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domenica 28 novembre 2021

Stephen Sondheim

Venerdì è morto Stephen Sondheim. È morto serenamente, all'improvviso, nella sua casa nel Connecticut, un giorno dopo aver celebrato il Ringraziamento con amici. Aveva novantuno anni. Tantissimo è stato scritto e detto su Sondheim e moltissimo altro verrà scritto e detto nei giorni, nelle settimane e negli anni che verranno. Reperire informazioni non è certo difficile, bastano pochi click per leggere della sua reputazione, del suo status nel pantheon del teatro musicale, i suoi premi, i suoi lavori. E si potrebbe dire ancora di più di come Sondheim abbia ereditato la tradizione di Rodgers & Hammerstein e portato avanti il loro lavoro, rendendo così il genere del musical non uno di solo intrattenimento, ma mostrando anzi come esso potesse essere sfruttato per affrontare tematiche profonde in modo non inferiore a quello del teatro di prosa. La bellezza delle sue musiche, la versatilità del suo ingegno e l'intelligenza dei suoi testi lo hanno reso un'icona cultura americana, un modello e un'ispirazione per generazioni di compositori a venire. Chi di voi ha già visto Tick, Tick... Boom! su Netflix sa di cosa parlo. Sondheim non fu solo un grande uomo di teatro, un grande compositore, un grande paroliere, ma anche un grande mentore. La sua generosità e la sua passione per l'insegnamento hanno aiutato la comunità di Broadway in modi che non possiamo nemmeno comprendere del tutto. Le grandi rivoluzioni musicali, da Rent a Hamilton, hanno avuto dietro il suo zampino, visto che Sondheim è stato il mentore sia di Jonathan Larson che Lin-Manuel Miranda.

Altri hanno scritto con maggior competenza dell'impatto di Sondheim sul teatro musicale, io vorrei solo parlare del suo impatto sulla mia vita. È strano da dire, ma non ricordo esattamente quando conobbi e mi innamorai della sua musica. Sicuramente quando cominciai il mio inglese era troppo incerto per apprezzare a pieno l'intelligenza dei tuoi testi, ma sentivo che Sondheim mi parlava, catturava idee e sentimenti che credevo fossero solo miei. Penso di aver cominciato ad ascoltare Sondheim all'inizio delle superiori, intorno al 2009. Avevo visto il film di Tim Burton Sweeney Todd e mentre cercavo di scaricare (illegalmente!) la colonna sonora trovai invece l'incisione discografica del musical con il cast originale di Broadway, capitanato dalla gloriosa Angela Lansbury. Mia madre è una grande appassionata di Jessica Fletcher, quindi sapevo chi fosse la Lansbury, ma non sapevo che cantasse. Incuriosito, cominciai ad ascoltare e non smisi mai di farlo. Dato che il film era sottotitolato, sapevo di cosa parlassero le canzoni e dopo aver ascoltato il Broadway Cast Recording non tornai più alla colonna sonora del film: le interpretazioni di Angela Lansbury, Len Cariou, Victor Garber e del resto del cast sono leggendarie.

Da qui iniziai il mio viaggio di esplorazione nel catalogo di Sondheim: ogni canzone mi apriva una porta nuova, ogni cantante mi rimandava a dozzine di musical che non conoscevo. Ascoltando Sondheim ho scoperto un mondo, quello del musical di Broadway e del West End. Nel giro di un paio d'anni avevo scoperto tutti i musical di Sondheim, ma anche molto del panorama teatrale di Londra e New York: prima solo musical, poi anche tanta drammaturgia americana e britannica dell'ultimo secolo. Il mio inglese migliorò esponenzialmente: odiavo la mia prof, ma mi facevo spedire testi teatrali su Amazon ed imparai l'inglese leggendo i libretti dei musical di Sondheim, ma anche Tennessee Williams, Edward Albee, Peter Shaffer, Terrence McNally, Arthur Miller e tanti altri. Da un ginnasiale a rischio debito in inglese diventai un ottimo studente di inglese e ancora di più quando cominciammo a studiare anche la letteratura. Dopo la maturità classica nel 2014 mi sono trasferito a Londra e ho conseguito la laurea triennale in letteratura inglese e storia del teatro. Nel corso della triennale i miei interessi accademici si sono spostati sulla letteratura elisabettiana e ho poi conseguito la laura magistrale in studi rinascimentali. Ora sto facendo un dottorato sulla poesia inglese dell'ultimo decennio del XVI secolo.

