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venerdì 14 ottobre 2016

The Entertainer al Garrick Theatre


Our revels now are ended, la stagione teatrale della Kenneth Branagh Theatre Company, inauguratasi lo scorso Novembre con il Racconto d'Inverno, è giunta al termine. E, per chiudere la stagione, Kenneth Branagh ha scelto di riproporre sulle scene londinesi il dramma di John Osborne che si rivelò un successo inaspettato per Laurence Olivier nel 1957. The Entertainer ci porta porta all'interno di casa Rice, dove la giovane Jean ritorna dopo aver lasciato il fidanzato per divergenze politiche. Qua ritrova il burbero nonno Billy e la querula matrigna Phoebe, il romantico fratello Frank e l'illuso padre Archie. Archie è una star di seconda categoria del varietà, irrimediabilmente donnaiolo, sessualmente ambiguo, evasore fiscale impenitente e un fallimento su tutti i fronti come padre, figlio, marito e artista. L'equilibrio delicato della famiglia Rice si spezza definitivamente quando il primogenito muore in guerra: la giovane amante lascia Archie e l'uomo rifiuta di trasferirsi in Canada con la moglie, dove la famiglia di lei ha trovato un ottimo lavoro per il cabarettista. Alla fine, dopo aver eseguito un ultimo numero, Archie è costretto a vedersela con l'agenzia delle entrate. 

In un certo senso The Entertainer ricorda un po' Morte di un commesso viaggiatore. Racconta la storia di uomo, un uomo sicuramente pieno di difetti, che nonostante tutto prova a dare il proprio contributo a quelli che gli stanno intorno. Eppure, Morte di un commesso viaggiatore resta un capolavoro senza tempo, una celebrazione della fatiche umane e la frustrazione di un sogno irrealizzabile. The Entertainer non riesce a lasciare niente di questo al pubblico, ma anzi lo soffoca con un primo atto interminabile e poi lo lascia basito con un finale affrettato e brusco. Il risultato finale è deludente come una bomba inesplosa, un dramma che promette e promette, ma non mantiene niente. Forse la colpa è del regista Rob Ashford, che non ha saputo dare una direzione al testo, valorizzare i suoi interpreti o fare riferimenti a una Gran Bretagna più attuale e post Brexit. O forse la colpa è solamente del testo, che per lo spettatore moderno risulta datato senza speranza. Per il pubblico degli anni '50, un pubblico con un fresco ricordo di guerre e bombardamenti, The Entertainer può aver sfiorato certe corde, ma oggi mi chiedo se questo testo abbia ancora qualcosa da dirci. John Osborne era uno dei giovani scrittori "arrabbiati" del dopoguerra, ma sembra che del suo furore oggi non siano rimaste neanche le braci. 



Certo, Kenneth Branagh è un consumato primo attore e il suo Archie è il giusto mix tra glorioso e repellente. Uomo di mondo e intrattenitore, con uno sconfinato repertorio di battute trite e ammiccamenti, non riesce bene a delineare il confine tra il palco e i salotto (colpa anche di Ashford, che ha trasformato i numeri di vaudeville in una sorta di psico-teatro nello stile del film Chicago, invece che lasciarli in scene separate come il testo vorrebbe). Forse a tratti c'è un po' troppo autocompiacimento, ma all'erede di Olivier lo si può anche concedere. Brava Greta Scacchi nel ruolo di Phoebe, piatta e monocorde Sophie McShera (Daisy di Downton Abbey) nella parte di Jean e veramente bravo Gawn Grainger nel ruolo del vecchio Billy. La performance più sentina e sincera è forse quella del giovane Jonah Hauer-King nel ruolo di Frank, il disilluso figlio di Archie. Per il resto, stupende scenografie di Christopher Oram, ottime luci di Neil Austin, simpatica musica dal vivo di Patrick Doyle e divertenti coreografie di Chris Bailey

In breve. Produzione elegante e ben recitata con un enorme buco al posto del cuore. Ha i suoi momenti, ma sembra essere irrimediabilmente datato.

giovedì 18 febbraio 2016

Red Velvet al Garrick Theatre


La Kenneth Branagh Theatre Company ha appena messo in scena al Garrick Theatre Red Velvet, l'opera teatrale più nota della drammaturga inglese Lolita Chakrabarti.

