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giovedì 14 ottobre 2021

Macbeth all'Almeida Theatre


Nel 2018 la maledizione del dramma scozzese si abbatté sulla città di Londra. Tre tra i maggiori teatri e compagnie teatrali del Paese – il National Theatre, il Globe Theatre e la Royal Shakespeare Company – portarono in scena tre diversi allestimenti della tragedia nel giro di poche settimane ed ognuno dei tre fu stroncato da critica e spettatori. A distanza di oltre tre anni è ancora difficile parlarne: sembrava quasi che le tre compagnie si fossero sfidate per stabile chi potesse mettere in scena la peggior rappresentazione dell'opera. I tre revival furono talmente brutti che sarebbe difficile decretare un vincitore, anche se lo sconfitto fu sicuramente il pubblico. Dopo alcuni anni e una pandemia, Londra è finalmente pronta ad accogliere il ritorno di Macbeth nei propri teatri, in un allestimento di alto profilo che segna il debutto sulle scene londinesi di Saoirse Ronan, l'attrice irlandese candidata quattro volte al Premio Oscar.

Questa produzione, che ha avuto la sua prima stasera all'Almeida Theatre, è da alcune settimane al centro di un fitto chiacchiericcio tra gli aficionados: l'esordio di una grande star di Hollywood a teatro è sempre un evento, ma a far discutere sono state le affermazioni della regista Yaël Farber sulla sua visione femminista dell'opera, nonché la durata stessa della rappresentazione, che dura oltre tre ore. Macbeth è celebre, tra le altre motivazioni, per essere la più breve delle tragedie shakespeariane e una messa in scena che supera i centottanta minuti è decisamente insolita per l'opera. La Farber ha, in generale, la brutta abitudine di allungare drasticamente i tempi scenici con una serie di trucchetti che colpiscono la prima volta che si guarda un suo allestimento, ma che al terzo o al quarto rodeo altro non sembrano che espedienti ripetitivi e poco profondi. Aver descritto il proprio stampo sull'opera come "femminista" ha fatto drizzare le orecchie a più di uno spettatore: e questo non per spirito conservatore, ma perché tra tutte le eroine shakespeariane Lady Macbeth è quella che ha meno bisogno di essere emancipata. Chiunque abbia una certa familiarità con la tragedia sa bene che è lei a portate i pantaloni il kilt all'interno della coppia. 

James McArdle e Saoirse Ronan nei panni dei Macbeth

In realtà la regia della Farber non porta i protagonisti in territori inesplorati e le dinamiche di coppia dei Macbeth non sono diverse da quelle che vengono portate in scena solitamente: Lady M spinge il marito al regicidio e ne raccoglie i pezzi quando l'uomo crolla dopo il delitto, per poi invertire i ruoli e assumere la posizione dominante mentre la moglie scivola nel senso di colpa e nella pazzia. L'intera messa in scena della regista, del resto, non è bizzarra o estrema quanto si sarebbe potuto immaginare (o temere) e il risultato finale è un solido Macbeth che regala bei tableau e forti emozioni. Il primo atto (che termina con l'omicidio di Banquo) fatica a trovare sia un proprio ritmo che un proprio stile, ma nella seconda metà della serata la Farber riaggiusta il tiro e presenta un prodotto più coeso e coerente. Certo, alcuni dei suoi tic registici ci sono sempre – la musica dal vivo, una donna che canta, momenti ritualistici (bellissimo il masque delle streghe nel secondo atto), un grande interesse negli elementi naturali (sia il fuoco che l'acqua svolgono un ruolo di rilievo nelle ultime scene) – ma in Macbeth questi sono sia più appropriati che meglio calibrati rispetto ad altre opere dirette in precedenza dalla regista.

Maureen Hibbert, Diane Fletcher e Valerie Lilley sono le Wyrd Sisters

Il tempo sembra svolgere un ruolo di primo piano nella produzione dell'Almeida: da quando una delle tre streghe – le ottime Diane Fletcher, Maureen Hibbert e Valerie Lilley – rivela l'orologio che sovrasta il palco, il tempo dell'azione e il tempo interiore in cui si muovono i personaggi sembra mutare e dilatarsi. Una settimana fa abbiamo sentito Cush Jumbo dire che "the time is out of joint" in Amleto (un'altra tragedia molto interessata alla soggettività del trascorrere del tempo) e anche qui potremmo dire qualcosa di simile. Macbeth ferma il tempo, distrugge il tempo, si colloca fuori dal tempo quando uccide re Duncan (un debole William Gaunt) ed esso torna a scorrere regolarmente solo dopo l'uccisione del regicida: "the time is free", annuncia Macduff (il bravo Emun Elliott) sopra il cadavere di Macbeth. "Domani, e domani e domani striscia a piccoli passi, di giorno in giorno, fino all'ultima sillaba del tempo prescritto" dice Macbeth nel suo ultimo, celebre soliloquio e forse più che in ogni altro allestimento recente di Macbeth è proprio il concetto del tempo su cui la regia ci fa riflettere. Le streghe dal sapore beckettiano concludono la tragedia così come la iniziano, mostrandoci come il ciclo degli orrori e delle vicende è pronto a riniziare con un nuovo protagonista, in un carosello tanto infinito quanto sanguinario.