Tutto questo è cominciato con Stephen Sondheim, senza di lui non sarei qui. E non dico "non sarei qui" in senso esistenziale o ontologico, intendo dire che non sarei un dottorando in anglistica che vive a Londra da quando avevo diciannove anni e che ora, nel cuore della notte, scrive questo post su una scrivania a Tottenham. Da quando mi sono trasferito a Londra ho avuto modo di vedere Sondheim due volte, durante due interviste al National Theatre. Entrambe le volte mi ha affasciato con la sua arguzia, la sua intelligenza, la sua passione. Molti dei musical che mi hanno cambiato la vita li ho visti di persona: Gypsy, Sweeney Todd, Follies, A Little Night Music e Company; altri li devo ancora vedere. Ma se penso a Sondheim penso anche alle amicizie che ho stretto a causa sua. Quante ore ho passato durante gli anni del liceo su forum di teatri, a scambiare rari bootlegs online a parlare con altri appassionati di Sondheim su tumblr. Grazie a lui ho stretto amicizie che durano ancora. Scrissi la mia tesina del liceo su di lui. Lo ascoltai durante le rotture più dolorose e i momenti più felici della mia vita. Lo ascolto ancora. Perché nella sua musica e nelle sue parole ci sono abissi di umanità, tutta la solitudine, tutta la gioia, tutta la paura che questa felicità non possa che durare pochi istanti.

Centinaia di persone tu Twitter hanno postato le foto di lettere che si sono scambiati con Sondheim. Perché Sondheim rispondeva a tutti, con parole gentili ed incoraggiamenti, risolveva dubbi, chiariva dei passaggi musicali, ringraziava per i complimenti e si professava felice che la sua musica venisse ascoltata da giovani e giovanissimi. Quando avevo sedici anni gli scrissi anche io. Non ricordo esattamente cosa gli scrissi, ma credo di aver espresso tutta la mia ammirazione e la mia gioia nel fatto che aveva scelto proprio un romanzo italiano, Fosca di Tarchetti, come base per uno dei suoi musical, lo splendido Passion. E una sera, mentre stavo per uscire con compagni di liceo per vedere l'Odissea di Robert Wilson al Piccolo, trovai nella cassetta delle lettere un grosso pacco. Quando lo aprì vi trovai dentro una sua foto autografata, una lettera e il CD della prima edizione londinese di Passion. Non ho parole per dire ciò che quella lettera e quel CD abbiano significato per me. In casa non ho più nessun lettore CD, ormai neanche i portatili li leggono più, ma di quell'album non mi sbarazzerò mai.

Le opere di Sondheim continuano ad essere portate in scena e ad essere reinventate come solo i grandi classici si prestano ad esserlo. A me Stephen Sondheim mancherà tantissimo, come un amico, come un nonno. Poche persone hanno cambiato il corso della mia vita quanto ha fatto lui. La musica è il suo grande lascito ed è con la musica che lo voglio ricordare. Ieri moltissimi artisti di Broadway si sono radunati a Times Square per ricordarlo con il numero di chiusura di Sunday in the Park with George, il suo musical più personale, quello interessato alla difficile vita dell'artista. Quando muore un ebreo non si dice "riposa in pace", ma "il suo ricordo sia una benedizione": ci sono pochissime cose sicure nella vita, come gli ultimi due anni ci hanno ampiamente dimostrato, ma che il ricordo di Stephen Sondheim sia e sarà una benedizione è una delle poche certezze che ho.


"Sunday for Sondheim" a Times Square, 28/11/2021

sabato 27 ottobre 2018

Company al Gielgud Theatre


Se i suoi versi in West Side Story and Gypsy e la sua partitura di A Funny Thing Happened on the Way to the Forum lo resero un giovane compositore degno di nota, fu senza dubbio Company a trasformare Stephen Sondheim nell’indiscusso maestro del musical, un genere che non solo arricchì, ma rivoluzionò. Debuttato a Broadway nel 1970 con il libretto di George Furth, la regia di Hal Prince e le coreografie di Michael Bennett (un pedigree davvero impressionante, oggi come allora), Company fu il primo vero e proprio musical “per adulti”, un’opera di teatro musicale capace di rispecchiare la vita dei suoi spettatori, svelarne gli altarini e condividerne le problematiche. Sia chiaro, già altri musical avevano affrontato argomenti seri come il razzismo (Show Boat, West Side Story), l’omicidio (Oklahoma!) e la guerra (South Pacific), ma nessuno come Company cambiò le dinamiche del musical come genere teatrale, affermandone la validità drammaturgica e la meritata appartenenza al “teatro serio”. Nella sua analisi a tratti ironica e a tratti spietata della vita da sposati della New York contemporanea, Company presentò al pubblico le difficoltà e le tensioni quotidiane da cui andavano a distrarsi con un bel musical.