Londra, 1833. Quando il mostro sacro Edmund Kean collassa sul palco, l'impresario Pierre Laporte decide di assumere il giovane attore afroamericano Ira Aldridge per sostituirlo nei panni di Otello. La compagnia teatrale di Covent Garden apprezza molto il giovane attore, con il suo stile naturalista e appassionato, e il pubblico gli tributa un'ovazione dopo la prima. Ma alla critica non piace: le labbra spesse degli uomini di colore non sono adatte a recitare Shakespeare, l'irruenta violenza di Otello è scambiata per quella di Ira, i tratti di un nero non piacciono tanto quanto quelli di un bianco con del lucido da scarpe in faccia. E, mentre in parlamento si discute per abolire la schiavitù nei domini britannici, la vera tragedia di Ira si consuma fuori dalle scene.

Partiamo dalle cose buone: il cast. Red Velvet si avvale di un cast di nove membri, tutti molto bravi e a loro agio nel proprio ruolo. Ayesha Antoine è la fidata serva Connie, il bravo Simon Chandler è Bernard Warde, il sostituto di Iago, Alexander Cobb è il simpatico attor giovane della compagnia, Mark Edel-Hunt è un ottimo Charles Kean (figlio di Edmund e rivale di Ira per il ruolo di Otello), Emun Elliott è un elegante produttore Laporte e Caroline Martin e Amy Martin completano il cast nei ruoli minori. Charlotte Lucas è una bravissima Ellen Tree, la primadonna della compagnia e Desdemona nell'Otello. La sua elegante performance spazia dalla sorpresa nella prima volta che vede Ira, allo stupore, all'apprezzamento e all'affetto. 

Adrian Lester è monumentale nel ruolo di Ira, la sua performance è possente e appassionata. Vederlo parlare dei suoi umili esordi in un teatro improvvisato, con le lacrime che gli riempono gli occhi e la voce che si incrina è stato davvero da brivido. Lester torreggia su tutti gli altri attori sul palco e questa sua massiccia presenza fisica si riflette sulla sua interpretazione, sul suo essere un grande in mezzo a tante persone con la mentalità ristretta. Una scena completamente devastante è stata l'ultima, ambientata trent'anni dopo il debutto a Londra, mentre si prepara ad interpretare Re Lear tingendosi il volto di bianco per assomigliare a un europeo. Le lentezza dei suoi movimenti, il dolore in ogni mano di trucco, la disperata necessità di diventare qualcun altro per poter fare ciò che ama: tutte queste sfumature rendono la performance di Lester unica e indimenticabile.

Adrian Lester

Il testo, purtroppo, non è all'altezza del cast. Per carità, ci sono dei bei momenti, come quando la compagnia incontra Ira per la prima volta (Ellen credeva che quando le recensioni dicevano che era nero alludessero al suo umore) e la mattina dopo la prima. Ma, per il resto, il dramma sembra ondeggiare da un punto all'altro senza particolare convinzione, bloccato in una struttura in due atti rigidamente tripartita. Una scena del secondo atto, per esempio, è semplicemente troppo lunga: un dialogo tra Ira e Pierre che sembra essere più che altro un susseguirsi di monologhi, una scena che vorrebbe essere il cuore dell'opera ma risulta troppo verbosa.

Con un cast di ottimo livello, Red Velvet racconta una storia importante che avrebbe meritato di essere raccontata meglio.

½

giovedì 19 novembre 2015

Harlequinade / All On Her Own al Garrick Theatre

La nuova compagnia di Kenneth Branagh ha presentato, oltre allo stupendo Racconto d'Inverno, una serata con un doppio appuntamento con il commediografo Terence Rattigan: Harlequinade ed il monologo All On Her Own.

