi, se restituirlo al brillante Ejlert o distruggerlo e garantire una continuità alla sua vita mediocre.

Guardando il palco, lo spettatore non ha nessuna difficoltà a capire perché Hedda si senta in trappola: è una stanza grande e fredda, con mura di cemento e senza neanche una porta. Per entrare e per uscire, gli attori devo scendere dal palco, non c'è via d'uscita dalla casa se non al di fuori della finzione scenica. E' bianca e grande e piena di fiori, un po' come un cimitero. E, prima che lo spettacolo inizi, Hedda è già lì, a suonare nervosamente il piano: prima che qualunque parola venga pronunciata, lo spettatore sa che Hedda ha raggiunto il limite, è tormentata, è infelice. Quello di Hedda è un personaggio enigmatico e complicato, è difficile provare simpatia per lei, ma non bisogna neanche disprezzarla troppo. E' una donna che non ha talento per la vita, che fa le cose per inerzia e poi se ne pente: è l'orgogliosa figlia di un generale, una donna non più giovanissima che cerca la bellezza e l'eroismo delle storie della sua infanzia. E' un'esteta in un mondo di persone pedanti, viene reificata e trattata come un trofeo dagli uomini, invidiata dalle donne.

Ruth Wilson è una grande Hedda: libera dai corsetti e da costumi d'epoca, la sua Hedda si muove per la stanza come un cavallo bizzoso, presa da un'inquietudine che non riesce a placare. Ma la forza della sua Hedda è quella di essere molto consapevole, capisce a fondo la propria situazione ed è anche capace di riderci su. La Hedda della Wilson è ironica ed emotiva, ma soprattutto una donna incredibilmente intelligente: il dramma è una partita di scacchi e, anche quando le cose non vanno come vuole, riesce a prevedere le mosse dell'avversario e agire di conseguenza. Il suo incontro con Ejlert (un byroniano Chukwudi Iwuji) è teso e intenso, ma mostra anche i segni dei traumi del passato. Più che al futuro, la sua Hedda è interessata a ricreare un passato scomparso e in cui, presumibilmente, era stata felice: quando Ejlert cade troppo in basso per poter essere ancora l'eroe della sua adolescenza, Hedda lo istiga al suicidio, per purificare i suoi peccati con un'ultima, romantica, vampata di gloria. La performance della Wilson non è mai così intensa come quando immagina il suicidio di Ejlert: lacrime di ammirazione le riempiono gli occhi, tanto è rapita dalla bellezza della scena. Ed è da brivido vederla indurirsi subito dopo, quando scopre che Ejlert è morto in modo maldestro, con una prostituta.

Chukwudi Iwuji e Ruth Wilson

Rigettata dalla vita e con un futuro terrificante davanti a sé, Hedda prende il controllo e fa quello che Ejlert non ha avuto il coraggio di fare: se non può trovare un eroe, sarà lei stessa un'eroina e con un solo colpo diventa la persona che avrebbe voluto da sempre nella sua vita. Una delle idee meglio riuscite di van Hove è quella di isolare Hedda dagli altri personaggi negli ultimi minuti, rendendoli freddi, distanti e inavvicinabili per lei: una scelta che segnala ad Hedda il game over, che è il momento di trovare un'uscita da quella stanza senza pareti. Molto bravo anche il Tesman di Kyle Soller, che riesce prodigiosamente a dare linfa al suo personaggio: il suo Tesman non è il solito professore sbiadito in flanella, ma un giovane sveglio e tanto in gabbia quando Hedda. E, anche se i suoi sforzi di compiacerla sono sempre vani, è toccante vedere come gli si illuminano gli occhi quando lei gli presta un po' di attenzioni. Molto eloquente il momento in cui i due sono seduti sul divano, vicini ma con una distanza incolmabile tra loro, seduti fianco a fianco a fissare il muro, senza niente da dirsi.