Bobby è un affascinante scapolo di trentacinque anni, bello, carismatico e pieno di amici pronti a festeggiare il suo trentacinquesimo compleanno. Tutti i suoi amici sono sposati – con più o meno successo – e nelle vignette che compongono il musical Bobby scopre le loro dinamiche, le loro piccole gioie, le loro ripicche e i loro rimpianti. Affascinato e spaventato dal matrimonio, Bobby deve finalmente decidere cosa fare della sua vita, se è pronto a rinunciare all’essere single per il grande amore o se la paura di impegnarsi lo condurrà ad un’esistenza solitaria.

Larry Kert e il cast originale di Broadway (1970)

Una storia bella, divertente e commovente, in cui tutti possono rispecchiarsi, ma che ha cominciato a scricchiolare sotto il peso dei quasi cinquant’anni dal debutto. Del resto, non essere sposati a 35 anni poteva essere strano o sospetto nel 1970, ma nel 2018? Ci stupiremmo del contrario. Già negli anni 90 Sondheim e Furth avevano ripreso in mano il libretto per svecchiare alcune scene e rivedere alcuni punti, ma anche questo intervento di drammaturgia chirurgia estetica cominciava a dare segni di cedimento da qualche anno. Riproposto a Broadway nel 2006 con Raul Esparza e in concerto con la New York Philharmonic e Neil Patrick Harris nel 2011, Company sembrava destinato a diventare un pezzo da museo, il primo squarcio sulla tela, una pietra miliare a cui riguardare con affetto ma forse non più così capace di comunicarci qualcosa. E qua è arrivato l’aiuto provvidenziale della pluripremiata regista Marianne Elliot, fresca dal grande successo del suo revival di Angels in America in scena a Londra e Broadway.

Dopo averci sorpreso facendoci vedere il modo attraverso gli occhi di un ragazzino autistico ne Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte e aver riportato alla vita i cavalli della Grande Guerra in War Horse, la Elliot ci stupisce questa volta con qualcosa di più semplice: cambiare sesso al protagonista. E così Bobby diventa Bobbie, una trentacinquenne bella e intelligente che si barcamena tra uomini e amici nella New York dei nostri giorni. Se da parte questa scelta può sembrare un modo per arruffianarsi il pubblico dell’epoca #MeToo, dall’altra l’orologio biologico di Bobbie conferisce nuovamente urgenza a Company: a metà strada tra i trenta e i quaranta, la donna non può aspettare ancora molto se vuole una famiglia e dei bambini. Intorno a questo principale e riuscitissimo cambiamento, se ne affacciano tanti altri: una delle quattro coppie di amici è ora una coppia gay, le caselle telefoniche sono diventate messaggi audio su WhatsApp, la ricca Joanne, matura mangiatrice di uomini, non è più solo una spalla su cui piangere, ma un vero e proprio mentore per la giovane Bobbie. Storicamente restio ai cambiamenti (nel 2013 aveva bocciato una versione gay di Company con Alan Cumming), Sondheim ha dato la sua benedizione al progetto, rivedendo anzi di persona la partitura e cambiando i versi del libretto per renderli più attuali e fedeli all’azione.

Rosalie Craig, Patti LuPone e Marianne Elliot

Il risultato finale è eccezionale, Company è nuovamente un musical con qualcosa da dire alla nuova generazione di theatregoers, una commedia sofisticata e attuale che ci fa finalmente capire come doveva essere trovarsi tra quel pubblico che, quarantotto anni fa, vide il debutto dello show. La sapiente regia della Elliot è valorizzata dalle scenografie di Bunny Christie, che crea stanza cubiche a scomparsa dalle quali Bobbie, come Alice nel romanzo di Carroll, si muove meravigliata per vedere lo strano mondo della vita di coppia. Pur non tradendo la sua passione per il neon, Elliot sfrutta al meglio il genio del lighting designer Neil Austin, che illumina le varie sequenze con una luce metallica e un po’ fredda che, come il libretto di Furth, esplora i personaggi nel dettaglio.

La bellezza e la raffinatezza della messa in scena andrebbe sprecata se il cast non fosse capace di rendergli giustizia, ma fortunatamente questo non è il caso. Rosalie Craig (As You Like It) non solo è stupenda in rosso, ma regala una Robbie ricca di sentimento e con delle note da brivido. I suoi soliloqui in musica Someone is Waiting, Marry Me A Little e, soprattutto, la splendida Being Alive mettono in bella mostra le ottime capacità canore della Craig, mentre il libretto ne mette alla prova le capacità recitative. Un test che, del resto, supera brillantemente: cambiando di scena in scena mentre la storia di sviluppa in maniera non lineare, l’attrice porta sul palco una donna intelligente e ironica, a tratti forte e a tratti indecisa, dubbiosa, curiosa e, forse, profondamente sola. Intorno a lei orbitano i suoi eccentrici amici sposati, le quattro coppie formate da Jamie e Paul, Sarah e Harry, Susan e Peter e Joanne ed il terzo marito Larry.