"My hands are of your colour; but I shame to wear a heart so white"

Un altro aspetto su cui Farber sposta discretamente i riflettori è il fatto che i Macbeth non abbiano figli. Il testo shakespeariano così come ci è stato tramandato presenta sottili discrepanze: Lady Macbeth afferma di sapere cosa si prova ad allattare un bimbo (I.7.54-5), Macbeth si lamenta di essere un re senza dinastia e compiange la sua "fruitless crown" e il "barren sceptre" (III.1.62-3), mentre Macduff, a cui i figli vengono uccisi proprio dall'eponimo protagonista, grida esasperato che il tiranno "has no children" (IV.3.217). Non è chiaro se la coppia ha avuto e perso figli o non ne ha avuti proprio, ma la regia della Farber evidenzia con un certo tatto questa mancanza: Lady M schiocca baci sulle fronti dei figli di Macduff, mentre Macbeth (James McArdle) è spesso affettuoso e paterno nei confronti di Fleance, il figlio di Banquo. Ed è forse questo interesse alla mancata genitorialità che spiega l'unico cambiamento di rilievo apportato dalla regista alla tragedia: quando Macbeth dà ordine di uccidere Lady Macduff (una splendida Akiya Henry), Lady Macbeth si precipita da lei per cercare di salvare la donna e i figli. Per quanto questa decisione non sia necessariamente coerentissima con la psicologia del personaggio, all'interno di questo allestimento è una scelta che funziona. In questo slancio dettato da solidarietà femminile o istinto materno, Lady Macbeth porta avanti questo sottile tema della genitorialità mancata e aggiunge un'altra, interessante dimensione alle scene finali. Il sangue che Lady Macbeth non riesce a lavarsi via dalle mani nella celebre sleepwalking scene non è quello delle persone che ha fatto uccidere, ma di quelle che non è riuscita a salvare.

"Out damned spot": Saoirse Ronan nella scena della pazzia

La tanto attesa Saoirse Ronan è una brava Lady Macbeth. Più una first lady che una regina, la Lady M della Ronan dà il meglio di sé nella seconda parte della tragedia: se è vero che nelle prime scene non risulta feroce quanto potrebbe, è dopo l'omicidio di Duncan che mostra tutta la sua spietata freddezza. L'attrice brilla quando interpreta una lady M intenta ad incantare i propri ospiti, come al banchetto dopo l'incoronazione, in cui mostra il suo talento non solo come affabile padrona di casa, ma anche come un'astuta politica capace di rimediare rapidamente agli errori (o deliri) del marito. Ottima è la chimica con James McArdle (già suo marito nel film Ammonite): i Macbeth sono una coppia unita e piena di passione e nello sgretolamento del loro rapporto dopo gli omicidi vediamo il vero fulcro della loro rovina. Come la Ronan, anche McCardle alterna momenti di grande emotività ad altri di crudele pragmatismo e il suo è un Macbeth intrappolato in un gioco più grande di lui, ma di cui finisce per imparare le regole diventando non solo un complice, ma l'artefice di nuove nefandezze. È tuttavia nel rimorso che l'interpretazione di McArdle raggiunge il massimo e l'attore non è mai intenso e toccante come quando seduto sul bordo del letto sussurra con voce incrinata "I am in blood".

"Sleep no more": James McCardle è Macbeth

Se la prova d'attore dei due protagonisti non raggiunge mai i livelli di introspezione che potremmo aspettarci da artisti del loro calibro, la colpa non è la loro. Ci sono allestimenti di Macbeth in cui i due protagonisti sono l'intera opera e il successo o il fallimento della messa in scena pesa unicamente sulle loro spalle – sto pensando ad esempio al celebre Macbeth diretto da Trevor Nunn nel 1976, in cui Ian McKellen e Judi Dench regalavano una terrificante discesa nella corruzione dell'animo umano su un palco virtualmente deserto. Il Macbeth che potrete vedere all'Almeida è teatro d'auteur, in cui le scelte estetiche e registiche della Farber rimangono sempre in primo piano. In questo caso i Macbeth sono sicuramente importanti, ma dei tasselli di un mosaico più grande invece che dei pilastri portanti. Nonostante la durata insolita, questo è un Macbeth che favorisce l'azione allo scavo psicologico e scene di grande impatto visivo al lacerante e sottile smembramento di un'anima corrotta. Il risultato finale funziona, avvince e cancella i brutti ricordi che il pubblico londinese si porta dietro da ormai tre anni. Resta comunque un po' un peccato che con attori del genere non si raggiungano mai le vette (o gli abissi) emotivi e psicologici che Macbeth si presta bene ad esplorare.

In breve. Saoirse Ronan fa un bel debutto sulle scene britanniche in un Macbeth intenso e avvincente che lascia poco spazio agli attori.

★★★½

martedì 12 ottobre 2021

Romeo e Giulietta al Globe Theatre


A quasi quattrocentotrent'anni dal suo debutto, Romeo e Giulietta rimane una delle opere più rappresentate, riadattate e influenti della storia del teatro. L'anno scorso il Covid ci ha privato di un allestimento al National Theatre con Josh O'Connor e Jessie Buckley (poi diventato un film). Ora è il Globe a ricreare una piccola Verona londinese lungo il Tamigi in un nuovo allestimento firmato da Ola Ince e con Rebekah Murrell ed Alfred Enoch nei panni dei celebri star-crossed lovers.

Questa nuova messa in scena, in cui il testo viene accuratamente tagliato per diventare davvero un "two hours traffic", pone al centro della propria azione una società al collasso. Non stiamo parlando di uno scenario apocalittico, ma un mondo sorprendentemente simile al nostro in cui i servizi e le infrastrutture che dovrebbero occuparsi dei più fragili sono virtualmente assenti. In questa Verona in mano a un principe che è essenzialmente un dittatore, i giovani si trovano completamente allo sbando e senza nessuna figura a cui rivolgersi. Il vero protagonista di questo allestimento, infatti, è il disagio giovanile e non l'amore. Su uno schermo sopra il palco vengono proiettati dati e statistiche ("about 20% of teenagers experience depression before they reach adulthood", “the rational part of the young person’s brain is not really developed until age 25”) che offrono nuovi spunti di lettura dell'opera. Quando Romeo si isola dal mondo a causa del rifiuto di Rosalina, per esempio, possiamo scorgere nel suo stato i sintomi della depressione. O, come ci informa lo schermo, i giovani che non hanno un vero rapporto con un genitore o un tutore sono più inclini a gettarsi in relazioni avventate e tossiche, che è il modo in cui la Ince ci invita a vedere Romeo e Giulietta.

