The Entertainer al Garrick Theatre
In un certo senso The Entertainer ricorda un po' Morte di un commesso viaggiatore. Racconta la storia di uomo, un uomo sicuramente pieno di difetti, che nonostante tutto prova a dare il proprio contributo a quelli che gli stanno intorno. Eppure, Morte di un commesso viaggiatore resta un capolavoro senza tempo, una celebrazione della fatiche umane e la frustrazione di un sogno irrealizzabile. The Entertainer non riesce a lasciare niente di questo al pubblico, ma anzi lo soffoca con un primo atto interminabile e poi lo lascia basito con un finale affrettato e brusco. Il risultato finale è deludente come una bomba inesplosa, un dramma che promette e promette, ma non mantiene niente. Forse la colpa è del regista Rob Ashford, che non ha saputo dare una direzione al testo, valorizzare i suoi interpreti o fare riferimenti a una Gran Bretagna più attuale e post Brexit. O forse la colpa è solamente del testo, che per lo spettatore moderno risulta datato senza speranza. Per il pubblico degli anni '50, un pubblico con un fresco ricordo di guerre e bombardamenti, The Entertainer può aver sfiorato certe corde, ma oggi mi chiedo se questo testo abbia ancora qualcosa da dirci. John Osborne era uno dei giovani scrittori "arrabbiati" del dopoguerra, ma sembra che del suo furore oggi non siano rimaste neanche le braci.
Certo, Kenneth Branagh è un consumato primo attore e il suo Archie è il giusto mix tra glorioso e repellente. Uomo di mondo e intrattenitore, con uno sconfinato repertorio di battute trite e ammiccamenti, non riesce bene a delineare il confine tra il palco e i salotto (colpa anche di Ashford, che ha trasformato i numeri di vaudeville in una sorta di psico-teatro nello stile del film Chicago, invece che lasciarli in scene separate come il testo vorrebbe). Forse a tratti c'è un po' troppo autocompiacimento, ma all'erede di Olivier lo si può anche concedere. Brava Greta Scacchi nel ruolo di Phoebe, piatta e monocorde Sophie McShera (Daisy di Downton Abbey) nella parte di Jean e veramente bravo Gawn Grainger nel ruolo del vecchio Billy. La performance più sentina e sincera è forse quella del giovane Jonah Hauer-King nel ruolo di Frank, il disilluso figlio di Archie. Per il resto, stupende scenografie di Christopher Oram, ottime luci di Neil Austin, simpatica musica dal vivo di Patrick Doyle e divertenti coreografie di Chris Bailey.
In breve. Produzione elegante e ben recitata con un enorme buco al posto del cuore. Ha i suoi momenti, ma sembra essere irrimediabilmente datato.
★★★

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