sabato 9 ottobre 2021

Back to the Future all'Adelphi Theatre


Negli ultimi anni diversi classici per famiglie come Tootsie, Beetlejuice e Mrs. Doubtfire sono stati riadattati per le scene con risultati altalenanti. Ora si aggiunge alla lista anche Ritorno al futuro, il grande successo del 1985 che segue le vicende di Marty McFly, un adolescente che dopo un incidente con una macchina del tempo rimane intrappolato nel 1955. Il teenager, per errore, rovina il primo incontro dei suoi genitori e la sua futura madre si invaghisce di lui: non solo Marty dovrà trovare un modo di tornare negli anni ottanta, ma deve anche far sì che i genitori si innamorino, altrimenti non ci sarà alcun futuro per lui...

Visto il successo da oltre trecento milioni di dollari e i due sequel, era inevitabile che un giorno Ritorno al futuro avrebbe raggiunto anche le scene e il progetto è in cantiere da quasi un decennio. Il compositore Alan Silvestri, già autore della leggendaria colonna sonora del film, ha firmato un'altra ventina di brani musicali, mentre Robert Zemeckis e Bob Gale hanno curato l'adattamento della loro stessa sceneggiatura. Potendo contare su un titolo di grande richiamo, diciamo che i tre autori hanno fatto il minimo indispensabile: le canzoni di Silvestri sono piacevoli ma poco memorabili, portano avanti la trama e fanno poco altro; il libretto di Zemeckis e Gale apporta pochissime modifiche alla loro sceneggiatura, ma del resto perché dovrebbero? Il pubblico aspetta e anticipa le battute più celebri (Ronald Reagan?! L'attore?!) e va bene così. Anche se bisogna ammettere che includere nel musical le canzoni "Earth Angel", "Johnny B. Goode" e "The Power of Love" è stato un po' un autogol, dato che fanno davvero sfigurare i pezzi scritti appositamente per lo show.

Olly Dobson (Marty), Roger Bart (Doc) e la mitica DeLorean

Il musical conta sull'affetto e la simpatia degli spettatori per funzionare e fa presa sul suo pubblico composto da famiglie e da fan del film originale: si applaude l'ingresso degli amati personaggi (più che degli attori), il primo bacio, quando il bullo Biff si prende un pugno in faccia e, soprattutto, la DeLorean, la vera protagonista della serata. Lo scenografo Tim Hatley e il video designer Finn Ross hanno collaborato per creare effetti speciali sorprendenti e non c'è da sorprendersi se la macchina diventa la star dello spettacolo. La regia di John Rando, come il libretto e la colonna sonora, è divertente, semplice e poco originale; Rando favorisce lo scorrere dell'azione grazie anche all'ottima scenografia di Hatley e le simpatiche coreografie di Chris Baley.

Olly Dobson (Marty) e Hugh Coles (la versione adolescente del padre George McFly)


Il cast è bravo e spigliato, ma la produzione dà loro poco spazio di manovra dato che quello che ci si aspetta dagli attori è ricreare al meglio le performance del film. Olly Dobson nel ruolo di Marty è un ottimo cantante e un protagonista avvincente, particolarmente bravo nelle scene in cui cerca di convincere la versione adolescente del padre a trovare il coraggio di chiedere alla futura moglie di uscire. Questo anche grazie all'ottimo Hugh Coles che, pur imitando al 100% Crispin Glover del film, regala i momenti più divertenti della serata e ci regala una bella interpretazione nel ruolo di un ragazzo tanto maldestro quanto adorabile. Il veterano di Broadway Roger Bart è Doc, lo strampalato scienziato che trasforma la DeLoren in una macchina del tempo. Bart è uno dei più celebri attori comici a Broadway ma, anche se il suo carisma è innegabile, il materiale che gli è stato dato da cantare non è dei migliori. In compenso durante le sue scene è l'unico che si allontana dalle interpretazioni del film e riesce quasi a far dimenticare lo straordinario Christopher Lloyd. Molto brava anche Rosanna Hyland nel ruolo di Lorraine Baines-McFly, la futura madre di Marty: non solo i suoi tempi comici sono impeccabili, ma alla sua bella voce viene affidata l'unica canzone originale degna di nota, "Something About That Boy". 