Rebekah Murrell (Giulietta) ed Alfred Enoch (Romeo)
 
Questo infatti è un allestimento della tragedia shakespeariana in cui non c'è spazio per il romanticismo e neppure per l'amore. Noi come pubblico non riusciamo mai a credere che i due adolescenti siano profondamente innamorati – e questo non certo per delle mancanze da parte dei due bravi protagonisti – ma guardiamo a questa relazione malsana come a un sintomo di un grave disagio sociale. Mentre in Mercuzio e Tebaldo (i carismatici Adam Gillen e Will Edgerton) questo disagio si manifesta nella violenza, nell'uso della droga e in atteggiamenti da baby gang, Romeo e Giulietta investono in una relazione folle e avventata tutti i sentimenti che non trovano sfoghi più costruttivi, avvinghiandosi l'uno all'altro con il solo risultato di colare a picco più in fretta. I due non si scambiano mai neanche un bacio in questa messa in scena scarna e priva di poesia.

Rebekah Murrell è Giulietta

Certo, quelle fatte dalla Ince sono scelte drastiche ma – forse sorprendentemente – funzionano. Per quanto spesso la regia sia troppo calcata, il risultato finale colpisce per la sua visione coesa e soddisfacente. Gli amanti adolescenti si aggirano in una Verona in cui non hanno nessuno che li possa o voglia aiutare: il frate Lorenzo di Sargon Yalda è sempre impegnato nel giardinaggio e il suo ritratto del religioso è quello di un pastore che, pur pieno di buone intenzioni, è più interessato al suo orto che al suo gregge. La scena in cui Giulietta scopre del suo fidanzamento con il conte Paride è particolarmente angosciante, perché in essa non vediamo dei genitori che saranno anche tirannici ma sinceramente interessati al benessere della figlia, bensì l'apatia e l'incapacità di occuparsi di lei: quando Lady Capuleti (Beth Cordingly) lascia il palco affermando "Do as thou wilt, for I have done with thee" comprendiamo a fondo la solitudine dei due protagonisti.  

Festa a casa Capuleti

Certo, come direbbe un'altra eroina shakespeariana, non è tutto oro quello che luccica, e l'allestimento è lungi dall'essere perfetto: la Ince potrebbe avere un po' più di fiducia nel suo pubblico ed essere un tantino più sottile nel suo approccio, gli attori spesso faticano a farsi sentire senza il microfono e la scena del ballo a casa di Giulietta è un autentico disastro. Tuttavia, questo rimane un Romeo e Giulietta molto adatto all'epoca del Covid: tra la malattia stessa e i provvedimenti presi per combatterla, i giovani hanno spesso pagato il prezzo più alto e tantissimi adolescenti non hanno potuto socializzare o vivere esperienze formative fuori da Zoom o Skype. Ed è quanto mai sorprendente il fatto che la lettera di frate Lorenzo in cui vengono spiegati i dettagli del piano non arrivi mai a Romeo nel suo esilio a Mantova perché la città è in quarantena a causa della peste. Le conseguenze, come tutti sanno, sono tragiche e vediamo situazioni simili anche noi oggi con l'aumentare dei casi di depressione e addirittura suicidi tra giovani e giovanissimi. L'opera termina con la morte di Romeo e Giulietta: non c'è riappacificazione tra le due famiglie, nessuna statua sarà eretta come monito e memoriale. I Capuleti e i Montecchi non imparano nulla, la società resta indifferente e immutata: speriamo che almeno noi potremo fare meglio.

In breve. Una regia intelligente (anche se non sempre misurata) punta i riflettori sul disagio giovanile in un Romeo e Giulietta che non commuove, ma fa riflettere.

★★★

giovedì 7 ottobre 2021

Amleto al Young Vic

Dal 1741, quando Fanny Furnival lo interpretò per la prima volta a Dublino, il ruolo di Amleto ha attratto non solo grandi attori, ma anche grandi attrici. Dalla divina Sarah Bernhardt a Ruth Negga, il Principe di Danimarca non è appannaggio escusivamente maschile da quasi tre secoli, con buona pace di Repubblica che ha visto nell'Amleto femminile di Antonio Latella una "provocazione". Ora a reggere l'oneroso teschio di Yorick ci pensa la trentaseienne Cush Jumbo, protagonista della serie The Good Fight e assente dalle scene britanniche da quasi un decennio.

Con il suo fisico androgino, la testa rasata e gli abiti maschili, l'Amleto della Jumbo ha un che di adolescenziale e per una rara volta possiamo vedere un principe di Danimarca che è – o almeno sembra – veramente giovane. Questo ringiovanimento del protagonista non è casuale (una battuta da cui si potrebbe evincere la vera età del protagonista è stata eliminata) ed è una delle scelte volute dal regista Greg Hersov per rifocalizzare l'intera vicenda esclusivamente intorno alla famiglia. O, per dirla tutta, alle famiglie, dato che ai reali danesi si affianca prepotentemente anche la famiglia composta da Pollonio e dai figli Laerte e Ofelia. 

Cush Jumbo (Amleto), Tara Fitzgerald (Gertrude) e Jonathan Ajavi (Laerte)

Per molti aspetti l'allestimento diretto da Hersov non offre nulla di particolarmente originale, anche se i massicci tagli al testo e la carismatica interpretazione di Cush Jumba trasformano la tragedia per eccellenza in tre ore di serrata azione e tensione. La pazzia di Amleto non è simulata (tagliata è la battuta sull'antic disposition), ma un profondo lutto che attanaglia il giovane principe e riemerge come tic misurati. L'energico Amleto di Jumbo è un affabulatore estroverso e apparentemente socievole, capace di interagire con fascino e intelligenza non solo con i suoi veri alleati (come Orazio), ma anche con tutte le persone che lo vogliono solo spiare (Polonio, Rosencrantz e Guildenstern). Più a suo agio nei dialoghi che nei soliloqui, l'Amleto della Jumbo colpisce per la sua "normalità", per essere un giovane uomo qualunque che si ritrova in una situazione strana e straziante: non è un eroe romantico, decadente o post-psicoanalitico, ma una persona energica e vitale che si trova intrappolata in un incubo. È questa normalità, questo essere vittima degli eventi a renderlo così vicino ad Ofelia, un personaggio la cui pazzia è – come per Amleto – causata sia dal grande lutto che dall'essere diventata uno strumento in mano a poteri più forti. E Norah Lopez Holden è un'ottima Ofelia, così come ottimi sono anche il Laerte di Jonathan Ajayi e, soprattutto, il Polonio di Joseph Marcell, che interpreta un personaggio estremamente pedante senza diventarlo egli stesso.