All On Her Own mette a nudo l'anima di Margaret Hodge, un'elegante e sofisticata signora dell'alta società che si interroga sulla morte del marito. Tornata già piuttosto alticcia da un party, Margaret comincia a parlare con il marito defunto e, dopo un ennesimo bicchiere di whisky, la donna è posseduta dallo spirito del caro defunto... o almeno lei crede che sia così, ma forse è solo ubriaca. Con il passare del tempo, Margaret cade sempre di più nella disperazione e comincia a interrogarsi sul ruolo che ha avuto nella misteriosa morte del marito: è stato un incidente o lo ha spinto al suicidio? 

All On Her Own era nato come monologo per la televisione nel 1968 ed era già stato adattato per la scena negli anni settanta, ma il nuovo mezzo mette in crisi i limiti del testo. Già fragile di suo, All On Her Own non brilla sulla scena e la mancanza di primi piani televisivi ribadisce l'inconsistenza del monologo. Zoë Wanamaker fa del suo meglio, ma neanche un'attrice del suo calibro può salvare qualcosa che fa più acqua del Titanic e il risultato finale della sua interpretazione riesce ad essere inconsistente quanto il testo. Certo, All On Her Own non annoia, ma forse perché dura solo venticinque minuti...

Zoë Wanamaker è Margaret in All On Her Own

All on Her Own crea uno strano contrasto con Harlequinade, una farsa davvero perfetta. Debuttata nel 1948, la commedia racconta dei coniugi Gosport, una celebre coppia di attori che - pur non essendo più esattamente adolescenti - continua a riscuotere successo in provincia con un Romeo e Giulietta decisamente sopra le righe. Come da copione, la prima dello spettacolo è messa in serio rischio da una serie di eventi disastrosi: Arthur Gosport riceve la visita inaspettata da una figlia che non sapeva di avere (già madre di un bambino, alla faccia di Romeo!) e scopre di essere ancora legalmente sposato con la madre della ragazza e quindi rischia di essere incriminato per bigamia; lo stage manager Jack ha portato la promessa sposa a conoscere la compagnia e cerca il coraggio di dire ai Gosport che dopo la prima lascerà la compagnia (il suocero è contrario al teatro); un attore decide di ritirarsi dalla scene per sempre perché si sente poco rispettato e il suo sostituto non riesce assolutamente e recitare decentemente quell'unica battuta; Dame Maude, la zia di Arthur, è una grande dame che fatica a restare al passo con il teatro moderno e annega i propri dispiaceri nell'alcol, incolpando l'Old Vic di tutte le disgrazie della sua vita. Immancabilmente, i problemi scoppiano come bolle di sapone e lo spettacolo si rivela un successo.

Harlequinade è una di quelle commedie che risultano fuffa sulla carta ma oro puro sulla scena: grazie a un ottimo cast (più o meno lo stesso del Racconto d'Inverno), lo spettacolo decolla in un momento e fa sognare il pubblico. Kenneth Branagh è un ottimo Arthur - forse perché il personaggio ricorda così tanto lo stesso Branagh - e la sua recitazione un po' sopra le righe che stonava così tanto con Winter's Tale qui è davvero azzeccatissima. La Wanamaker torna per il delizioso cameo nel ruolo di Dame Maude e si fa perdonare per il monologo di prima.

Tom Bateman, Miranda Raison e Kathryn Wilder

Hadley Fraser è esilarante nel ruolo del sostituto incapace (e che voce!) e altrettanto bravi sono John Shrapnel (George), Vera Chok (Miss Fishlock), Stuart Neal (il primo attore) e Ansu Kabia (Johnny). Eccellente Tom Bateman nel ruolo dello stage manager e davvero fenomenale, ancora una volta, Miranda Raison nel ruolo di Edna Gosport, la (seconda?) moglie di Arthur. La sua è la performance eterea e romantica di una diva sempre nel personaggio e come Edna calca il palco a passo di danza, tra ricordi di vecchie glorie e sogni di nuove.