Ruth Wilson e Kyle Soller


Rafel Spall è un bravo giudice Brack, l'uomo che si finge amico di Tesman per sedurgli la moglie, mentre Kate Duchêne è un po' legnosa nel ruolo di zia Juliana. Sinéad Matthews (Evening at the Talk House) è ottima nel ruolo di Mrs. Elvsted, un'amica di infanzia di Hedda che ha appena lasciato il marito per Ejlert, con cui ha scritto il tanto discusso manoscritto. Completa il cast Éva Magyar nel ruolo della cameriera: la sua è una figura inquietante che non lascia mai il palco, una testimone silenziosa, una complice, un giudice che preferisce non agire.

In breve. Ottimo revival di un grande classico, magistralmente diretto da Ivo van Hove e con una grande interpretazione di Ruth Wilson nei panni della protagonista.

★★★★

venerdì 3 febbraio 2017

Amadeus al National Theatre


Amadeus, il capolavoro di Peter Shaffer, è tornato al National Theatre, il teatro in cui tutto cominciò nel 1979. Dopo oltre mille repliche a Broadway e un omonimo film diretto da Miloš Forman e vincitore di otto premi Oscar, la leggendaria rivalità tra Mozart e Salieri torna sulle scene londinesi per la prima volta in quasi quarant'anni, in un nuovo e sontuoso allestimento diretto da Michael Longhurst.

In quella che annuncia essere l'ultima notte della sua vita, l'anziano e dimenticato compositore Antonio Salieri decide di raccontare la storia di come l'incontro con Mozart gli abbia cambiato e rovinato la vita, palesandogli la propria mediocrità in confronto al talento del genio di Salisburgo. Dopo aver sabotato Mozart in ogni modo finché era in vita, con il passare degli anni Salieri vede il proprio nome sbiadire e quello di Amadeus risorgere: se non può essere famoso, allora sarà famigerato e comincia ad accusarsi di aver ucciso Mozart.

Non c'è che dire, il National Theatre non ha badato a spese e quella che lo spettatore si trova davanti è una produzione sfarzosa e opulenta che valica il limite del kitsch. Tutto è intensificato all'ennesima potenza: l'immenso palco rotante, i costumi (stupendi, di Chloe Lamford), la scenografia monumentale, l'orchestra dal vivo (la meravigliosa Southbank sinfonia), il cast, i cantanti d'opera, il coro. Il revival di Longhurst ha il merito di portarci in una Vienna che è decisamente modernizzata, ma che è capace di darci davvero l'idea di com'era essere un compositore di successo all'epoca: desacralizza la musica classica e rende i compositori delle vere rock stars. A tratti sembra strizzare l'occhio a La grande bellezza, con scene sfrenate di balli in maschera in cui i partecipanti non propriamente sobri danzano sulle note di un'elettrizzante versione house della Sinfonia n. 25 in Sol minore. Ma c'è anche la musica in tutta la sua bellezza ed espressività: la Serenata "Gran Partita", il Lacrimosa e scene dal Don Giovanni, Le nozze di Figaro, Il ratto del serraglio e Il flauto magico. Avere un'orchestra di quel calibro sul palco rende pienamente giustizia a quello di cui parla il dramma, alla musica, e crea una colonna sonora che si integra perfettamente con la messa in scena: una decisione potenzialmente pericolosa, ma molto efficace. 

Lucian Msamati

Nel ruolo di Salieri troviamo un titanico Lucian Msmati nella performance di una vita: il grande attore di origine tanzaniana ci mostra il Salieri vecchio e sconfitto e quello giovane e vittorioso, il "tormento e l'estasi" del personaggio, il dolore sordo che accompagna ogni sua decisione. Il momento che chiude il primo atto, con la scenografia che si avvicina al proscenio fin quasi a schiacciare Msmati, folgorato dalla musica di Mozart, è un momento di intensità mozzafiato e il suo Salieri porta in scena ogni sfaccettatura del personaggio. Msmati è un grande Salieri quando l'angoscia lo soffoca ed è un grande Salieri quando guarda con lucido distacco le dimensioni della sua catastrofe. E il momento finale, la celebre assoluzione di tutti i mediocri del mondo, ha una sacralità mai vista prima.