Alla famiglia perfettamente riuscita di Polonio si contrappongono i reali danesi, una coppia più acerba e interpretata debolmente da Tara Fitzgerald ed Adrian Dunbar. Forse è proprio Dunbar l'anello debole del cast e il suo Claudio manca di spessore: si riprende un po' nelle ultime scene in cui può interpretare un politico machiavellico, ma assente è il turbamento causato dalla sua stessa mancanza di rimorso. L'attore interpreta anche il Fantasma e qui Hersov fatica a delinearne la figura in modo soddisfacente: il vecchio Re Amleto compare in scena solo una volta, ma forse funziona meglio quando si limita a manifestarsi tramite proiezioni nebulose sullo sfondo. Brilla nei ruoli minori dell'attore e del(l'unico) becchino Leo Wringer, che con gli occhi spiritati e l'umorismo sottile rende la sua scena con Amleto nel cimitero uno dei momenti meglio riusciti della serata.

Norah Lopez Holden (Ofelia) e Cush Jumbo (Amleto)

Non tutto brilla nell'Amleto di Hersov: i tagli rendono molto scorrevole l'azione, ma sminuiscono un po' lo spessore dell'opera e senza l'arrivo di Fortinbras il finale è troppo brusco e affrettato. Anche la scena dell'omicidio di Polonio che conclude il primo atto è stranamente impacciata: il ciambellano viene pugnalato fuori scena e l'intervallo interrompe la "closet scene" spezzando così un ritmo che impiega un po' di tempo a recuperare nel secondo atto. Lo stesso problema avviene all'inizio: l'allestimento fatica a carburare e non trova davvero il suo centro fino al primo dialogo tra Amleto e Polonio, a cui segue l'incontro tra il principe e gli esilaranti Rosencrantz e Guildenstern di Joana Borja e Taz Skylar. A incorniciare la messa in scena, tesa e ricca di azione, ci pensa la bella scenografia di Anna Fleischle (Hangmen) che, pur non venendo sfruttata al massimo, mostra il marcio della Danimarca con i suoi specchi ossidati e le pareti che trasudano umidità.

In breve. Il carismatico Amleto di Cush Jumbo è la star di un lucido allestimento che, pur non raggiungendo mai grossi picchi emotivi, non annoia né delude.

★★★½

martedì 7 marzo 2017

La dodicesima notte al National Theatre


Discutere su quale sia la commedia migliore di Shakespeare è una perdita di tempo, quindi dirò semplicemente che La dodicesima notte è la mia preferita. Dopo l'acclamatissima produzione del Globe con un cast interamente maschile, ora ci pensa il National Theatre a rimescolare le carte e i sessi: in questa produzione, infatti, Malvolio diventerà Malvolia è sarà interpretata da Tamsin Greig.

La nobile Viola naufraga sulle coste dell'Illiria e, per proteggersi da malintenzionati, decide di spacciarsi per un uomo. Si fa assumere dal conte Orsino sotto l'identità di Cesario e il conte la manda a portare i suoi omaggi ad Olivia, che vorrebbe sposare. Ma Olivia si innamora di "Cesario" e, a dispetto del rango e del suo stato di lutto, decide di sposarlo. La situazione si complica ulteriormente quando Sebastiano, il gemello di Viola sopravvissuto al naufragio, arriva in città...


La dodicesima notte è una commedia di straordinaria attualità e affronta il tema della sessualità e dell'identità di genere in modo davvero sorprendente, considerando che debuttò nel 1602. Questa produzione scava ancora più a fondo e, cambiando il sesso di tre personaggi, porta alla luce nuovi aspetti: il puritano maggiordomo Malvolio, il viscido Fabian e il foul Feste sono interpreti da donne. Quello che potrebbe sembrare un tentativo di dare linfa a un testo vecchio di secoli in realtà diventa la carta vincente dell'intera produzione: non solo un capolavoro come Twelfth Night non ha bisogno di espedienti per funzionare, ma Tamsin Greig nel ruolo di Malvolia è anche una delle più grandi performance comiche dell'anno. Interpreta il personaggio come una rigida governante segretamente innamorata della sua signora Olivia (un po' come la signora Denver di Rebecca, la prima moglie), ma senza ricorrere a stereotipi o altro: il punto di forza della sua performance è la grande simpatia di cui investe il personaggio, che tradizionalmente risulta odioso. La scena in cui riceve la finta lettera di Olivia è davvero un capolavoro di comicità e il tentativo di seduzione del secondo atto è un'opera di genio (anche grazie ai costumi, splendidi, di Soutra Gilmour). D'altro canto, avere un Malvolio al femminile rende anche particolarmente acuti i soprusi di cui il personaggio è vittima. Tradizionalmente, Malvolio legato, chiuso al buio ed "esorcizzato" dai suoi sottoposti per ripicca è uno dei momenti più divertenti della commedia, ma qui la scena lascia una certa amarezza. Anche se l'ampollosità e i manierismi del personaggio sono quelli richiesti dal testo, per la prima volta ci si sente sinceramente dispiaciuti per Malvolio/a e si realizza che è stato vittima di un abuso più che di uno scherzo.