Rosalie Craig, Alex Gaumond e Jonathan Bailey

Nei ruoli di Jamie (un tempo Amy), Jonathan Bailey regala quella che è probabilmente la scena migliore della serata, l’esilarante pattern song Getting Married Today. Fresco del suo successo in The York Realist alla Donmar Warehouse, Bailey crea un personaggio adorabilmente nevrotico ed istericamente esilarante, un ragazzo combattuto tra l’amore per il compagno e la paura del matrimonio – ora è legale! Alex Gaumond è ottimo nel ruolo di Paul, il futuro (si spera?) marito di Jamie. Ottimi sono anche i Susan e Peter di Daisy Maywood e Ashley Campbell, i Jenny e David di Jennifer Saayeng e Richard Henders e i Peter e Sarah di Gavin Spokes e Mel Giedroyc, mentre Ben Lewis presta il fascino virile e l’ugola d’oro a Larry. Nei ruoli dei tre spasimanti di Bobbie, Andy, PJ e Theo (un tempo April, Martha e Kathy) fanno la loro figura Richard Fleeshman, George Blagden e Matthew Seadon-Young, impeccabili del loro terzetto You Could Drive A Perzon Crazy. Fleeshman e Seadon-Young brillanto anche nelle loro rispettive scene: il primo delinea un Andy fragile e divertente, capace di duettare con la Craig sulle note di una bellissima Barcellona, mentre il secondo regala grandi emozioni con il suo limitatissimo tempo sulla scena, in uno dei momenti più commoventi del musical. George Blagden è invece l’unica nota stonata (letteralmente) della produzione ed è un peccato, dato che canta uno dei numeri più amati, Another Hundred People.

Patti LuPone

Dulcis in fundo, la leggendaria veterana di Broadway Patti LuPone fa una rara apparizione sulle scene del West End e ci ricorda cos’è una diva della vecchia scuola. Noncurante dei suoi 69 anni, la LuPone mette in ombra il resto del cast con la sua voce unica e potente, ruggendo sulle note di una The Ladies Who Lunch da brividi con il carisma e la star quality di una vera leggenda. La sua Joanne è una Karen Walker al vetriolo, una donna ricca, alcolizzata e graffiante che regna indiscussa tra i personaggi così come la LuPone regna sulla scena. Il riferimento a Will & Grace non è casuale, dato che la Elliot è riuscita a trasformare la dozzina di vignette che compongono Company in piccole scene da sitcom, delle vere gemme che dimostrano quanto una visione rivoluzionaria di un classico, un allestimento di primo ordine e un cast più unico che raro possano rendere una sera a teatro davvero indimenticabile.

In breve. Eccezionale revival del primo successo di Sondheim, una commedia cinica e sofisticata reinventata da Marianne Elliot per una nuova generazione e superbamente interpretato da attori di primissima categoria. Il miglior musical a Londra.

★★★★★

mercoledì 8 novembre 2017

Follies al National Theatre


Follies è quello che potremmo definire un imperfect masterpiece, un musical apprezzato e amato, ma non al di sopra di ogni possibile critica. La colonna sonora di Stephen Sondheim annovera nella partitura alcune delle canzoni più amate del repertorio del teatro musicale, tra cui i classici Losing My Mind, Broadway Baby e I’m Still Here. Il libretto, del Premio Oscar James Goldman, ha invece sempre lasciato pubblico e registi insoddisfatti, al punto che da essere continuamente revisionato: non è troppo lontano dal vero affermare che non esistono due produzioni del musical con la stessa versione del libretto.

Follies, ambientato in un teatro di Broadway nel 1971, racconta della riunione delle ex-showgirls che si esibivano su quel palco oltre trent'anni prima. Alcune di loro, come Carlotta Champion, sono rimaste nel mondo dello spettacolo, mentre altre hanno intrapreso strade totalmente diverse. Tra i partecipanti alla reunion ci sono anche Sally e Phyllis, con i rispettivi mariti Buddy e Ben. I quattro erano inseparabili prima dello scoppio della guerra e rincontrarsi dopo tanti anni riaccende in Sally l’amore mai sopito per Ben. L’uomo sta affrontando una profonda crisi personale, che sia davvero l’amore di Sally la risposta a tutti i suoi dubbi?