Karla Crome e Adam Gillen

Nel ruolo di Mozart, Adam Gillen è un esaltato al limite dell'isteria, un uomo brillante e tormentato, ossessionato dal padre e non del tutto sicuro di essere un adulto. Nella sua performance ci sono le ferite di un ex bambino prodigio, ma anche un'estenuante certezza di essere il migliore: è difficile non condividere l'odio di Salieri. La performance di Gillen è tutto fuorché sotto-tono, ma fedele alle intenzioni di Shaffer e vivacemente divertente. Molto brava anche la Constanze di Karla Crome e ruba la scena il genio comico di Tom Edden nel panni dell'imperatore Giuseppe II.

Nelle sue tre, intense, opulente ore, questo Amadeus è perennemente in bilico tra l'essere travolgente e l'essere opprimente. E' una produzione massiccia e barocca in tutti i sensi, tutto è potenziato: i tempi, le emozioni, l'intensità. Per motivi tecnici ed economici non ci sarà mai più una produzione grandiosa come questa... per fortuna. Perché questo Amadeus è grande ma estenuante e nel ricchissimo banchetto che ti offre è facile perdersi qualcosa. In fondo in fondo, glielo si più anche perdonare: dopotutto, parliamo d'opera.

In breve. Monumentale produzione di un bel dramma, con una fantastica orchestra e una performance stellare di Lucian Msmati nei panni di Salieri.

★★★★

venerdì 8 aprile 2016

Les Blancs al National Theatre


Lorraine Hansberry (1930-1965) è una delle più importanti figure del teatro americano del ventesimo secolo, nonostante la sua opera ammonti a solo due drammi. Ma tanto basta. La prima, A Raisin in the Sun, debuttò a Broadway nel 1959 ed ebbe il merito di portare in scena una famiglia di afroamericani dal punto di vista – per una buona volta – degli afroamericani, senza cadere negli stereotipi in cui Via col Vento era caduto venti anni prima. La seconda, Les Blancs, debuttò postuma e completata da Robert Nemiroff, ex-marito ed editore della Hansberry. A oltre quarantacinque anni dal debutto, il Royal National Theatre ha deciso di mettere in scena un nuovo allestimento dell’opera per introdurre il pubblico inglese al genio di Lorraine.

Tshembe torna a casa, un imprecisato Paese dell’Africa ex colonia britannica, per assistere ai funerali del padre, ma tutto è cambiato: il fratello più giovane, Eric, è in crisi e il maggiore, Abioseh, è diventato un prete e probabilmente un sicofante dell’uomo bianco. Anche la missione e l’ospedale sono in crisi, dato che da qualche giorno non si hanno più notizie del Reverendo Neilsen, una sparizione che coincide con l’inizio di attacchi terroristici ai danni dei locali. In un Paese sull’orlo della guerra civile e in cui le popolazioni oriunde soffrono ancora del gioco dei conquistatori, Tshembe dovrà decidere se tornare in Europa dalla moglie (bianca) e dal figlio o restare e garantire alla propria gente un futuro migliore. 

Les Blancs è un dramma di proporzioni epiche che solleva domande cruciali sul colonialismo e le sue conseguenze, sullo sfruttamento dell’Africa, sulla colpa dell’Europa, sull’indipendenza e sul razzismo. Qua e là il testo scricchiola e mi sembra inevitabile chiedersi come sarebbe stato se la Hansberry l’avesse portato a termine. Comunque, nonostante i suoi piccoli difetti, Les Blancs resta un’opera straordinariamente importante e il suo significato ha ancora una sua sinistra attualità. Questa produzione, diretta da Yaël Farber, fa un po’ troppo affidamento sul palco rotante della sala Olivier del National Theatre, uno stratagemma che a volte fa colpo e altre è solo ridondante; una delle scene finali, in particolar modo, sarebbe stata molto più potente se lo stesso trucco non fosse già stato usato svariate volte nel corso dello spettacolo. La scenografia, firmata da Soutra Gilmour, è essenziale ed efficacie, con la stilizzata missione al centro della scena e rocce e sabbia tutto intorno; non altrettanto buone le luci di Tim Lutkin, a tratti troppo artificiose.