Roger Bart è Emmett "Doc" Brown

La verità è che è inutile mettersi a sindacare sui limiti dello spettacolo, dato che ottiene esattamente il risultato sperato: intrattenere gli amanti del film presentandolo in una veste abbastanza nuova da giustificare l'esistenza dello show, ma non fino al punto da sorprendere. Back to the Future punta sulla simpatia e la nostalgia per funzionare e non fallisce. Tra il pubblico spiccano felpe dell'Hill Valley High School e l'intero foyer è stato trasformato in un centro commerciale degli anni cinquanta. La platea e le pareti della sala sono coperte da marchingegni e strumenti elettronici, così che il pubblico è completamente immerso nella fantasia propostaci dallo show. Se il risultato finale è più simile a un'attrazione di Disneyland che a un musical vero e proprio poco importa, anche se non posso fare a meno di chiedermi se la standing ovation finale fosse solo per lo show o anche per tutti i ricordi e l'affetto che nutriamo per il film.

In breve. Senza infamia e senza lode, questo adattamento musicale di Ritorno al futuro colpisce per la grande energia del cast e una macchina davvero speciale. 

★★★

giovedì 7 ottobre 2021

Amleto al Young Vic

Dal 1741, quando Fanny Furnival lo interpretò per la prima volta a Dublino, il ruolo di Amleto ha attratto non solo grandi attori, ma anche grandi attrici. Dalla divina Sarah Bernhardt a Ruth Negga, il Principe di Danimarca non è appannaggio escusivamente maschile da quasi tre secoli, con buona pace di Repubblica che ha visto nell'Amleto femminile di Antonio Latella una "provocazione". Ora a reggere l'oneroso teschio di Yorick ci pensa la trentaseienne Cush Jumbo, protagonista della serie The Good Fight e assente dalle scene britanniche da quasi un decennio.

Con il suo fisico androgino, la testa rasata e gli abiti maschili, l'Amleto della Jumbo ha un che di adolescenziale e per una rara volta possiamo vedere un principe di Danimarca che è – o almeno sembra – veramente giovane. Questo ringiovanimento del protagonista non è casuale (una battuta da cui si potrebbe evincere la vera età del protagonista è stata eliminata) ed è una delle scelte volute dal regista Greg Hersov per rifocalizzare l'intera vicenda esclusivamente intorno alla famiglia. O, per dirla tutta, alle famiglie, dato che ai reali danesi si affianca prepotentemente anche la famiglia composta da Pollonio e dai figli Laerte e Ofelia. 

Cush Jumbo (Amleto), Tara Fitzgerald (Gertrude) e Jonathan Ajavi (Laerte)

Per molti aspetti l'allestimento diretto da Hersov non offre nulla di particolarmente originale, anche se i massicci tagli al testo e la carismatica interpretazione di Cush Jumba trasformano la tragedia per eccellenza in tre ore di serrata azione e tensione. La pazzia di Amleto non è simulata (tagliata è la battuta sull'antic disposition), ma un profondo lutto che attanaglia il giovane principe e riemerge come tic misurati. L'energico Amleto di Jumbo è un affabulatore estroverso e apparentemente socievole, capace di interagire con fascino e intelligenza non solo con i suoi veri alleati (come Orazio), ma anche con tutte le persone che lo vogliono solo spiare (Polonio, Rosencrantz e Guildenstern). Più a suo agio nei dialoghi che nei soliloqui, l'Amleto della Jumbo colpisce per la sua "normalità", per essere un giovane uomo qualunque che si ritrova in una situazione strana e straziante: non è un eroe romantico, decadente o post-psicoanalitico, ma una persona energica e vitale che si trova intrappolata in un incubo. È questa normalità, questo essere vittima degli eventi a renderlo così vicino ad Ofelia, un personaggio la cui pazzia è – come per Amleto – causata sia dal grande lutto che dall'essere diventata uno strumento in mano a poteri più forti. E Norah Lopez Holden è un'ottima Ofelia, così come ottimi sono anche il Laerte di Jonathan Ajayi e, soprattutto, il Polonio di Joseph Marcell, che interpreta un personaggio estremamente pedante senza diventarlo egli stesso.