Come i fantasmi che ne attraversano il palco, Follies è un musical fumoso e ineffabile, una riflessione più sulla memoria che sullo show business. Accompagnati dalle versione di loro stesse da giovani, le attempate signore rivivono la propria giovinezza per alcune ore: alcune sognano il passato, altre sono sagge abbastanza da sapere che nella memoria tutto sembra migliore. La produzione diretta da Dominic Cooke coglie in pieno lo spirito del (sottovalutato) libretto di Goldman e accetta le incongruenze del musical come quando si prende atto dell’inconsistenza di un ricordo. Cooke ha puntato molto sulla specularità, sul presentare con una sincronia mozzafiato il presente e il passato: nel primo numero, Beautiful Girls, le ex-ballerine ricreano il numero di apertura delle Weisman Follies scendendo goffamente la scalinata del teatro, mentre dall'altra parte del palco le loro versione più giovani fanno lo stesso con grazia ed eleganza. Questo si ripete per molti dei numeri principali, in cui i fantasmi del passato scrutano affascinati e delusi le donne che diventeranno col tempo. Certo, a volte il palco è un po’ troppo sovraffollato, ma emotivamente è da brivido.


 Imelda Staunton (Sally) e Janie Dee (Phyllis)


L’eccellenza della regia si rispecchia nel cast, un ensemble di quasi quaranta elementi che dà nuova linfa a un musical che compie quarantasei anni. Nel ruolo della fragile Sally Durant Plummer Imelda Staunton regala una performance sentina e commovente, un ritratto di una donna depressa che ha passato gli ultimi trent’anni nell’attesa di qualcosa che non è mai esistito. Quando mette piede sul palco per la prima volta, eccitata di essere tornata a New York, si illumina di una gioia deliziosa, presto spenta dall’arrivo del marito. La sua Sally ci ricorda di quella zia zitella che legge romanzi rosa e gli oroscopi, un personaggio eccentrico e adorabile che nasconde un dolore molto profondo. Vocalmente, Imelda non può competere con i suoi predecessori Dorothy Collins, Julia McKenzie o Bernadette Peters, ma la sua timida voce trasuda emozioni e la sua In Buddy’s Eyes è commovente come poche.

Janie Dee (Hand to God) è una splendida Phyllis Rogers Stone, l'amica-nemica di Sally che è riuscita ad accalappiare l'uomo dei suoi sogni e diventare un membro di spicco della società. Come Sally, nasconde il proprio dolore e la propria insoddisfazione, ma lo fa dietro a un velo di gelido cinismo. La serata metterà a serio rischio il suo rapporto con Ben, disotterando rancori sepolti da tempo. Dietro alle sue eleganti fattezze da Jackie O si nasconde una ragazza cruda e dirompente, che ancora emerge in alcuni momenti. Dee recita impeccabilmente, canta come una grande professionista (la sua Could I Leave You? è forse il momento migliore della serata) e mostra anche un talento nella danza nel suo numero finale, l'elettrizzante Lucy and Jessie, in cui mette in scena come in un numero di vaudeville la sua anima divisa.

Philip Quast (Ben) e Peter Forbes (Buddy)

Il baritono australiano Philip Quast è un ottimo Ben Stone, solido ma incrinato dai dubbi, un uomo che mette in discussione il successo ottenuto, le scelte fatte e il matrimonio. Vocalmente, Quast non ha rivali sul palco, ma anche la sua recitazione non è da meno: quello che rischia di diventare il personaggio più debole e noioso diventa l'anima del musical, un personaggio che ce l'ha fatta, ma ne siamo davvero sicuri? Peter Forbes è un Buddy particolarmente frustrato, che prova ancora a rendere felice la moglie anche se sa che fallirà. Anche Forbes regala un'ottima performance, specialmente nel suo numero Buddy's Blues, in cui esamina il rapporto con Sally e l'amante Margie come se fosse in un numero di varietà.