Siân Phillips e Danny Sapani

Les Blancs, con i suoi echi shakespeariani e sofoclei, si avvale delle buone interpretazioni di Elliot Cowan (Morris, il giornalista americano venuto a scrivere un articolo sulla missione), James Fleet (il disilluso Dottor Dekoven), Clive Francis (il crudele maggiore Rice), Anna Madeley (Marta) e di un cast di oltre quindici elementi. Ottima la performance di Tunji Kasim nel ruolo di Eric, il combattutto figlio del reverendo Neilsen e di una donna africana, un ragazzo in lotta tra i richiami di due mondi e in cerca di un'identità. L'interpretazione migliore della serata, però, è quella di Dame Siân Phillips nel ruolo di Madame Neilsen, l'anziana e cieca moglie del reverendo. Dame Phillips riesce a portare in scena in modo esemplare il coraggio di questa donna che non si è mai lasciata piegare dalle difficoltà, una donna che conosce i difetti di chi le sta intorno, che ama l'Africa e che dà a Tshembe il consiglio definitivo: ora l'Africa ha bisogno di guerrieri. 

Nei panni del protagonista Tshembe Matoseh troviamo Danny Sapani che, invece, delude. Il suo è un ruolo complesso e delicato, un esplosivo misto di Amleto, Edipo e Malcolm X, ma Sapani sceglie la via più facile e si limita a urlare le sue battutte e l'unica emozione che porta in scena è la rabbia. Una rabbia certamente giustificata, ma che è solo uno dei tanti aspetti del suo personaggio.

Nonostante tutto, questa produzione di Les Blancs è molto buona e presenta delle immagini da mozzare il fiato: se solo avesserro corretto un po' di più il tiro il risultato finale sarebbe stato davvero perfetto.

½

giovedì 25 febbraio 2016

Cleansed al National Theatre



Benvenuti nel mondo di Sarah Kane, controversa drammaturga inglese che negli ultimi anni del Novecento ha presentato al pubblico londinese cinque drammi molto violenti e dibattuti, prima di impiccarsi all'età di 28 anni. Tra questi cinque, nessuno è più violento e dibattuto di Cleansed, Purificati, il terzo dramma della Kane. La leggenda racconta che Sarah abbia trovato l'ispirazione in un saggio del critico Roland Bartes che afferma "essere innamorato è come essere ad Auschwitz". E questa è anche un perfetto riassunto della trama: i cinque personaggi principali verranno brutalmente torturati e martoriati nel corso dei cento minuti del dramma per l'amore che li lega tra loro.

Ambientato in quello che sembra un ospedale psichiatrico abbandonato, la prima scena ci presenta Tinker, l'aguzzino, che inietta eroina nelle palpebre di Graham e questo scatena tutti gli eventi che seguono. La sorella di Graham, Grace, che lo ama forse anche più del dovuto, lo viene a cercare e pagherà il prezzo del suo amore con l'elettroshock (esperienza vissuta in prima persona dalla Kane) e con un trapianto di genitali maschili per diventare identica a Graham. La coppia gay costituita da Carl e Rod passa anche attraverso momenti peggiori: per mostrare a Carl che anche l'amore può essere piegato, Tinker lo impala parzialmente, gli taglia la lingua, le mani, i piedi e il pene (proprio quello che impianterà a Grace) e infine uccide Rod. Robin, un ragazzino innamorato di Grace, verrà umiliato fino ad essere spinto al suicidio. Una ballerina viene fucilata perché innamorata - e corrisposta - da Tinker. Alla fine, quando anche gli aguzzini lasciano il palco, Grace - ora Graham - si scatena in una violenta danza per esprimere il suo dolore o, forse, una gioia selvaggia per essere l'unica ancora in vita sul palco. 