Doon Mackichan (Feste) e Tamsin Graig (Malvolia)


Questa produzione di Twelfth Night sembra anche evidenziare una certa simpatia per gli sconfitti: la gioia dei matrimoni e delle agnizioni del finale è mitigata dalla solitudine di Malvolia e dalla sconfitta del buffo pretendente Sir Andrew (un fenomenale Daniel Rigby). Questo revival è assolutamente esilarante, ma il sapore agrodolce del finale lo rende particolarmente delicato e introspettivo. Certo, ci sono anche dei punti deboli: la regia di Simon Godwin è molto focalizzata sugli aspetti comici della commedia, ma a volte esagera e non va mai troppo per il sottile. Ad esempio, non è mai molto chiaro dove e quando ci troviamo: l'Illiria delineata in scena potrebbe essere la Sicilia, la Grecia, la Spagna o la Turchia a seconda del passaggio da una stanza all'altro, mentre i costumi e gli oggetti di scena suggeriscono un'ambientazione che potrebbe spaziare dagli anni Quaranta ad oggi.

Phoebe Fox (Olivia) e Tamara Lawrance (Viola/Cesario)


Il cast è generalmente molto buono: la Viola/Cesario di Tamara Lawrance è forse l'anello debole della produzione, peccato che sia la protagonista. Tuttavia, il resto del cast è di primissimo livello e nasconde ampiamente le lacune del personaggio principale. Phoebe Fox è un'Olivia giovane e divertente, una contessina determinata a mantenere il controllo il più a lungo possibile. Suo zio Sir Toby è interpretato da un esilarante Tim McMullan al pieno del suo talento comico, mentre il buffone di casa è una sboccacciata Doon Mackichan sempre piena di risorse. Molto bravi anche l'adorabile e goffo Duca Orsino di Oliver Chris, il fedele Antonio di Adam Best, l'ottimo Sebastian di Daniel Ezra e l'azzeccatissima Maria di Niky Wardley.

La produzione di Simon Gowdin si avvale pienamente delle infinite possibilità e budget della Sala Olivier del National Theatre: in circa tre ore vediamo di tutto in scena, da una macchina a una piscina, da un motorino a un fontana che zampilla oltre i sei metri. Ma tutti questi simpatici e costosi accessori non distraggono dalla grande vis comica della pièce, qui presentata al culmine della sua comicità ma anche con momenti delicatamente intimi.

In breve. Bella produzione della più divertente delle commedie shakespeariane, qui presentata in chiave moderna e con un casting poco ortodosso, ma davvero brillante.

★★★★

venerdì 14 ottobre 2016

La Tempesta al King's Cross Theatre


Chi pensa che Shakespeare sia noioso deve fare i conti con Phyllida Lloyd, la fantastica regista che ha curato un nuovo allestimento di una trilogia shakespeariana (Enrico IV, Giulio Cesare, La Tempesta) con un cast tutto al femminile. Ma la Lloyd non si è limitata a cambiare i sessi, ha anche ambientato tutte e tre le opere in un carcere femminile, dando risvolti inattesi alle opere shakespeariane. Per ora sono andato solo a vedere La Tempesta, lo stupendo romance considerato dai più come l'addio di Shakespeare al teatro.

Prospero, il Duca di Milano, è stato vittima di un colpo di stato ad opere del fratello e del re di Napoli e si è trovato esiliato con la figlia in un'isola sperduta. Quindici anni dopo tutti i nemici di Prospero stanno navigando vicino all'isola ed il duca spodestato usa i suoi poteri magici e lo spiritello Ariel per scatenare una poderosa tempesta che li fa naufragare nel suo regno. Prospero ha in mente un piano di vendetta, ma presto le cose prenderanno una piega più positiva in questo dramma che sfugge a ogni definizione e ci parla dell'amore, della vecchiaia, dell'amicizia e del perdono.

Alcuni critici non molto rigorosi ritengono La Tempesta una critica al colonialismo, ma questo nuovo allestimento ci ricorda qualcos'altro: ci ricorda che anche Prospero è prigioniero, è la vittima di qualcuno. Un dettaglio che è facile dimenticare quando si vedono i piani dell'astuto stregone. Ma l'eccellente regia di Phyllida Lloyd non si lascia perdere questo dettaglio così succoso, anzi ne fa il punto forte del suo adattamento. Con musica, balli e grandi interpretazioni, questo adattamento della Tempesta è superiore a molti allestimenti della Royal Shakespeare Company e riesce a dare al testo una dimensione umana che molti registi perdono quando si parla di Shakespeare, sopraffatti dalla reverenza per il testo.

Grandi attrici hanno già interpretato Prospero, Vanessa Redgrave e Helen Mirren per citarne un paio, ma la consumata primadonna shakespeariana Harriet Walter porta il ruolo a un livello sfiorato da pochi colleghi di entrambi i sessi. Il suo Prospero è maternamente paterno e saggio, protettivo e irascibile con un Robinson Crusoe che ha passato troppo tempo in solitudine. Dame Walter ha tutto quello che serve a un attore che si cimenta con Shakespeare: parla in blank verse come se fosse la sua lingua materna, ha una profonda comprensione del testo e un carisma scenico più unico che raro. E' difficile staccarle gli occhi di dosso e il suo Prospero è un capolavoro di caratterizzazione e umanità. 

Dame Harriet Walter è Prospero

Il resto del cast è altrettanto buono, e tra tutti spicca l'Ariel di Jade Anouka: spumeggiante e ribelle, solca il palco come solo uno spirito riuscirebbe a fare... e che voce! Il resto dell'ottimo e multietnico cast comprende: Sheila Atim (Ferdinando), Jackie Clune (Stefano), Shiloh Coke (Alonso), Karen Dunbar (Trinculo), Zainab Hasan (Miranda), Jennifer Joseph (Antonio), Martina Laird (Sebastiano), Sophie Stanton (Calibano) e Carolina Valdés (Gonzago). Semplici ed efficaci i movimenti di Ann Yee e i costumi di Chloe Lamford, così come le luci di James Farncombe.