Nelle parti del resto delle ex-showgirl troviamo un impressionante gruppo di veterane del West End e particolarmente ben riuscite sono la Hattie di Di Botcher e la Carlotta di Tracie Bennett (Mrs Henderson Presents). La prima, una cinquantenne sgraziata e sovrappeso, si esibisce in un'esilarante Broadway Baby, un inno al working actor che passa da particina a particina sognando di diventare una star. La seconda interpreta una star di Hollywood survivalista che ha attraversato mezzo secolo di storia americana restando sempre sulla cresta dell'onda: e tutto questo viene cantato con una voce straordinaria e una rara intensità in I'm Still Here, il fiero canto di una donna che è sopravvissuta a tutto e a tutti. Ottima anche Dawn Hope nel ruolo di Stella, la ballerina di mezz'età che guida il cast nell'eccellente Who's That Woman?, un numero in cui le vecchie colleghe ricreano l'iconico numero del loro show e danzano a passi di tip tap con le loro versioni più giovani. Assolutamente indimenticabile è Dame Josephine Barstow - stella dell'opera londinese - nel ruolo della vecchissima Heidi: vicina agli ottanta, la Barstow ottiene la più grande ovazione della serata con la struggente One More Kiss, un duetto con se stessa da giovane. 


Non possiamo certo dimenticare le versioni più giovani dei quattro protagonisti: Zizi Strallen (Phyllis), Fred Haig (Buddy), Adam Rhys-Charles (Ben) ed Alex Young (Sally) sono tanto bravi quanto i consumati attori di cui interpretano i fantasmi e i ricordi. E' davvero impressionante riscontrare negli uni e negli altri tic e movenze in comune, fino al punto che l'illusione di vedere lo stesso personaggio in momenti diversi della sua vita diventa completamente reale.

Coraggiosa e ben riuscita è la scelta di tagliare l'intervallo: Follies è una maratona emotiva di due ore e dieci che non beneficia della mancanza di interruzioni. Cooke ha scelto anche di ritornare al libretto originale di Goldman, usando la versione più fedele che sia stata messa in scena negli ultimi cinque decenni. Il risultato è eccellente, nessuno dei revival ha mai avuto un testo così ricco, appassionante e dettagliato. Certo, Follies resta insoddisfacente, vorremmo tutti sapere di più su quei personaggi - alcuni appena abbozzati - ma forse è qui che Follies vince su tutti i fronti. Fumoso come la memoria, dolce come una vecchia canzone e triste come un ricordo, Follies sarà anche imperfetto, ma resta un grande capolavoro.

In breve. Eccellente revival di un grande musical di Sondheim, messo in scena con maestria e interpretato da un solidissimo cast. Assolutamente imperdibile.  

★★★★½

giovedì 4 febbraio 2016

Road Show all'Union Theatre


Road Show è l'ultimo lavoro del geniale compositore statunitense Stephen Sondheim, frutto di una lunga e travagliata gestazione durata quasi dieci anni. Dopo essersi chiamato Bounce, Gold! e Wise Guy, Road Show ha debuttato nella sua forma definitiva a New York nel 2008, prima di approdare a Londra nel 2011. A quattro anni dal debutto inglese, Road Show è tornato sui palchi del fringe in un nuovo allestimento di Phil Willmott in scena all'Union Theatre fino al 5 marzo.

Spronati dal padre nel suo letto di morte, i fratelli Addison e Wilson Mizner si uniscono agli avventurieri della corsa dell'oro in cerca della loro fetta di fortuna. Mentre Addison lavora alacremente, Wilson guadagna una piccola fortuna al gioco e cede i diritti della miniera per una cifra ridicola. Furioso, Addison lascia il fratello in cerca della propria fortuna, non sapendo che le loro strade sono destinate e incrociarsi nuovamente. Dopo aver raggiunto il successo come architetto in Florida e aver trovato l'amore (l'aspirante mecenate Hollis Bessemer), Addison riceve l'inaspettata visita di Wilson, caduto in disgrazia, che gli propone un nuovo, ambizioso progetto: acquistare un lembo di terra e costruire una città, Boca Raton. Le cose vanno bene per un po', ma poi Wilson si abbandona alla sua vena più disonesta e comincia a pubblicizzare Boca Raton con trovate sempre più ingannevoli, questa volta con l'aiuto di Addison. La disonestà dell'amato obbligherà Hollis a chiudere i rubinetti e a lasciare Addison. Da soli, furiosi e di nuovo in rovina, i fratelli Mizner cercheranno un'altra opportunità per raggiungere il loro American Dream, consapevoli del fatto che - tra amore e odio - la loro vita non sarà mai completa senza l'altro.

Road Show è un musical che, nonostante il buon libretto di John Weidman e i raffinati versi di Sondheim, semplicemente non decolla: certo, si capisce quando la vicenda tocca il suo apice narrativo ed emotivo, ma penso che pochi spettatori si siano sentiti davvero coinvolti. La colonna sonora davvero non aiuta, a parte "Gold!" e "The Best Thing That Ever Has Happened" poche canzoni rimangono impresse. Con questo non voglio dire che sia un lavoro scritto male, anzi, il suo difetto principale è forse un'impeccabilità stilistica che lascia poco spazio ai sentimenti: non è arido, ma è poco personale... e per una biografia non è certo un buon punto di partenza.