Cleansed è un dramma violento ed esplicito: si vedono corpi nudi, sesso e sangue, torture, omicidi, stupri e un suicido. Alcune scene sono così brutali che ogni sera dal debutto diversi spettatori hanno lasciato la sala durante il corso della rappresentazione; una donna seduta nella fila davanti alla mia è svenuta e, una volta tornata in sé, il marito ha passato il resto del tempo a sussurrare quando poteva guardare e quando doveva distogliere lo sguardo. La violenza, spesso gratuita e sopra le righe, è una costante del teatro della Kane; lei ha sempre difeso questa scelta sostenendo che il suo tentativo è quello di mettere in scena quello che si credeva inscenabile, spingere le barriere del realismo sulla scena fino a dove non erano mai state spinte prima. Fair enough. "Non c'è niente che non si possa raffigurare su un palco" ha detto la Kane "Se dici che non puoi inscenare qualcosa, dici che non puoi parlarne, ne stai negando l'esistenza e questa è una cosa straordinariamente ignorante da fare". E' un ragionamento che ha una sua logica, non c'è che dire. Il problema però è che l'approccio della regista Katie Mitchell tende ad essere, per usare una parola un po' troppo esagerata, quasi puritano. Sia chiaro, l'efferatezze, il nudo e la tortura avvengono come da copione, ma non c'è quell'esaltazione del massacro, quello spingere oltre le barriere del teatro che la Kane tanto bramava. E' come se Woody Allen dirigesse un film su una sceneggiatura di Tarantino, non può ignorare la violenza ma la minimizza quando può. Certo, un piede mozzato in scena è un piede mozzato in scena, la violenza e tanta e forte da guardare (mentirei se dicessi di non aver mai distolto lo sguardo), ma quando l'amputazione finisce si passa oltre e fine. Le vittime gemono sommessamente, ma nessuno grida per il dolore. E alcune scene, nel contesto, appaiono quasi pudiche. Il risultato è un "vorrei ma non posso", che preferisco interpretare come un non voler cedere al gusto del massacro piuttosto che come un tentativo di rendere più commestibile un testo indigesto. 


E, svenimenti a parte, ho sentito parecchi - e non molto educati - sbadigli: se lo scopo è scioccare qualcosa è andato chiaramente storto. Alcuni momenti hanno decisamente una loro poesia, come quando gli scagnozzi di Tinker (il cui nome pare sia stato ispirato dal critico teatrale Jack Tinker, fiero stroncatore di tutte le opere della Kane) camminano al rallentatore stringendo mazzi di fiori bianchi, ma credo che il sentimento generale sia soprattutto di perplessità. Perché, alla resa dei conti, rimane la domanda: cosa sto vedendo? Forse è tutto un incubo di Graham dovuto a un'overdose di eroina o forse è semplicemente quello che vediamo: persone torturate perché amano altre persone. E, forse, c'è addirittura un messaggio positivo: Carl continua ad amare Rod anche dopo essere stato mutilato ed evirato, solo la morte del fidanzato pone effettivamente fine alla loro relazione.

Certo, è uno spettacolo molto duro da portare in scena: gli attori non devono solo superare il comprensibile blocco di apparire nudi davanti a centinaia di persone, ma quelli che interpretano sono ruoli che richiedono di portate alla luce le loro parti più oscure (non solo letteralmente), sono parti che logorano e affaticano un attore oltre a ogni dire. Graham Butler (Riccardo II) è un bravo Graham, Natalia Klamar è un'inquietante ballerina, Matthew Tennyson è un Robin dolce e indifeso e Michelle Terry dà davvero l'anima nel ruolo di Grace. Tom Mothersdale riesce addirittura nella titanica impresa di far provare quasi compassione per il tormentato Tinker; Peter Hobday (Carl) e George Taylor (Rod) non fanno altro che essere torturati, ma lo fanno con stile.