In breve. Impeccabile e originalissimo allestimento di un grande classico, stupendamente diretto e recitato. Se passate a Londra non potete perdervelo e se siete under 25 i biglietti sono gratis!

★★★★½

mercoledì 2 marzo 2016

Table Top Shakespeare: Riccardo II al Barbican Centre


La Forced Entertainment porta in scena al Barbican Centre l'opera completa di William Shakespeare per celebrare il quattrocentesimo anniversario della morte del più grande drammaturgo di sempre. "Che c'è di nuovo?" direte voi, "non è mai stato fatto prima?". In effetti sì, si fanno maratone di Shakespeare nello stesso modo in cui i nerd fanno maratone di Star Wars. Il punto è che la Forced Entertainment lo fa in modo un po' particolare: invece di attori e attrici, comuni oggetti di ogni giorno vengono usati per rappresentare i personaggi su un semplice tavolo di legno.

Così, nelle sapienti mani di Terry O'Connor, una bottiglia d'acqua diventa re Riccardo, un tozzo portacandele diventa John of Gaunt, una bottiglietta di salsa diventa Aumerle e così via. E, grazie alla profonda voce dell'attrice, la storia rivive - riadattata e riassunta - davanti alla piccola platea, con il fascino e il ritmo ipnotico di una favola misteriosa.

Quello di Table Top è un gradevole esperimento che utilizza un curioso stratagemma per raccontare le storie narrate da Shakespeare: certo, ci si stanca presta del trucco, ma il lavoro della Forced Entertainment dimostra ancora una volta la straordinaria duttilità del testo shakespeariano.

Un pezzo del Macbeth della Forced Entertainment

martedì 17 novembre 2015

Enrico V al Barbican Centre


Poche opere teatrali scaldano il cuore degli inglesi quanto Enrico V, un dramma storico capace di risvegliare sopiti ardori patriottici nel più tranquillo calzolaio di Leeds. Vuoi perché parla di un trionfo contro i tanto combattuti francesi, vuoi perché al grido di "Inghilterra e San Giorgio!" ci si lancia in battaglia e forse anche per il celebre discorso di San Crispino, Laurence Olivier ne realizzò un famoso film nel 1942 per scaldare gli animi delle truppe britanniche in Europa. Oggi questo spirito nazionalistico è meno richiesto e questa produzione sembra essere d'accordo: non virtù militare, ma umana.

Il Principe Hal è salito al trono con il nome di Enrico V e accampa diritti sul trono francese per via di lontane parentele. Il Delfino, indignato, risponde con un regalo degno di un re: un cesto di palle da tennis. Enrico allora decide di invadere la Francia e dopo una lunga campagna riesce a sconfiggere le truppe francesi ad Agincourt e sposare la figlia del Re di Francia, Katherine, sancendo una pace tra le due nazioni rivali.

Gregory Doran ha diretto questo nuovo allestimento della Royal Shakespeare Company con grazie ed ironia: messo da parte l'ardore nazionale, Enrico diventa una sovrano saggio che ama il suo popolo e vuole il meglio per il suo Paese. Alex Hassell è un bravo Enrico, forse un po' sotto tono nelle scene della battaglia, ma ottimo  nei momenti più umani e combattuti del personaggio. Simpatico il Pistola di Anthony Byrne e davvero impeccabile il coro, il "personaggio" interpretato da Oliver Ford Davies che svela i meccanismi metateatrali del dramma. Jennifer Kirby è davvero eccellente nel ruolo di Katherine, ha solo due scene ma la sua è probabilmente la performance migliore della serata.

Alex Hassell è Enrico V


Deludenti gli interpreti del resto della casata reale francese: Jane Lapotaire fatica nel ruolo della Regina Isabella, Simon Thorp è un dimenticabilissimo Re di Francia e Robert Gilbert è più irritante che altro nel ruolo del Delfino.

Per il resto, i costumi e le scenografie di Stephen Brimson Lewis sono semplici ma eleganti, come del resto lo è tutta la produzione. Privato del suo cuore guerriero, Enrico V al Barbican garantisce una serata molto piacevole ma forse poco incisiva.

★★½

martedì 10 novembre 2015

Come vi piace al National Theatre


As You Like It è una delle commedie shakespeariane più amate e rappresentate e il National Theatre ne ha appena messo in scena una nuova produzione diretta da Polly Findlay.

L'usurpatore Federigo esilia la nipote Rosalind, figlia del legittimo duca, che fugge insieme alla cugina Celia. Travestitasi da uomo e sotto il nome di Ganimede, Rosalind si nasconde nella foresta di Arden. La foresta si rivela essere una scelta piuttosto popolare per le fughe: il duca padre di Rosalind e la sua sua corte esiliata vaga tra gli alberi di Arden, così come il giovane Orlando ed il fedele servo Adam. Tra agnizioni, amori e redenzione, As You Like It è un'elegante commedia in cui tutto può accadere sotto l'ombra degli alberi.

Rosalie Craig è una brava Rosalind, ironica e affascinante, tesa nei momenti con Orlando, ma anche capace di tenerezza, esasperazione e amore. La migliore performance della serata è quella di Patsy Ferran, una Celia dalla lingua appuntita e dagli sguardi ironici. Per il resto il cast è buono ma niente di speciale, con l'eccezione di Fra Fee nel ruolo del musico Amiens: ha una bellissima voce ed era una capra davvero fenomenale nella scena del gregge.

Il grosso problema di questa produzione è che, pur senza avere dei grossi problemi, non riesce mai a brillare: tutto funziona, ma niente spicca. Lo stesso vale per la regia di Polly Findlay, che non riesce sempre a valorizzare i momenti più importanti ed il risultato finale è un po' sconfortante: è una commedia che non fa ridere.