Alla famiglia perfettamente riuscita di Polonio si contrappongono i reali danesi, una coppia più acerba e interpretata debolmente da Tara Fitzgerald ed Adrian Dunbar. Forse è proprio Dunbar l'anello debole del cast e il suo Claudio manca di spessore: si riprende un po' nelle ultime scene in cui può interpretare un politico machiavellico, ma assente è il turbamento causato dalla sua stessa mancanza di rimorso. L'attore interpreta anche il Fantasma e qui Hersov fatica a delinearne la figura in modo soddisfacente: il vecchio Re Amleto compare in scena solo una volta, ma forse funziona meglio quando si limita a manifestarsi tramite proiezioni nebulose sullo sfondo. Brilla nei ruoli minori dell'attore e del(l'unico) becchino Leo Wringer, che con gli occhi spiritati e l'umorismo sottile rende la sua scena con Amleto nel cimitero uno dei momenti meglio riusciti della serata.

Norah Lopez Holden (Ofelia) e Cush Jumbo (Amleto)

Non tutto brilla nell'Amleto di Hersov: i tagli rendono molto scorrevole l'azione, ma sminuiscono un po' lo spessore dell'opera e senza l'arrivo di Fortinbras il finale è troppo brusco e affrettato. Anche la scena dell'omicidio di Polonio che conclude il primo atto è stranamente impacciata: il ciambellano viene pugnalato fuori scena e l'intervallo interrompe la "closet scene" spezzando così un ritmo che impiega un po' di tempo a recuperare nel secondo atto. Lo stesso problema avviene all'inizio: l'allestimento fatica a carburare e non trova davvero il suo centro fino al primo dialogo tra Amleto e Polonio, a cui segue l'incontro tra il principe e gli esilaranti Rosencrantz e Guildenstern di Joana Borja e Taz Skylar. A incorniciare la messa in scena, tesa e ricca di azione, ci pensa la bella scenografia di Anna Fleischle (Hangmen) che, pur non venendo sfruttata al massimo, mostra il marcio della Danimarca con i suoi specchi ossidati e le pareti che trasudano umidità.

In breve. Il carismatico Amleto di Cush Jumbo è la star di un lucido allestimento che, pur non raggiungendo mai grossi picchi emotivi, non annoia né delude.

★★★½

sabato 2 ottobre 2021

Mary Poppins al Prince Edward Theatre


Essere praticamente perfetti sotto ogni aspetto è un lavoraccio, ma qualcuno lo dovrà pur fare. Ed è una fortuna per noi che a farlo sia, ancora una volta, la tata più famosa di sempre. Il musical Mary Poppins è tornato sulle scene londinesi qualche mese prima della chiusura dei teatri causata dal Covid e ora ha riaperto e le repliche proseguono a pieno regime sotto l'egida dalla Disney. La trama del musical è una via di mezzo tra il celebre film del 1964 e i romanzi di P. L. Travers, che odiò tanto la pellicola con Julie Andrews da lasciar scritto nel suo testamento che l'adattamento teatrale avrebbe dovuto essere realizzato da chiunque tranne che gli autori del film. Per questo alle celebri canzoni dei fratelli Sherman si aggiungono nuove melodie firmate da George Stiles e un nuovo libretto di Julian Fellowes (autore di Downton Abbey). 
Quando i piccoli Jane e Michael Banks fanno fuggire la loro ultima tata, i genitori disperati cercano di trovarne una nuova, ma all'improvviso si presenta a casa Banks Mary Poppins. La magica bambinaia non è la creatura saccarina interpretata dalla Andrews, ma un personaggio più puntiglioso e vanitoso, anche se non privo della magia e del carisma che lo contraddistinguono. Mentre Mary, i bambini e lo spazzacamino Bert vivono avventure fantastiche ed istruttive, il pater familias George Banks rischia di perdere il lavoro in banca. La tensione lo allontata dai bambini, ma grazie a Mary la situazione si risolve, George ottiene una promozione e la famiglia si riavvicina nell'amore reciproco. Ora che il suo lavoro con i Banks è terminato, Mary Poppins può finalmente ripartire e volare sopra la platea in cerca di una nuova famiglia da salvare. 