La domanda di fondo, però, resta: è uno spettacolo valido o è una provocazione fine a sé stessa? Sarah Kane è stata un modello per giovani scrittori e ha portato qualcosa di nuovo e innovativo al teatro inglese, ma quanto di quello che ha scritto è valido oggi e non è semplicemente un grido di aiuto da parte di una donna molto malata (il suo ultimo dramma, Psychosis 4.48, rappresentato postumo, è chiaramente una lettera di un suicida)? Oggi, dopo sette episodi della saga di Saw e il successo dei film splatter, questo testo ci dice ancora qualcosa se togliamo la violenza? O forse, questo testo scritto all'indomani del genocidio in Bosnia, un testo che grida "Olocausto!" da tutte le parti, ha detto tutto quello che doveva dire? Io non lo so, forse un regista più coraggioso della Mitchell ha la risposta. Questa produzione ha due problemi. Il primo è la regista, che non ha capito che se balli col diavolo ti conviene stringerti forte o lasciar perdere. L'altro è il testo di per sé, un'opera praticamente unica nella storia del teatro scritta da una grande ribelle. E, come si sa, il banco di prova per i ribelli è il tempo: alcuni lo superano brillantemente è diventato dei pionieri, altri si rivelano essere solo dei provocatori e finiscono nel dimenticatoio. Forse, a diciotto anni dal debutto al Royal Court, non è ancora passato abbastanza tempo per esprimere un vero e proprio giudizio su Cleansed

venerdì 27 novembre 2015

wonder.land al National Theatre

Quante versioni, quanti adattamenti diversi della stessa favola dobbiamo avere prima di inventare qualcosa di nuovo? Tra poche settimane usciranno due nuovi film ispirati a Peter Pan e al Libro della Giungla (okay, non proprio delle favole), ma questo trend di riciclare vecchie storie in modi sempre più imbarazzanti è vivo anche a teatro. L'espressione "rilettura in chiave moderna" mi rende sempre sospettoso, quando poi diventa "rilettura in chiave moderna per criticare l'uso della tecnologia nei giovani" mi pento già di aver comprato il biglietto. wonder.land, in scena al National Theatre, fa proprio questo: prende l'amatissima Alice nel Paese delle Meraviglie e lo trasforma in un aborto tecnologico in cui trama, regia, musica e libretto diventano soltanto uno spunto per gli (ottimi) effetti visivi e scenografie di Rae Smith e dei 59 Productions. Ma andiamo con ordire.

Aly è una ragazzina sola e scontrosa che, dopo il divorzio dei suoi genitori, deve trasferirsi in una nuova scuola. Qui non riesca a fare amicizia con nessuno se non con l'altro emarginato, Luke, e comincia a rifugiarsi nel mondo della tecnologia per sfuggire alla noia e alla solitudine. Capita per caso sul sito wonder.land, un gioco virtuale in cui altri disadattati si rifugiano per sfuggire alla reali o presunte difficoltà delle loro vite. In questo modo, Aly riesce a farsi nuovi amici e l'idillio prosegue finché la perfida preside Manxome non sequestra l'iPhone della giovane protagonista e le ruba l'account di wonder.land per assecondare le sue manie di potere. Scontro generazionale e inevitabile lieto fine per concludere.

Il libretto di Moira Buffini, come potete vedere, è un'accozzaglia di luoghi comuni talmente pacchiana da far rabbrividire e i versi delle canzoni (insignificanti, firmate da Damon Albarn) non sono molto meglio. Una solida regia avrebbe potuto guidare questa nave allo sbando verso acque un po' più tranquille, ma Rufus Norris punta dritto contro gli scogli. Davvero, era talmente cattivo da essere quasi divertente: la trama non si è staccata per un momento dalla lisca di pesce che doveva essere il copione e all'uscita dal teatro non riuscivo a ricordarmi neanche un solo motivetto da fischiettare.



In questa mostruosità ci sono alcuni elementi che si salvano. Anna Francolini è davvero brava nel ruolo di Ms. Manxome e non le sono da meno Carly Bawden (Alice, l'avatar che Aly usa in wonder.land) e Golda Rosheuvel (un'eccellente mamma di Aly). Certo, l'aspetto visivo è davvero spettacolare: bellissimi i costumi, le scenografie e le proiezioni. Ma quando di un musical di quasi tre ore ci si ricordano solo i costumi vuol dire che c'è qualcosa che no va.

domenica 22 novembre 2015

Evening at the Talk House al National Theatre


Dopo quasi vent'anni dalla sua ultima apparizione, Wallace Shawn torna al National Theatre con una nuova commedia scritta e interpretata da lui, Evening at the Talk House.