Il cast nella foresta

La scenografia di Lizzie Clachan è riuscita a creare un cambio di scena sbalorditivo: l'ufficio della prima scena si trasforma lentamente della foresta, con i tavoli e le sedie che si sollevano uno dopo l'altro fino a creare l'intreccio di rami, foglie e alberi. Il colpo d'occhio è pazzesco, ma dopo poco ci stanca di questa foresta grigia, metallica e squallida e mi sembra che si sia persa l'occasione per creare qualcosa di davvero magico.

Il risultato finale è in qualche modo simile alla foresta: artificiale, funzionale, ma niente di più.

lunedì 2 novembre 2015

Il racconto d'inverno al Garrick Theatre


Kenneth Branagh parte col botto con la sua neofondata compagnia teatrale (la, guarda caso, Kenneth Branagh Theatre Company), che dal settembre di quest'anno a quello del prossimo occuperà il Garrick Theatre di Londra. Per inaugurare la stagione, Branagh (nelle vesti di produttore, regista e primo attore) ha scelto uno dei romances di Shakespeare, il bellissimo Racconto d'inverno, e ha voluto accanto a sé sul palco una delle più grandi attrici viventi: Dame Judi Dench.

Il racconto d'inverno è un testo che sfugge a una classificazione ben precisa: spesso viene etichettato come una commedia, ma una commedia non lo è davvero. E' più una "scampata" tragedia, una tragedia con il lieto fine. O, per farla breve, un romance (l'etichetta data alle ultime quattro agrodolci opere di Shakespeare). E' una storia di amore e gelosia, perdite ed agnizioni, sull'essere padri e sull'essere figli, sul perdonare e sul perdonarsi.

Quella messa in scena da Kenneth Branagh, con l'aiuto del co-regista Rob Ashford, è una produzione molto tradizionale di un classico ed è, in una parola sola, meravigliosa. Impeccabile è l'aspetto tecnico, dai bei costumi e dalle belle e semplici scenografie di Christopher Oram al disegno luci di Neil Austin, dal suono curato da Christopher Shutt alle eleganti melodie di Patrick Doyle.

Ma la vera magia qui è il cast, un gruppo nutrito ed eterogeneo di attori fenomenali. Poche volte capita di assistere a uno spettacolo con un cast così perfetto, dove ognuno riesce a dare assolutamente il meglio nel proprio ruolo, per quanto piccolo esso sia. Kenneth Branagh (ancora lui!) è il gelosissimo Leontes e forse è proprio lui il membro più fragile del cast. Forse perché troppo occupato con la regia, la performance di Branagh ricorda quelle dell'ultimo Olivier (un attore a cui Branagh viene spesso paragonato), un po' sopra le righe e con una ricerca eccessiva del virtuosismo. Ma è una pecca che gli si viene perdonata facilmente, dato che traspare solo in alcuni momenti. Jessie Buckley è una Perdita deliziosa, fresca e solare, il bel Tom Batem è un ottimo Floritzel, coinvolgente ed energico, John Dagleish ruba la scena nei panni del maligno Autolycus, Hadley Fraser è un solido e virile Polixenes. Ottimi anche gli "anziani" del cast: l'Antigonus di Michael Pennington e il Camillo di John Shrapnel portano alla scena un'aurea di benevola autorevolezza e Jimmy Yuill è esilarante nel ruolo del Pastore.

Judi Dench e Kenneth Branagh durante le prove

Le interpretazioni migliori, però, sono quelle di due attrici. La prima è Miranda Raison, che nel ruolo dell'oltraggiata regina Hermione regala una performance densa e coinvolgente, lasciando parecchi occhi lucidi (inclusi i miei) alla fine della sua disperata arringa in propria difesa. L'altra è, ovviamente, Judi Dench. Prossima all'ottantesimo compleanno, Dame Judi ci ricorda che la classe non è acqua e che se lei viene considerata una delle più grandi interpreti shakespeariani al mondo un motivo forse ci sarà. La sua performance è una vero e proprio master class sulla recitazione: con una naturalezza commovente e un'eleganza davvero regale, Judi Dench dà vita al personaggio secondario di Paulina e la rende la protagonista di alcuni dei momenti più toccanti di tutto lo spettacolo. Capace di creare emozioni come nessun altro attore, Dame Judi padroneggia quell'altissima forma di recitazione che va al di là della tecnica e della formazione: si spoglia della propria personalità e diventa il personaggio che interpreta. E assistere a una performance come questa è un onore più che un piacere.

Non ricordo neanche l'ultima volta che sono uscito da un teatro con la sensazione di aver vissuto un'esperienza così emozionante, intensa e catartica come quando ho lasciato il Garrick dopo una rappresentazione di Winter's Tale. E' sempre bello farsi ricordare quanto meraviglioso il grande teatro possa essere e questa produzione del Racconto d'inverno è un assoluto capolavoro.

venerdì 30 ottobre 2015

Amleto al Barbican Centre


La nuova produzione di Amleto in scena al Barbican Centre fino a domani sera è senza dubbio lo spettacolo più atteso dell'anno e i biglietti, messi in vendita a maggio, sono stati venduti tutti in pochissime ore. Tutto questo potrebbe sembrare strano (un altro Amleto? ma non ne fatto uno ogni due anni?), ma non bisogna mai sottovalutare la tenace passione con cui gli inglesi seguono i propri idoli. E Benedict Cumberbatch, star di Sherlock e candidato al premio Oscar come miglior attore protagonista per The Imitation Game, qui è un vero e proprio eroe nazionale.