Diretto da Sir Richard Eyre e coreografato da Matthew Bourne, il musical è uno spettacolo per gli occhi. Le scenografie di Bob Crowley presentato case e stanze che salgono e scendono per tutto l'arco scenico, palazzi che si aprono come le pagine di un libro e ombrelli giganti che scendono dal cielo. I costumi, firmati dallo stesso Crowley, non sono da meno e aiutano a caratterizzare i personaggi con intelligenza e charme.

La vecchietta dei piccioni (Petula Clark), Mary Poppins (Zizi Strallen) e i piccoli Banks

Il libretto di Fellows porta al centro della storia la presenza/assenza del Signor Banks nella vita dei figli e il tema del rapporto padre-figli è rafforzato dal toccante sub-plot della statua di Neleo che, come Michael e Jane, vorrebbe essere riunito con il padre. Non saprei bene dire il perché, ma vedere il musical a teatro mi ha fatto venire voglia non di rivedere il film originale, ma di riguardare Saving Mr Banks (2013), il film che racconta la storia romanzata di come Walt Disney ottenne faticosamente i diritti per l'adattamento cinematografico dei romanzi dalla recalcitrante Travers (l'ottima Emma Thomspon).

Il livello del cast è generalmente ottimo, a partire dai frizzanti bambini che interpretano gli esuberanti Michael e Jane Banks. Charlie Anson è un buon George Banks, anche se il libretto non lo aiuta tantissimo a delineare la transizione da padre oberato (e preoccupato) a genitore amorevole. Nel ruolo della moglie Winifred Amy Griffiths è un personaggio diverso da quello di Glynis Johns nel film: non una suffragetta ma, al contrario, una donna interessata ad essere la migliore delle mogli e della madri. Se da una parte questa scelta non è delle più lungimiranti, almeno le permette di cantare la bella Becoming Mrs. Banks, in cui esprime la propria frustrazione ma anche l'amore per la famiglia. In altri ruoli minori colpiscono Liz Robertson (Miss Andrews, la tirannica ex-tata di George Banks) e Claire Machin (Mrs Brill, la cuoca dei Banks, già vista in The Girls). Nel ruolo della vecchietta dei piccioni commuove il cameo di Petula Clark, che scandisce le sue breve apparizioni con la toccante Feed the Birds, la canzone preferita di Walt Disney e un inno alla generosità.

Zizi Strallen, praticamente perfetta come Mary Poppins


Nel ruolo di Mary Poppins Zizi Strallen (Follies) è una protagonista memorabile: la sua magica tata, come accennavo prima, è un po' più spigolosa di quella di Julie Andrews, un pochino più rigida e vanitosa. La sua Mary, come quella della Travers, si specchia di continuo e nega (quasi sempre) un bacio a Bert, ma il suo affetto traspare di tanto in tanto e quando succede restiamo – come il piccolo Michael – un po' spiazzati. La Strallen ha una voce un po' nasale (qui sì che manca un pochino il canto mielato della Andrews), ma la sua Mary si muove con la grazia e la verve di una vera ballerina: non importa se sta danzando sui tetti o tirando fuori un attaccapanni dalla borsa, questa Mary mantiene la schiena bella dritta e la sua magia rimane tanto intrigante quanto misteriosa. 

Charlie Stemp e Zizi Strallen nei ruoli di Bert e Mary Poppins

Con buona pace di Mary Poppins, è il Bert di Charlie Stemp che ruba la scena ogni volta che mette un piede sul palco. Lo avevamo già visto qualche anno fa come star assoluta di Half a Sixpence e Stemp qui non è da meno. Il suo carisma e talento nella danza lo rendono un beniamino del pubblico, così come la sua presenza calorosa infonde quell'atmosfera affettuosa e personale che forse a Mary un po' manca. Non importa se danza il tip-tap a testa in giù o passeggia lungo tutto l'arco scenico, se sta facendo volare un aquilone o è semplicemente seduto su un tetto: dove Charlie Stemp va il pubblico lo segue e il giovane diventa il cuore pulsante dello show.