Dopo dieci anni dal debutto teatrale di un suo flop, lo scrittore Robert (ora affiliato al governo) viene invitato da Tom a riunirsi con gli altri membri dello staff tecnico e creativo della vecchia commedia per celebrare l'anniversario. La rimpatriata avviene nella deliziosa Talk House, un locale un tempo raffinato che ospitava i primi incontri degli allora giovani protagonisti. Con gran sorpresa di tutti, alla riunione si presenta anche Dick: un tempo era un attore di successo, ma negli ultimi anni è caduto in disgrazie ed è finito solo, povero e alcolizzato. Con il passare del tempo, ci si accorge che questo incontro avviene in un futuro distopico in cui un governo misterioso fa uccidere persone ritenute potenzialmente capaci di azioni pericolose. Questi omicidi strategici vengono commessi da comuni cittadini e sono più frequenti di quanto ci possa aspettare: anche la costumista Annette, l'attore Ted e la timida cameriera Jane ne hanno compiuti diversi. E, forse, un'altra futura vittima è presente della stanza...

Credetemi, la trama come ve l'ho raccontata è molto più interessante di com'è sulla scena. Perché, nonostante gli sforzi congiunti di un ottimo cast, Evening at the Talk House è una commedia che davvero non funziona. Sovraccaricata da dialoghi massicci e sconclusionati, il risultato finale sembra il figlio abortito di Yazmina Reza e George Orwell: in un mondo da Grande Fratello si vuole smascherare la bestialità dell'uomo. Per carità, dando a Cesare quello che è di Cesare bisogna riconoscere che ci sono anche un paio di buoni spunti. Peccato che non vengano mai sviluppati e alla fine tutte le corde sfiorate maldestramente risultano più irritanti che altro. E, ovviamente, non poteva mancare il claudicante sub-plot amoroso tra Robert e la cameriera: un amore che, purtroppo, non può realizzarsi perché la donna (comprensibilmente) è troppo scossa a causa di tutti gli omicidi che ha dovuto commettere per poter arrotondare.

Anna Calder-Marshall e Wallace Shawn

Il cast è molto buono, soprattutto Anna Calder-Marshall nel ruolo della padrona di casa Nellie e Sinéad Matthews nella parte della sua aiutante. Ma anche gli ospiti non sono da meno: Josh Hamilton (Robert), Simon Shepherd (Tom), Stuart Milligan (Ted), Joseph Mydell (Bill), Naomi Wirthner (Annette) e l'autore Wallace Shawn (Dick).

Evening at the Talk House è una commedia che prova ad essere sofistica, ma il cui unico risultato è essere inconsistente. Il lunghissimo silenzio tra la fine dello spettacolo e il momento in cui il pubblico ha cominciato ad applaudire ne è la prova... E, credetemi, non era uno di quei silenzi commossi e turbati che capita di sentire dopo aver visto un'opera che fa davvero riflettere. Era solo noia, sollievo e imbarazzo.

martedì 10 novembre 2015

Come vi piace al National Theatre


As You Like It è una delle commedie shakespeariane più amate e rappresentate e il National Theatre ne ha appena messo in scena una nuova produzione diretta da Polly Findlay.

L'usurpatore Federigo esilia la nipote Rosalind, figlia del legittimo duca, che fugge insieme alla cugina Celia. Travestitasi da uomo e sotto il nome di Ganimede, Rosalind si nasconde nella foresta di Arden. La foresta si rivela essere una scelta piuttosto popolare per le fughe: il duca padre di Rosalind e la sua sua corte esiliata vaga tra gli alberi di Arden, così come il giovane Orlando ed il fedele servo Adam. Tra agnizioni, amori e redenzione, As You Like It è un'elegante commedia in cui tutto può accadere sotto l'ombra degli alberi.