Howard Jenkins è Addison Mizner

Il cast è di tutto rispetto: Howard Jenkins è un bravo Addison, dolce e romantico, trascurato dalla madre e ansioso di ricevere la propria fetta di attenzioni e amore; è il personaggio per cui tutti tifano e Jenkins lo interpreta con calore e una bella voce. L'opportunista e manipolatore Wilson si avvale delle fattezze e della potente voce di Andre Refig, che riesce a trasformare il personaggio in una simpatica canaglia. Molto bravo Steve Watts nel ruolo di Papà Mizner, il personaggio che dà la stura agli aventi e agisce come una sorta di silenzioso narratore, sempre presente e vigile; il personaggio si trasformerà nell'anziano Addison che scrive le proprie memorie. Joshua LeClaire presta il fisico minuto e l'ottimo timbro tenorile a un Hollis Bessemer un po' carente sul piano recitativo; molto ben riuscita la Mamma Mizner di Cathryn Sherman. Davvero ottima la compagnia, che si barcamena agilmente tra un ruolo e l'altro.

Road Show è uno spettacolo intelligente e ben fatto che si interroga sul rapporto da fratelli, la famiglia, l'etica del lavoro ed il sempre presente Sogno Americano, ma un po' più di sentimento non avrebbe fatto alcun male a questo musical.

½

lunedì 30 novembre 2015

Kings of Broadway al Palace Theatre


Il giovane produttore e direttore d'orchestra Alex Parker è uno dei nomi più promettenti del West End e la sua cura per il dettaglio e la passione per le grosse orchestre lo porteranno molto lontane. Dopo aver organizzato un meraviglioso concerto per il quarantesimo anniversario di A Little Night Music in gennaio, Alex Parker torna al Palace Theatre con un nuovo concerto in onore dei tre idoli di ogni amante di musical che si rispetti: Stephen Sondheim, Jerry Herman e Jule Styne.

Stephen Sondheim è il leggendario compositore di musical come Sweeney Todd e Follies e librettista dei classici West Side Story e Gypsy; Jerry Herman ha scritto alcuni dei più grandi classici dell'epoca d'oro di Broadway, come Hello, Dolly! o Mame. Jule Styne, che di Gypsy ha scritto la colonna sonora, è invece autore di canzoni famosissime, tra cui Diamonds are a girl's best friend.

Per questo concerto, non a caso chiamato Kings of Broadway, Alex Parker ha convocato un imbattibile gruppo di artisti, i membri della gioventù dorata del West End e stelle consolidate: Alistair Brammer, Michael Colbourne, Andy Conaghan, Deborah Crowe, Janie Dee, Zoe Doano, Fra Fee, Richard Fleeshman, Bradley Jaden, Claudia Kariuki, Emma Kingston, Peter Lockye, Nadim Naaman, Anna O'Byrne, Caroline O'Connor Jamie Parker, Laura Pitt Pulford, Anne Reid, Caroline Sheen, Celinde Schoenmaker, Laura Tebbutt e Alex Young. Ma la vera star della serata è stata l'orchestra di 32 elementi condotta dallo stesso Parker, un'orchestra che ha eseguito alla perfezione le magnifiche canzoni da musical come Mame, Hello Dolly, Dear World, La Cage Aux Folles, Funny Girl, Gypsy, Gentleman Prefer Blondes, Sunday In The Park With George, Company e Follies.



Un concerto con tutti questi elementi non può certo sbagliare e Kings of Brioadway decisamente non lo fa: tiene incollato il pubblico per oltre due ore e mezza con una sfilata meravigliosa di showstoppers. Canzoni come I Am What I Am, I Won't Send Roses, I'm the Greatest Star, The Party's Over sono state eseguite alla perfezione e nel cuore del secondo atto lo show si è letteralmente fermato per il suo momento clou. Le cinque star del concerto sono entrate e, una dopo l'altra, hanno mandato in delirio il pubblico con le loro esibizione mozzafiato. A cominciare ci ha pensato Caroline Sheen con una splendida If You Hadn't, But You Did, seguita dall'ironica Janie Dee con la sua aggressiva Ladies Who Lunch e da Anne Reid con I was Beautiful. A completare in carismatico quintetto, Caroline O'Connor ha cantato una struggente Time Heals Everything prima di lasciare il palco a Laura Pitt Pulford e alla sua People che non ha niente da invidiare a Barbra Streisand.