Perché forse è questo che manca a questo bellissimo Mary Poppins: un po' più di cuore. Senza ombra di dubbio lo show è praticamente perfetto sotto ogni aspetto tecnico, essendo stato curato con attenzione (e un budget stratosferico) da alcuni dei migliori nomi del teatro britannico. Ma forse un pochino di perfezione in meno e un po' di cuore in più avrebbero reso davvero insuperabile questo musical. Forse soffre per la natura episodica del libretto o forse è semplicemente la macchina industriale del West End che sforna otto spettacoli a settimana, ma questo Mary Poppins non ha bisogno di più magia, solo di un po' più sentimento. Certo, alla fine quando Mary vola via librandosi sopra il pubblico è difficile rimanere indifferenti (o con l'occhio asciutto). Ma credo che il motivo per cui Feed the Birds o la statua di Neleo mi hanno toccato così tanto è perché sono chicchi di genuina emozione in uno spettacolo esteticamente superbo ma forse un filo arido: come George Banks, forse anche Mary Poppins dovrebbe pensare meno al lavoro e più all'affetto e al divertimento. Ma queste del resto sono piccole pecche che si possono ignorare, dato che il musical è davvero supercalifragilistichespiralidoso.
 
In breve. L'ottimo cast e la lussuosa produzione di Richard Eyre vi regaleranno un paio d'ore praticamente perfette sotto (quasi) ogni aspetto.

★★★★

Anything Goes al Barbican Centre


Nel loro nuovo album Love For Sale Lady Gaga e Tony Bennett ci deliziano con il divertente duetto You're the Top e non è la prima volta che i due mostrano il loro amore per Cole Porter. Già qualche anno fa l'improbabile coppia ci aveva regalato una nuova incisione del classico Anything Goes, il grande numero che chiude il primo atto del musical omonimo. Debuttato a Broadway nel 1934, Anything Goes è uno dei grandi classici intramontabili del teatro musicale ed è stato riproposto più volte a teatro su entrambe le sponde dell'Atlantico. Ciò che ha reso questo musical così popolare per oltre ottant'anni è un insieme di fattori: la colonna sonora di Porter annovera numerosi splendidi brani che, come ci ricordano Gaga e Bennett, sono stati interpretati da cantanti straordinari; il libretto di Guy Bolton, P. G. Wodehouse, Howard Lindsay e Ryssel Crouse (revisionato nel 1987 da Timothy Crouse e John Weidman) ci regala la più frizzante delle commedie musicali; la protagonista Reno Sweeney è uno dei ruoli più ambiti del genere e viene sempre interpretato da attrici più uniche che rare. Questo nuovo revival, già visto a Broadway nel 2011 e debuttato al Babrican Centre lo scorso agosto, non fa eccezioni e vede in Sutton Foster (al suo debutto sulle scene londinesi) una straordinaria protagonista.

La trama è semplice. Nei primi anni 30 la nave SS American attraversa l'Atlantico con un bizzarro assortimento di passeggeri che comprendono la showgirl Reno Sweeney, il gangster Moonface Martin e il giovane broker Billy Crocker, che cerca di conquistare la debuttante Hope Harcourt prima che convoli a nozze con Lord Evelyn Oakleigh. Nella migliore tradizione della commedia musicale, tutte le coppie finiscono per trovare l'amore con la persona giusta e ben tre matrimoni coronano l'inevitabile lieto fine.

Quando questo revival fu annunciato alcuni mesi fa il ruolo di Reno Sweeney avrebbe dovuto essere interpretato da Megan Mullaly (la Karen di Will & Grece), ma la grande attrice comica si è infortunata durante le prove ed è stata rimpiazzata all'ultimo minuto da Sutton Foster, la star di Broadway che aveva già interpretato la parte dieci anni fa a New York, vincendo così il suo secondo Tony Award. E bastano davvero pochi minuti per capire il motivo per cui la Foster si è affermata come una vera e propria leggenda a Broadway: i suoi tempi comici sono straordinari, così come l'energia che infonde in ogni numero musicale e ogni scene. L'attrice è quello che si chiama un triple threat, un'interprete che eccelle nelle tre discipline del canto, del ballo e della recitazione. La sua bella voce si presta perfettamente alle melodie di Porter, regalando così nuove ottime versioni di canzoni come I Get A Kick Out of You e Blow, Garbiel, Blow. Ma il suo capolavoro è la chiusura del primo atto, che la vede guidare la compagnia in un'esilarante versione del numero che dà il nome allo show: destreggiandosi tra tip tap, note da brivido e un sorriso a trentadue denti, Sutton Foster ci ricorda il significato della parola "star". E se non mi credete, guardate voi stessi!

