Visualizzazione post con etichetta Apollo Theatre. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Apollo Theatre. Mostra tutti i post

lunedì 6 marzo 2017

Travesties all'Apollo Theatre

Dopo tre mesi di repliche completamente sold out alla Menier Chocolate Factory, il revival diretto da Patrick Marber dell'eccezionale commedia di Tom Stoppard approda all'Apollo Theatre, nel cuore del West End. A oltre quarant'anni dal debutto, Travesties si riconferma un capolavoro, una pièce divertente e intelligente che indaga sulla memoria e sul ruolo dell'arte.

Zuringo, 1917. Mentre nel resto dell'Europa impazza la guerra, la Svizzera si mantiene neutrale ed è diventata un rifugio per artisti ed intellettuali. Henry Carr, un diplomatico dell'ambasciata inglese, si fa coinvolgere da James Joyce in una messa in scena dell'Importanza di chiamarsi Ernesto, mentre il padre del dadaismo Tristan Tzara cerca di sedurre Gwendoline, la sorella di Henry. Intanto Lenin pianifica di lasciare la città per tornare in Russia, allo sbando dopo la rivoluzione di febbraio, e con la moglie Nadya e la bibliotecaria Cecily (di cui Henry è innamorato) sta finendo di redigere Stato e rivoluzione...

Per quanto possa sembrare assurdo c'è qualche elemento di verità nella commedia. Carr e Joyce collaborarono davvero in una produzione del capolavoro di Oscar Wilde e la situazione degenerò in una causa legale a causa di divergenze sui proventi: si andò a processo e Joyce fu così deluso dal verdetto che si vendicò trasformando Carr in un personaggio ridicolo e alcolizzato nel quindicesimo episodio dell'Ulisse. Ma, come si scopre nel finale, questo è più o meno tutto ciò che c'è di vero nella commedia: in un frustrante coup de théâtre alla fine scopriamo che, come nella Coscienza di Zeno, quasi tutto quello che abbiamo visto fin'ora non è come sono andate realmente le cose. Ma non c'è malizia dietro la finzione: l'anziano Carr, il narratore, non ci ha mentito, è solamente vittima della tarda età e di una memoria non più ferratissima. Come Cecily ricorda al marito alla fine della commedia, lei non solo non ha mai aiutato Lenin a scrivere Stato e rivoluzione, ma Lenin e Joyce non si trovarono mai contemporaneamente a Zurigo.

Freddie Fox (Tzara) e Tom Hollander (Carr)


Attraverso gli occhi di un decrepito Carr, una Zurigo che non è mai esistite rivive davanti al pubblico, un intricato luogo della memoria in cui fatti reali si sovrappongono ad altri immaginari e dove la vita di ogni giorno finisce per confondersi con scene dall'Importanza di chiamarsi Ernesto. Infatti Travesties presenta diverse scene sulla falsa riga dell'Ernesto, con Tzara nel ruolo di John/Ernesto, Carr come Algernon, Lenin come Lady Bracknell e Cecily e Gwendoline nei ruoli delle loro omonime wildiane. Per sedurre Gwendoline, infatti, Tzara deve fingere di non essere lo scrittore dadaista Tristan (disprezzato dalla ragazza, una sostenitrice di Joyce), ma finge di essere suo fratello John, mentre Carr dovrò sostenere la finzione vestendo i panni di Tristan. E la situazione rimarca il sapore wildiano con motti di spirito che renderebbero Oscar fiero e con un eccessivo apprezzamento per i sandwich al cetriolo.