Il contrasto tra le due opere non potrebbe essere più grande (soprattutto a svantaggio della prima), ma questo doppio appuntamento con Rattigan riesce a garantire un'ora intera di risate senza fine con un cast davvero impeccabile.

lunedì 2 novembre 2015

Il racconto d'inverno al Garrick Theatre


Kenneth Branagh parte col botto con la sua neofondata compagnia teatrale (la, guarda caso, Kenneth Branagh Theatre Company), che dal settembre di quest'anno a quello del prossimo occuperà il Garrick Theatre di Londra. Per inaugurare la stagione, Branagh (nelle vesti di produttore, regista e primo attore) ha scelto uno dei romances di Shakespeare, il bellissimo Racconto d'inverno, e ha voluto accanto a sé sul palco una delle più grandi attrici viventi: Dame Judi Dench.

Il racconto d'inverno è un testo che sfugge a una classificazione ben precisa: spesso viene etichettato come una commedia, ma una commedia non lo è davvero. E' più una "scampata" tragedia, una tragedia con il lieto fine. O, per farla breve, un romance (l'etichetta data alle ultime quattro agrodolci opere di Shakespeare). E' una storia di amore e gelosia, perdite ed agnizioni, sull'essere padri e sull'essere figli, sul perdonare e sul perdonarsi.

Quella messa in scena da Kenneth Branagh, con l'aiuto del co-regista Rob Ashford, è una produzione molto tradizionale di un classico ed è, in una parola sola, meravigliosa. Impeccabile è l'aspetto tecnico, dai bei costumi e dalle belle e semplici scenografie di Christopher Oram al disegno luci di Neil Austin, dal suono curato da Christopher Shutt alle eleganti melodie di Patrick Doyle.

Ma la vera magia qui è il cast, un gruppo nutrito ed eterogeneo di attori fenomenali. Poche volte capita di assistere a uno spettacolo con un cast così perfetto, dove ognuno riesce a dare assolutamente il meglio nel proprio ruolo, per quanto piccolo esso sia. Kenneth Branagh (ancora lui!) è il gelosissimo Leontes e forse è proprio lui il membro più fragile del cast. Forse perché troppo occupato con la regia, la performance di Branagh ricorda quelle dell'ultimo Olivier (un attore a cui Branagh viene spesso paragonato), un po' sopra le righe e con una ricerca eccessiva del virtuosismo. Ma è una pecca che gli si viene perdonata facilmente, dato che traspare solo in alcuni momenti. Jessie Buckley è una Perdita deliziosa, fresca e solare, il bel Tom Batem è un ottimo Floritzel, coinvolgente ed energico, John Dagleish ruba la scena nei panni del maligno Autolycus, Hadley Fraser è un solido e virile Polixenes. Ottimi anche gli "anziani" del cast: l'Antigonus di Michael Pennington e il Camillo di John Shrapnel portano alla scena un'aurea di benevola autorevolezza e Jimmy Yuill è esilarante nel ruolo del Pastore.

Judi Dench e Kenneth Branagh durante le prove

Le interpretazioni migliori, però, sono quelle di due attrici. La prima è Miranda Raison, che nel ruolo dell'oltraggiata regina Hermione regala una performance densa e coinvolgente, lasciando parecchi occhi lucidi (inclusi i miei) alla fine della sua disperata arringa in propria difesa. L'altra è, ovviamente, Judi Dench. Prossima all'ottantesimo compleanno, Dame Judi ci ricorda che la classe non è acqua e che se lei viene considerata una delle più grandi interpreti shakespeariani al mondo un motivo forse ci sarà. La sua performance è una vero e proprio master class sulla recitazione: con una naturalezza commovente e un'eleganza davvero regale, Judi Dench dà vita al personaggio secondario di Paulina e la rende la protagonista di alcuni dei momenti più toccanti di tutto lo spettacolo. Capace di creare emozioni come nessun altro attore, Dame Judi padroneggia quell'altissima forma di recitazione che va al di là della tecnica e della formazione: si spoglia della propria personalità e diventa il personaggio che interpreta. E assistere a una performance come questa è un onore più che un piacere.

Non ricordo neanche l'ultima volta che sono uscito da un teatro con la sensazione di aver vissuto un'esperienza così emozionante, intensa e catartica come quando ho lasciato il Garrick dopo una rappresentazione di Winter's Tale. E' sempre bello farsi ricordare quanto meraviglioso il grande teatro possa essere e questa produzione del Racconto d'inverno è un assoluto capolavoro.