Sutton Foster seduce Lord Evelyn (e il pubblico) durante il primo atto


Ci sono delle grandi performance che finiscono per mettere in ombra tutto il resto del cast, ma fortunatamente quella della primadonna non è una di queste: Sutton Foster non lascia indietro il resto della compagnia, ma la innalza al suo livello. Nel ruolo di Billy Crocker Samuel Edwards ci regala un protagonista maschile che fonde i tratti da mascalzone con quelli del vero innamorato: non imparta se canta You're the Top con Sutton Foster o duetta con Hope (l'ottima Nicole-Lily Baisden) sulle note di It's De-Lovely, Edwards ha voce, carisma e bella presenza – un protagonista davvero ideale.

Non da meno è Robert Lindsay nel ruolo di Moonface Martin, il "Pericolo Pubblico numero 13". Lindsay è poco noto all'estero, ma è un comico molto amato nel Regno Unito. E del resto non è difficile vedere il perché: prende tranquillamente il controllo della scena e ravviva ogni momento con un umorismo bonario che mette in evidenza come il suo personaggio sia un gangster disastroso. Il suo assolo Be Like the Bluebird dà al pubblico l'occasione di dimostrargli tutto il suo affetto, mentre il duetto con Sutton Foster Friendship mostra carisma e ironia da vendere.

Samuel Edwards e Robert Lindsay nel secondo atto

Il resto del cast non è all'altezza dei quattro protagonisti. Haydn Oakley (An American in Paris) è un Lord Evelyn che allo stesso tempo incarna lo stereotipo vivente dell'aristocratico britannico e si rivela un improbabile amante appassionato nella canzone The Gypsy in Me. Gary Wilmot, un altro beniamino del pubblico inglese, è Elisha J. Whitney, il capo di Billy intento a sedurre Evangeline Harcourt (una perfetta Felicity Kendal), la madre di Hope.

Se questo cast di primissimo livello riesce a brillare con tale intensità è sicuramente merito di Kathleen Marshall nel duplice ruolo di regista e coreografa: la Marshall eccelle in entrambe i ruoli e se da una parte riesce ad infondere nuova linfa ad un vecchio classico, dall'altra le sue vibranti coreografie ci regalano un puro stile anni trenta, con tanto di tip tap. Splendide anche le scenografie di Derek McLane e i ricchi costumi di Jon Morrell. Se gli ultimi diciotto mesi sono stati un mare tempestoso, navigare per un paio d'ore sull'SS American è davvero un balsamo per l'anima.

In breve. Chi ha detto che la perfezione non è di questo mondo chiaramente non ha mai visto questo revival di Anything Goes, in scena al Barbican fino al 6 novembre.

★★★★★

venerdì 1 ottobre 2021

I'm back!

Ciao a tutti e tutte! Non so se qualcuno ha mai seguito questo blog regolarmente, ma anche se lo ha fatto avrà smesso da un bel pezzo. Avevo ormai trascurato questo blog per un annetto prima dell'inizio della pandemia e poi con la chiusura dei teatri c'è stato ben poco da recensire...


Welcome back to London Theatre! Ve lo dice anche la stazione di Euston...