Sarah Quist (Nadya) e Forbes Masson (Lenin)

Ma Wilde non è il solo oggetto dell'indagine di Stoppard: James Joyce, dileggiato da Tzara e Carr, non è solo un personaggio della commedia, ma un punto di riferimento del suo stile. Infatti, come ogni episodio dell'Ulisse (che Joyce sta scrivendo a Zurigo) adotta uno stile differente, Travesties presenta delle scene davvero particolari: alcune si fermano e ricominciano da capo più e più volte, in altre i personaggi parlano in limerick, in altre ancora i personaggi diventano protagonisti di un numero di vaudeville. Quello che Travesties offre realmente è una profonda riflessione sull'arte e sul suo valore, portato in scena dalle diverse opinioni di Joyce, Tzara e Lenin a riguardo. E la grandezza di Stoppard è quella di dari pari importanza e profondità non solo alla tesi che lui condivide (quella di Joyce, dell'artista come guida morale che costruisce qualcosa che sopravviverà nei secoli), ma anche a quelle in cui non crede (quella di Tzara, l'arte è tutto ciò che l'artista crea, un'opera dissacrante e decadente contro il canone e la borghesia).

Peter McDonald (Joyce), Amy Morgan (Gwendoline), Clare Foster (Cecily)

Travesties è una commedia intelligente ed esilarante che richiede molto allo spettatore: senza certe conoscenze di base sul modernismo, Oscar Wilde e il dadaismo uno si potrebbe sentire un po' perso. Ma, d'altro canto, stimolare il pubblico è il compito dell'artista ed è una fortuna avere Stoppard a ricordarcelo. La regia di Patrick Marber è intelligente e coesa, tira fuori il meglio dagli attori e spinge il pubblico ad abbracciare anche certi nonsense della pièce: integra, come il testo richiede, finzione, memoria e realtà con la maestria di un esperto e il risultato finale è davvero di primissimo livello. Tutto questo andrebbe sprecato se il cast non fosse all'altezza di testo e regia, ma fortunatamente questo non è il caso: il cast è uniformemente eccellente, senza neanche un anello debole. Tom Hollander è un fantastico Henry Carr, che riesce a investire il personaggio di tutte le sue sfumature: il vecchio smemorato e consumato dai ricordi, il giovane dandy, un uomo brillante e spiritoso dietro cui si celano gli incubi di quello che ha dovuto vedere in guerra. La sua performance è un trionfo comico e la secchezza con cui recita certe battute è da manuale: Hollander può far piegare il pubblico dalle risate anche solo inarcando un sopracciglio.  

Tom Hollander (Carr)

Freddie Fox è eccezionale nel ruolo di Tristan Tzara e impiega tutto il suo talento per creare un personaggio simpatico e arrogante, un artista colto e profondo che cerca sempre di presentarsi come un ribelle. Ma molto brave sono anche Amy Morgan e Clare Foster nei ruoli di Gwendoline e Cecily, le due protagoniste femminili e interpreti di un bizzarro ma esilarante numero musicale nel cuore del secondo atto. Forbes Masson è un Lenin che cela un animo romantico, ma anche un leader in the making e un uomo duro e intransigente. Peter McDonald è perfetto nel ruolo di Joyce, con il suo forte accento irlandese e una profonda anima comica che rende il grande scrittore di Dublino una figura un po' ridicola nella memoria di Carr. Completano il cast Sarah Quist nel ruolo della moglie di Lenin, protagonista di uno dei momento più commoventi dalla commedia, e l'eccellente Tim Wallers nel ruolo del maggiordomo Bennett che, alla fine, si scopre essere l'ambasciatore inglese a Zurigo tanto invidiato da Carr.

In breve. Straordinario revival di un capolavoro di un grande maestro, magistralmente diretto e interpretato da un cast più unico che raro.

★★★★★

sabato 15 ottobre 2016

The Go-Between all'Apollo Theatre


Chiude oggi all'Apollo Theatre di Londra una mosca bianca del West End, uno strano esperimento nel panorama del musical odierno. The Go-Between è un nuovo musical con musica e versi di Richard Taylor e libretto di David Wood, tratto da L'età incerta di L. P. Hartley.