Rosalie Craig è una brava Rosalind, ironica e affascinante, tesa nei momenti con Orlando, ma anche capace di tenerezza, esasperazione e amore. La migliore performance della serata è quella di Patsy Ferran, una Celia dalla lingua appuntita e dagli sguardi ironici. Per il resto il cast è buono ma niente di speciale, con l'eccezione di Fra Fee nel ruolo del musico Amiens: ha una bellissima voce ed era una capra davvero fenomenale nella scena del gregge.

Il grosso problema di questa produzione è che, pur senza avere dei grossi problemi, non riesce mai a brillare: tutto funziona, ma niente spicca. Lo stesso vale per la regia di Polly Findlay, che non riesce sempre a valorizzare i momenti più importanti ed il risultato finale è un po' sconfortante: è una commedia che non fa ridere.

Il cast nella foresta

La scenografia di Lizzie Clachan è riuscita a creare un cambio di scena sbalorditivo: l'ufficio della prima scena si trasforma lentamente della foresta, con i tavoli e le sedie che si sollevano uno dopo l'altro fino a creare l'intreccio di rami, foglie e alberi. Il colpo d'occhio è pazzesco, ma dopo poco ci stanca di questa foresta grigia, metallica e squallida e mi sembra che si sia persa l'occasione per creare qualcosa di davvero magico.

Il risultato finale è in qualche modo simile alla foresta: artificiale, funzionale, ma niente di più.

giovedì 15 ottobre 2015

Our Country's Good al National Theatre


Dopo oltre venticinque anni dal debutto il capolavoro di Timberlake Wartenbaker è tornato sulle scene londinesi in una nuova e gloriosa versione al National Theatre.

Ambientato in una colonia penale britannica in Australia nel 1789, Our Country's Good racconta dell'ambizioso progetto del sottotenente Ralph Clark di mettere in scena una commedia interpretata dai detenuti, per fa sì che la loro pena non sia solo punitiva ma anche riabilitativa. Osteggiato dai superiori e dal comportamento degli stessi detenuti, Ralph riuscirà a portare in scena la sua commedia solo dopo aver superato svariate vicissitudini tra cui la scongiurata condanna a morte della sua protagonista.

Our Country's Good è uno splendido testo sull'alto valore morale ed educativo del teatro e più in generale di ogni forma d'arte, sul potere della letteratura di elevarci e renderci migliori. La Wartenbaker non dimentica, però, il mostruoso genocidio attuato contro gli aborigeni, una strage qui ricordata dalla presenza di un membro di una tribù autoctona (l'ottimo Gary Wood) che si aggira furtivamente per il campo e che alla fine morirà per le malattie portate dall'uomo bianco.

La regista Nadia Fall ha realizzato un allestimento che riesce ad essere tanto magnifico quanto minimalista, capace di momenti visivi davvero impressionanti (non dimenticherò presto la scena in cui il palco si è letteralmente spaccato in due per rivelare l'interno della nave che portava i detenuti britannici nella colonia penale... e il loro mostruoso trattamento). La Fall ha avuto dalla sua un ottimo cast, uno di quei gruppi di interpreti che ci ricordano che non esistono piccoli e grandi ruoli, ma piccoli e grandi attori: è un'opera molto corale e ricchissima di ruoli da caratteristi, ognuno interpretato in modo memorabile.



Con la colonna sonora di Cerys Matthews, la stupefacente scenografia di Peter McKintosh e le ottime luci di Neil Austin, Our Country's Good è davvero un allestimento impeccabile di un testo pregno di significati, a tratti violento e a tratti esilarante, sul ruolo dell'arte nelle nostre vite, sull'inumanità della pena, su cosa l'Europa ha costruito la propria egemonia e sulla redenzione del singolo e della società. Un'opera monumentale che deve assolutamente essere messa in scena anche in Italia, uno di quei rari e magici momenti in cui quando esci dalla sala pensi "E' per questo che faccio teatro".

★★★★