Ma ormai i teatri hanno riaperto e io sono ritornato a Londra per il nuovo anno accademico e la nuova stagione teatrale. Ho già un mucchio di biglietti prenotati e spettacoli da condividere con voi. Seguitemi, se volete, in questo viaggio per le affollate, stravaganti e meravigliose scene londinesi. Londra è la città con più teatri al mondo... magari insieme riusciremo a visitarli tutti. Buona visione!

lunedì 18 febbraio 2019

Edward II alla Sam Wanamaker Playhouse


Scritta un anno prima della sua morte nel 1593, la tragedia di Christopher Marlowe sullo sfortunato Edoardo II d'Inghilterra è da molti considerato il suo capolavoro. Appena incoronato re, Edoardo richiama il suo favorito Gaveston dall'esilio, scatenando la gelosia della moglie Isabella e l'ira degli aristocratici: il sovrano infatti favorisce Gaveston a loro, arricchendolo con fondi e titoli che spetterebbero alla nobiltà o alla chiesa. La faziosità tra il re ed i suoi nobili si trasforma in una guerra civile guidata da Mortimer ed Isabella, la cui sete di vendetta non si esaurisce con l'uccisione di Gaveston. Sconfitto ed incarcerato, Edoardo viene costretto ad abdicare in favore del figlio, Edoardo III, per poi essere giustiziato crudelmente per oridere di Mortimer. Spetterà al giovane re riportare l'ordine nel regno e assicurare la madre e Mortimer alla giustizia.


Il Globe è sicuramente noto per i suoi allestimenti estivi all'aperto nella tradizione elisabettiana del sedicesimo secolo, ma non tutti sanno che il teatro del Southbank ha anche una sala più piccola e al coperto, una meravigliosa ricostruzione di una playhouse giacobita illuminata solo da candele. Ed è proprio la Sam Wanamaker Playhouse ad ospitare questo elegante revival della tragedia, diretta con grazia ma con poche sfumature da Nick Bagnall. Il regista riesce sicuramente a bilanciare il forte aspetto omoerotico delle prime scene con la natura intensamente politca della tragedia, anche se la sua produzione sembra soffermarsi più sull'aspetto estetico che sulla dimensione interiore dei personaggi: il risultato finale è godibile ma poco incisivo. Con l'eccezione degli ottimi Tom Stuart nella parte del protagonista e Colin Ryan nel duplice ruolo del giovane Spencer e di Edoardo III, il resto del cast è più declamatorio che introspettivo. L'arrogantissimo Gaveston di Beru Tessema ci fa provare sicuramente molta simpatia la regina oltraggiata di Katie West, che però non convince nel ruolo della sovrana guerriera del secondo atto.

Tom Stuart

Il revival ha la pecca di evidenziare invece che tentare di risolvere i difetti del testo: la nota incapacità di Marlowe nello scrivere personaggi femminili si incarna in Isabella, che passa da vittima a principessa guerriera con una misteriosa inversione a u. Certo, sarebbe più facile comprenderla se credessimo che è stata travolta dall'amore per Mortimer, ma in questa versione lo spettatore non vede mai la passione tra i due. Il secondo atto è più intenso e viscerale, la qualità delle interpretazioni migliora e Tom Stuart in particolare è decisamente commovente nella scena dell'abdicazione, qui messa in scea in modo tale da creare interessanti parallelismi con il Riccardo II di Shakespeare. Bill Barclay ha composto la colonna sonora che, eseguita dall'orchestrina rinascimentale dal vivo, aiuta a creare con garbo l'atmosfera. Anche se l'allestimento è a tratti insoddisfacente, Edward II alla Sam Wanamaker Playhouse rimane una bella produzione, scorrevole ed esteticamente curata, che fa rivere la tragedia di Marlowe con buon gusto e sentimento.

In breve. L'affascinante atmosfera della Sam Wanamaker Playhouse riesce a nascondere il grosso delle pecche di un revival non sempre incisivo, ma sicuramente elegante.