Una produzione così attesa ha creato delle aspettative talmente alte che non potevano proprio essere che deluse. Cumberbatch è un ottimo Amleto, profondo e riflessivo quando serve e più leggero e divertente quando è opportuno. L'attore regala momenti di grande intensità nel creare un principe sfaccettato e instabile, un giovane uomo tormentato e depresso per tutti i terribili cambiamenti che ha dovuto sopportare. Se la cava in modo eccellente sia nei dialoghi che nei frequenti soliloqui (incluso, ovviamente, l'attesissimo "To be or not to be") e la sua performance da sola vale il prezzo del biglietto (o le attese di tutta una notte per essere i primi al botteghino in caso di biglietti restituiti). Peccato però che il resto del cast non sia assolutamente all'altezza del primo attore: il Claudio di Ciarán Hinds ha qualche buon momento, ma in certe scene farfuglia e si fa fatica a sentirlo oltre la quinta fila; Siân Brooke è un'Ofelia legnosa e insignificante nel primo atto che riesce a riprendersi abbastanza nel secondo... ma non tanto da far dimenticare la terribile performance che ha pensato bene di donarci nella prima parte della tragedia.

Benedict Cumberbatch

Anastasia Hille è una Gertrude discreta, ma il Polonio di Jim Norton è davvero troppo gigione. Il resto del cast non è male, ma ciò non basta per compensare le carenze di alcuni dei protagonisti: Barry Aird (Soldato), Eddie Arnold (Capitano danese), Nigel Carrington (Servo, Cornelius), Ruairi Conaghan (Primo attore), Rudi Dharmalingam (Guildenstern), Colin Haigh (Prete, messaggero), Paul Ham (Ufficiale), Diveen Henry (Prima attrice, messaggera), Karl Johnson (il Fantasma/Becchino), Amaka Okafor (Ufficiale), Dan Parr (Barnardo), Jan Shepherd (Cortigiano), Morag Siller (Voltemand), Matthew Steer (Rosencrantz), Sergo Vares (Fortinbras) e Dwane Walcott (Marcellus).

La scenografia di Es Devlin è meravigliosa e sfrutta al meglio l'immenso palco del Barbican, così come sono altrettanto ottimi i costumi di Katrina Lindsay e le luci di Jane Cox. Una menzione speciale va alle bellissime musiche di Jon Hopkins. La regista Lyndsey Turner ha fatto generalmente un buon lavoro, eppure mi chiedo come mai alcuni dei protagonisti (attori che di solito si sono sempre mostrati molto capaci, specialmente Hinds) non riescano mai a catturare l'essenza dei loro personaggi.

Nonostante il cast ballerino, questo Amleto è la prova che il tutto è più della somma delle singole parti e Benedict Cumberbatch è davvero straordinario nel ruolo del tormentato principe di Danimarca.


★★

mercoledì 14 ottobre 2015

Riccardo II al Globe Theatre


C'è poco da dire, vedere Shakespeare al Globe è davvero un'esperienza unica che raccomando a tutti gli appassionati di teatro di passaggio a Londra. E per cinque sterline stare in piedi per tre ore non è poi un sacrificio così grande. Lo spettacolo - o meglio, la tragedia - che sono andato a vedere è Riccardo II, uno di quei drammi di Shakespeare che per qualche motivo non è mai noto o rappresentato quanto quei cinque o sei che appaiono regolarmente nelle locandine di tutti i teatri... Eppure non è certo un'opera minore e tutto in essa richiama Shakespeare: lo straordinario uso della lingua, il tema del potere, l'interrogativo politico e il dibattito sul duplice corpo del Re, quello di persona fisica e di persona morale.

I due aristocratici Bolingbroke e Mowbray si accusano a vicenda dell'omicidio del duca di Glaucester e Riccardo II decide di concludere la diatriba condannando all'esilio entrambi i presunti cospiratori: a vita per Mowbray e per sei anni al cugino Bolingbroke. Ma quando la corona incontra difficoltà economiche Riccardo decide di confiscare i beni di Bolingbroke, un atto senza precedenti: indignata è la reazione dei nobili e semplicemente furiosa quella dell'esiliato, che si interroga (a ragione) su cosa accadrà di lui al termine dell'esilio. Bolingbroke crea un esercito e marcia sull'Inghilterra, portando uno spaventato Riccardo - abbandonato da consiglieri e presunti amici - a perdere prima la corona e poi la vita.

Questa nuova produzione diretta da Simon Godwin, in scena fino al 18 ottobre, dipinge Riccardo II non tanto come una cattiva persona o un tiranno, quanto più come un uomo assolutamente inadatto a ricoprire il ruolo di sovrano; a questo proposito è stata aggiunta una bellissima scena proprio all'inizio, l'incoronazione del decenne Riccardo. E' impressionante quanto le movenze di Charles Edwards, un ottimo Riccardo, richiamino quelle del bambino della prima scena: perché questo è il Riccardo di Edwards, un uomo inetto e infantile che continua a credere che tutto gli sia dovuto e concesso. Non pecca di arroganza, ma di leggerezza. Grazie all'aggiunta di questa scena capiamo anche il perché è così difficile per Riccardo lasciare andare la corona: è il ruolo che ha recitato da quando era un bambino. Il suo Riccardo, comunque, è capace non solo di momenti di grande intensità, ma anche di ironia: indimenticabile il momento in cui invita il cugino a prendere la corona con lo stesso tono con cui non incoraggiamo il nostro cane a riportare il bastone.



Il resto del cast è altrattanto solido: Oliver Bott (Mowbray/Carlisle), Graham Butler (Aumerle), William Chibb (Duke of York), Jonny Glynn (Northumberland), Greg Haiste (Bushy), Angus Imrie (Bagot), Richard Katz (Giardiniere/Exton), Ekow Quartey (Ross), Anneika Rose (Regina Isabel), David Sturzaker (Bolingbroke), Sasha Waddell (Duchessa di Glaucester) e Arthur Wilson (Green). William Gaunt era assente per malattia e Henry Everett (impegnato anche nel ruolo di Salisbury) lo ha sostituito con il copione in mano. Una particolare menzione di merito va all'esilarante Sarah Woodward per la sua interpretazione della Duchessa di York, ha davvero rubato la scena!

Questo allestimento di Riccardo II è una produzione elegante e non priva di ironia che, pur non essendo particolarmente originale, fa riscoprire al pubblico un testo godibilissimo e spesso dimenticato.

★★★½