L'anziano Leo è tormentato dai ricordi di un'estate della sua primissima adolescenza, un'estate trascorsa nella tenuta degli aristocratici Maudsley. Tutto prende una strana piega quando il suo amichetto Marcus si ammala e Leo rimane così solo nella casa della famiglia dell'amico e deve trovare un altro modo per occupare le proprie giornate. Si invaghisce di Marian, la sorella di Marcus, e la ragazza approfitta dell'infatuazione del ragazzino per farlo diventare il portatore dei messaggi segreti tra lei e il contadino Ted. L'amore tra i due è ostacolato dalle differenze di classe e sfocia in tragedia quando Lady Maudsley requisisce una lettera a Leo e coglie in flagrante la figlia e il contadino. Lo scandalo porta Ted al suicidio e per decenni questo fatto perseguita Leo, finché non decide di andare a trovare l'anziana Marian e di essere, per l'ultima volta, il portatore di un messaggio d'amore molto speciale.

Questo The Go-Between è davvero un'eccezione per gli standard del West End e, per fare un paragone con un musical recensito di recente, è l'anti-Kinky Boots. Nessun cambio di scena, costumi di una semplice eleganza, scenografia essenziale e allusiva, limitatissime coreografie e invece dell'orchestra c'è solo un pianoforte in scena. Circondato da musical commerciali come Mamma Mia! e Jersey Boys, The Go-Between è un inno al minimalismo, al principio di "less is more", un tentativo di riscoprire la qualità che a volte è soffocata alla quantità. Peccato però che la qualità dietro The Go-Between non sia di prim'ordine. La colonna sonora di Richard Taylor è piacevole, ma nulla di più, i versi sono un po' triti e qualunquisti (abbiamo ancora bisogno di una canzone sulle farfalle nel ventunesimo secolo? Ne siamo proprio sicuri?). Il libretto di David Wood cattura l'ineffabilità del mondo dei ricordi e la sua malinconia, ma quando bisogna affondare i denti sul soggetto a Wood cade la dentiera. Il momento climatico del secondo atto e (spoiler!) il suicidio di Ted avvengono così di sfuggita che uno spettatore che non ha mai letto il libro fa davvero fatica a rendersi conto di cosa sia successo. Il che è particolarmente grave quando il punto di partenza della storia è che Leo è ossessionato dal rimorso di quello che è successo. Wood toglie ossigeno alla sua stessa candela e il risultato finale è un po' delutente. 

Stuart Ward (Ted), Michael Crawford (Leo) e William Thompson (Leo da piccolo)

L'aspetto tecnico è decisamente migliore: i costumi e la scenografia di Michael Pavelka sono raffinati e suggestivi, le luci di Tim Lutkin danno al tutto un'atmosfera seppia da vecchia fotografia. La regia di Roger Haines fa il possibile con ciò che gli è stato dato e, anche se non è riuscito a infondere nuova linfa al musical, ha lavorato bene con i suoi interpreti. Michael Crawford, la grande star del West End, è eccellente nel ruolo dell'anziano e tormentato Leo. Certo, la voce è non è quella di vent'anni fa, ma la grande umanità che riversa nei suoi personaggi e i penetranti occhi azzurri non sono sfuggiti a nessuno nel teatro. La sempre deliziosa Gemma Sutton è superba e delicata nel ruolo di Maria e a lei è stato affidato il pezzo migliore della colonna sonora, Grow and Change, e lo interpreta alla perfezione. Bravo anche Stuart Ward nel ruolo di Ted e Archie Stevens in quello del piccolo Marcus. Un po' troppo sotto tono è il Leo adolescente di William Thompson (uno dei tre ragazzini che si alternano nel ruolo), che sparisce al confronto del ben più carismatico Marcus. Unica nota veramente stonata è la Lady Maudsley decisamente sopra le righe di Issy van Randwyck.

In breve. Allestimento raffinato e non privo di meriti di un musical che, pur non essendo particolarmente incisivo, costituisce una piacevole alternativa nel panorama musicale del West End. Da vedere per l'ottima performance del veterano Michael Crawford.

★★★½