★★★½

lunedì 11 febbraio 2019

Chita Rivera alla Cadogan Hall


Insieme ad Angela Lansbury, Chita Rivera rimane l'ultima leggenda della golden age di Broadway e, al contrario della più celebre "Signora in giallo", tutta la sua carriera è stata dedicata esclusivamente al teatro. Una carriera straordinaria che abbraccia sette decenni e che l'ha vista apprezzattissima interprete delle opere teatrali di Brech e Lorca, ma soprattutto dei musical di Kander & Ebb e delle coreografie di Bob Fosse. Chita infatti è quella che in gergo viene chiamata un "triple threat", un'artista che sa ballare, recitare e cantare alla perfezione. La sua lunga attività teatrale è stata costellata di onori e risconoscimenti tra cui i Kennedy Center Honors, la medaglia presidenziale per la libertà, dieci candidature ai Tony Award, di cui due vinti nel 1984 e nel 1993 a cui si è aggiunto un terzo Tony onorario alla carriera l'anno scorso. Il primo grande successo arrivò nel 1957 con la produzione originale del leggendario West Side Story, in cui la sua performance nel ruolo minore di Anita la trasformò in una star. Le decadi successive la videro protagonista di altri grandi musical che misero in mostra la sua versatilità e il suo talento nella danza, tra cui Sweet Charity e l'indimenticabile produzione originale di Broadway di Chicago, che la vide interpretare Velma Kelly (il ruolo di Catherine Zeta-Jones nel film) accanto alla Roxie di Gwen Verdon.

Chicago segnò la prima di una lunga e fruttuosa collaborazione con il compositore John Kander ed il librettista Fred Ebb (già autori di Cabaret), il cui musical The Rink la portò a vincere il Tony Award alla migliore attrice protagonista nel 1984 per la sua interpretazione accanto a Liza Minnelli. Ancora a Kender & Ebb si lega forse il ruolo più celebre, quello della fatale "donna ragno" nel musical tratto dal romanzo di Manuel Puig Il bacio della Donna Ragno. Diretta dal grande Harold Prince, Chita Rivera interpretò il personaggio eponimo a Toronto, Londra e Broadway, dove vinse il suo secondo Tony Award. All'età di settant'anni tornò a Broadway per danzare il tango con Antonio Banderas in Nine, il musical tratto dal capolavoro di Fellini , mentre a 82 fu un'indimendicabile Claire Zachanassian in The Visit e a 85 fece il suo debutto alla Carnegie Hall. Oltre venticinque anni dopo la sua ultima apparizione sulle scene londinesi in Kiss of the Spider Woman, Chita Rivera ha fatto un trionfale ritorno nella capitale del teatro europeo con due concerti in scena alla Cadogan Hall, la celebre sala da concerto nel cuore di Chelsea.

Chita Rivera a Broadway in West Side Story (1957) e The Visit (2015)

E non c'è che dire, vedere Chita Rivera in concerto è davvero una grande emozione, perché a dispetto dell'età riesce ancora a ballare, cantare e intrattenere come artisti con la metà dei suo anni pregherebbero per saper fare. E credetemi, se riuscite a strappare al notoriamente rigido pubblico londinese cinque standing ovation e quattro chiamate alla ribalta, allora siete bravi davvero. Da numeri più energici come "Carousel" ad altri più intimi come "I Don't Remember You", Chita tiene in pugno il pubblico dal momento in cui entra in scena con un medley di Chicago e Kiss of the Spider Woman e basta vederla anche solo accennare i movimenti dei suoi numeri più celebri per ritrovare la grandissima ballerina che è stata. Peccato per alcuni problemi tecnici con l'acustica della sala, l'orchestra troppo forte e un batterista un po' troppo esuberante, una serie di fattori che a volte rendevano difficile sentire l'attrice. Cadogan Hall è notoria per questo, l'acustica della sala l'ha resa perfetta per la musica sinfonica e da camera, un po' meno per recital basati sulla voce.

Chita Rivera in concerto nel 2017

Tantissimi momenti indimenticabili, nel primo atto con "Where Am I Going Now" da Sweet Charity - in cui nel 1969 rimpiazzò Gwen Verdon nel tour statunitense - e soprattutto nel secondo, quando si è tolta sessant'anni dalla spalle per danzare e cantare sulle note di "America", il suo cavallo di battaglia dai tempi di West Side Story. E il grande finale con "All That Jazz" chiude la serata in bellezza e corona un concerto e una carriera segnata dai trionfi e dall'incondizionato amore del suo pubblico. Due settimane dopo il suo ottantaseiesimo compleanno, Chita Rivera ci ricorda ancora di che stoffa sono fatte le grandi star del musical e lascia sperare che torni presti a recitare a teatro.

In breve. Neanche un'acustica problematica riesce a rovinare il trionfale ritorno a Londra di una delle più grandi star di Broadway.

★★★★½