Kings of Broadway è stato un concerto meraviglioso con una serie di grandi canzoni splendidamente eseguite e, personalmente, non vedo l'ora di scoprire quale sarà il nuovo progetto di Alex Parker.

lunedì 26 ottobre 2015

Hey, Old Friends! al Theatre Royal, Drury Lane


Pochi compositori hanno influenzato il teatro musicale quanto Stephen Sondheim, l'autore degli acclamatissimi Sweeney Todd, Into the Woods, Follies, A Little Night Music, Passion, Pacific Overtures e tanti altri ancora. Vincitori di un Oscar, otto Tony Awards e di un numero imprecisato di Grammy, Sondheim ha completato il processo iniziato dal suo maestro Oscar Hammerstein II (Il Re ed Io, Tutti insieme appassionatamente) di trasformare il teatro musicale da genere di puro intrattenimento a una nuova e potente forma di teatro moderno capace di trasmettere emozioni al di là di ogni sforzo del teatro di prosa.

Influenzato da Ravel e Rachmaninoff nella musica e da Brecht nei libretti, Sondheim è riuscito ad elevare il musical a vera e propria forma d'arte riscuotendo successi in tutto il mondo anglosassone ed è tanto amato nei natii Stati Uniti quanto in Gran Bretagna. Da 22 anni infatti la Sondheim Society di Londra organizza eventi per avvicinare il pubblico all'opera di questo geniale compositore con concerti, competizioni e speciali rappresentazione. Ieri sera, per una rappresentazione soltanto, è andato in scena al Drury Lane Theatre un grande concerto per celebrare l'ottantacinquesimo compleanno di Sondheim e, tra gli oltre cento artisti coinvolti, non mancano i nomi dell'aristocrazia del teatro musicale britannico: Rosemary Ashe, Marianne Benedict, Tracie Bennett, Lorna Dallas, Anita Dobson, Erin Doherty, Anton Du Beke, Daniel Evans, Dominic Ferris, Tim Flavin, Anna Francolini, Tiffany Graves, Simon Green, Haydn Gwynne, Anita Harris, Kit Hesketh-Harvey, Marilyn Hill Smith, Bonnie Langford, Rula Lenska, Jason Manford, Millicent Martin, James McConnel, Grant McConvey, Alistair McGowan, Robert Meadmore, Martin Milnes, Charlotte Page, Nicholas Parsons, Michael Peavoy, Laura Pitt-Pulford, Anne Reid, Joseph Shovelton, Sally Ann Triplett e Michael Xavier. E, tanto per non esagerare, aggiungiamoci pure il ritorno sulle scene della grande dame Julia McKenzie dopo oltre dieci anni di silenzio e un'orchestra dal vivo di oltre quaranta elementi e vi farete un'idea di cos'è Hey Old, Friends!

E' stata decisamente una serata di grande musica, eseguita impeccabilmente dall'ottima orchestra e dall'impressionante sfilata di grandi nomi del musical inglese. I momenti migliori della serata sono stati, secondo me, il bellissimo duetto Move On tra Anna Francolini e Daniel Evans, l'esilarante There's Always A Woman cantanta da Rosemary Ashe e Laura Pitt-Pulford e l'incredibili medley di Martin Milnes e Dominic Ferris: in cinque minuti hanno intrattenuto il pubblico con 43 canzoni! Bonnie Langford, una delle beniamine del pubblico britannico sin dagli anni settanta, ha sfidato la gravità (e i suoi oltre cinquant'anni) in un'acrobatica Can That Boy Foxtrot!, non solo cantata splendidamente ma eseguita nel corso di spettacolari ed elaborati passi di danza.

Millicent Martin


L'ultima mezz'ora, poi, è stata davvero fenomenale, con una successione di sei canzoni e sei artisti semplicemente straordinari. A cominciare il grande finale ci ha pensato l'ottuagenaria Millicent Martin, che ha deliziato il pubblico con una canzone davvero birichina prima di lasciare il palco a Tracie Bennett e alla sua esilarante Broadway Baby. Haydn Gwynne ha cantato una struggente Send in the Clowns e l'ottimo soprano Charlotte Page ha fatto inumidire parecchi occhi con un'indimenticabile Losing My Mind. Kim Criswell ha risollevato il morale con una I'm Still Here da far tremare i lampadari e, alla fine, Michael Xavier ha regalato la miglior performance della serata con una potentissima Being Alive

Hey, Old Friends! è stata una grande celebrazione, impeccabilmente interpretata ed eseguita, del genio di Sondheim e, francamente, io sto già cominciando a risparmiare per il novantesimo compleanno del maestro... un'altra serata come questa non me la perderei per nulla al mondo!